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"PERTURBANTE" - Tom (Viggo Mortensen),
un uomo mite con moglie e figli, diventa improