|
|
Teatro di un colpo di Stato “non violento” nel settembre 2003, la Guinea Bissau sta tentando per la seconda volta di realizzare una democrazia stabile e pacifica. Ma prima delle elezioni, previste per il marzo 2005, il governo di transizione ha ancora un lungo lavoro da compiere.
In un’Africa occidentale che sta cercando di riacquisire quella stabilità politica che permetta all’economia di risollevarsi, la Guinea Bissau è un tassello di non poco conto. Questa piccola enclave di lingua portoghese, compresa tra i francofoni Senegal e Guinea Conakry, è stata travolta nel biennio 1998-1999 da una terribile guerra civile (fomentata anche da Senegal e Guinea), che ha posto fine alla dittatura di Joao Bernardo Vieira, in carica dal 1980. La guerra civile ha distrutto la maggior parte delle infrastrutture del Paese, devastandone la già fragile economia. Grazie ad un piano di pace negoziato dalla Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (CEDEAO o ECOWAS, a seconda della dizione francese o inglese), la guida dello Stato è stata affidata, tramite regolari elezioni, a Kumba Yala. Ma le speranze di una ricostruzione che realmente aiutasse il Paese ad uscire dalla crisi economica, sollevando la popolazione (c.a. 1,3 milioni di abitanti, con un tasso di crescita demografica annuo del 2,2%) da uno stato di povertà endemica, sono naufragate di fronte alla pessima gestione della cosa pubblica operata dal Capo dello Stato.
Nel 2002, l’economia è entrata in recessione, ad un tasso di crescita del PIL del -7,2%, che è in seguito migliorato (grazie soprattutto agli aiuti internazionali) portandosi a -1,2% nel 2002: ma gli indicatori dello sviluppo del Paese continuano a segnalare una situazione drammatica. La popolazione al di sotto dei 15 anni è il 46,9% del totale, con un tasso di scolarizzazione del 43%, a fronte di una percentuale del 39,6% della popolazione totale che risulta in possesso dei requisiti minimi di alfabetizzazione. La speranza di vita non tocca i 46 anni. Questi dati portano la Guinea Bissau ad occupare il 166° posto (su 175) nella graduatoria stilata dalle Nazioni Unite in base all’Indice di Sviluppo Umano.
Un colpo di Stato al “velluto”
Di fronte ad una situazione talmente deteriorata, come spesso è accaduto nella recente storia dei Paesi africani, è stato l’esercito a farsi carico del malcontento dell’opinione pubblica: il 14 settembre 2003, un colpo di Stato guidato dal generale Verissimo Seabra Correia, ha spodestato – senza alcuno spargimento di sangue – il presidente Kumba Yala, nominando Henrique Rosa e Antonio Arthur Sanha rispettivamente alle cariche di presidente della Repubblica e Primo ministro.
Con l’aiuto dell’ECOWAS e dell’ONU – quest’ultima ha stabilito in Guinea Bissau una missione, operativa dal marzo 1999, denominata UNOGBIS – il Paese ha intrapreso un processo di pace che dovrebbe concludersi nel marzo 2005, con le elezioni presidenziali.
Nel frattempo, il 28 marzo 2004 si sono svolte le elezioni legislative: ne è uscito vincitore il Partito Africano per l’Indipendenza della Guinea Bissau e di Capo Verde (PAIGC) di Carlos Gomes Junior, che ha ottenuto 45 seggi su 102 all’Assemblea Nazionale Popolare. Tuttavia, la maggioranza di cui gode il PAIGC in parlamento è relativa, non assoluta: una condizione che, se da un lato può destabilizzare il quadro politico, dall’altro evita il rischio di creare un regime monopartitico “di fatto”, come succede in molti Stati africani in cui la formazione al governo è “egemone” in parlamento. L’11 maggio, Gomes Junior, nominato Primo ministro dal Capo dello Stato, ha presentato il governo di transizione: 24 ministri, tutti membri del PAIGC, ma rappresentativi di tutte le etnie del Paese tra cui anche cinque donne. Due donne sono state anche elette tra i cinque membri del Bureau parlamentare, e un’altra è stata nominata alla presidenza della Corte Suprema.
Il governo di transizione: un primo bilancio
Il governo ha sino ad ora agito in base a due criteri guida nella definizione della propria politica: il primo è stato il consolidamento della riconciliazione nazionale e della sicurezza pubblica; il secondo è stato il tentativo di impostare relazioni stabili e continuative con i Paesi vicini e con altri partners della Comunità internazionale.
Entrambi questi obiettivi si intrecciano con i due nodi centrali che il governo di transizione ha il compito di iniziare a sciogliere: la riforma dell’esercito e il pagamento dei salari arretrati ai funzionari pubblici.
Le disuguaglianze etniche all’interno della gerarchia militare, le pessime condizioni delle strutture dell’esercito, e il mancato pagamento di molti salari, non hanno ancora permesso di archiviare definitivamente l’ipotesi di futuri golpe militari. Su richiesta del generale Correia Seabra, l’UNOGBIS e l’ECOWAS hanno iniziato a studiare le diverse possibilità di riforma dell’esercito guineano. Nel frattempo, la Banca Mondiale ha stanziato fondi addizionali destinati ad estendere il Programma di Smobilitazione, Reinserimento e Reintegrazione ad altri tremila ex-combattenti: i beneficiari del programma passeranno quindi da 4.372 a 7.376.
Per quanto riguarda invece il grave problema dei salari arretrati da pagare ai funzionari statali, che rimane ancora oggi la minaccia più concreta alla stabilità del Paese, il governo deve per forza contare sui finanziamenti esteri. Gli aiuti verso la Guinea Bissau, anche se stentano ad “ingranare” per raggiungere un flusso continuativo, sembrano tuttavia riprendere lentamente.
Un fondo speciale, denominato Emergency Economic Management Fund for Guinea Bissau, è stato istituito all’interno del Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite: a fronte di una richiesta di 18,3 milioni di dollari, formulata dal governo di transizione nel bilancio di emergenza per il 2004, solo 4 milioni di dollari sono stati versati dai donatori nel fondo appena istituito. La Guinea ha poi beneficiato di sette milioni di dollari in donazioni bilaterali da parte prevalentemente di Paesi di lingua portoghese. Per quanto riguarda le istituzioni di Bretton Woods, la Banca Mondiale ha annunciato nel dicembre 2003 la ripresa dei prestiti alla Guinea all’interno del Programma di Riabilitazione e Ricostruzione Economica, interrotti tre anni fa. Il Fondo Monetario Internazionale ha invece visitato il Paese in giugno, ma non ha ancora preso alcuna decisione ufficiale riguardo a futuri interventi in Guinea. Infine, entro la fine del 2004 dovrebbe tenersi a Bissau una conferenza a cui prenderanno parte i Paesi donatori: in questa occasione, il governo dovrà cercare di attirare non solo i prestiti ma anche gli investimenti stranieri, per dare una prospettiva all’economia una volta terminata la ricostruzione.
Su un altro fronte di importanza capitale in Africa, ossia la sanità, i finanziamenti sono fortunatamente già giunti a destinazione. Nel luglio 2004, il ministro della sanità Odete Costa Semedo ha dato il via ad un impegnativo programma triennale di lotta all’AIDS, alla malaria e alla tubercolosi. 19 milioni di dollari sono giunti dalla Banca Mondiale e dal Fondo Globale contro l’AIDS, la Tubercolosi e la Malaria, due terzi dei quali andranno destinati all’acquisto dei farmaci antiretrovirali (ART) necessari a curare l’AIDS. Fino ad ora, i 36.000 – secondo una stima del 2003 – affetti da HIV del Paese non hanno avuto alcuna speranza di sopravvivenza, mentre nel vicino Senegal è già iniziata da tempo la distribuzione gratuita dell’ART. Inoltre, la Comunità di Sant'Egidio ha inaugurato quest'estate a Bissau l'ospedale pubblico "Raoul Follereau- Comunità di Sant'Egidio", rilevato dall'associazione AIFO e ristrutturato con standard occidentali, dove sarà presto avviato il Progetto D.R.E.A.M., per la cura dell’AIDS e della malnutrizione, che in Mozambico, dove è stato per la prima volta iniziato due anni fa, ha portato risultati inaspettati e incoraggianti.
“Un buon esempio”
Proprio la volontà di aumentare il flusso di finanziamenti esteri destinati alla Guinea è stato il motivo che ha spinto il presidente della Repubblica, Enrique Rosa, a chiedere improvvisamente il ritiro dell’ONU dal Paese. Pur riconoscendo l’importanza del ruolo giocato dalla UNOGBIS nel far fronte “ai bisogni basilari della popolazione”, il presidente ha affermato che la presenza delle truppe internazionali non è più necessaria. Al contrario, la presenza dei caschi blu servirebbe solo a ostacolare lo sviluppo della Guinea Bissau, dando alla Comunità internazionale l’impressione che essa non abbia ancora raggiunto la stabilità politica.
Questa affermazione è arrivata pochi giorni dopo una dichiarazione ufficiale del Consiglio di Sicurezza, nella quale il presidente di turno – lo spagnolo Juan Antonio Yáñez-Barnuevo – ha esortato i protagonisti della politica guineana a “perseverare […] in quello che è un buon esempio di ciò che può essere fatto in un processo di pace dopo una guerra”. Il Consiglio di Sicurezza aveva già richiamato le parti all’ordine alla metà di agosto, quando aveva espresso forti preoccupazioni per la crescente escalation di violenza verbale tra gli attori del processo di pace.
Queste dichiarazioni vanno intese tenendo presenti i timori del Consiglio di Sicurezza di fronte ad un processo di pace “fragile”, secondo la definizione utilizzata dal Segretario Generale dell’ONU in un rapporto pubblicato a giugno.
Come si è visto, infatti, anche se i progressi compiuti sono stati molti, le questioni chiave rimangono tuttora insolute, e non sembra ancora che vi siano le condizioni per un ritiro dell’ONU.
Conclusioni
La Guinea Bissau sembra avere intrapreso la strada giusta verso un futuro di pace e stabilità, che potrebbe definitivamente fissare un tassello – seppur piccolo, ma importante – nel mosaico disordinato e frammentato dell’Africa occidentale. I protagonisti del processo di pace devono cercare di gestire al meglio i prossimi mesi, in vista della conferenza degli Stati donatori, e in questo senso, le ultime dichiarazioni riguardanti un eventuale ritiro della UNOGBIS sono certamente un passo falso da parte dei dirigenti guineani. L’ONU è e resta indispensabile per la stabilizzazione del Paese, e un incidente diplomatico con le Nazioni Unite deteriorerebbe sicuramente l’immagine internazionale della Guinea Bissau, più di quanto non faccia la presenza dei Caschi Blu.
La Comunità internazionale, da parte sua, deve dimostrare la propria credibilità paradossalmente in situazioni come questa, nella quale si trova a dover garantire i finanziamenti necessari ad un Paese piccolo, strategicamente insignificante e povero di risorse naturali.
|
|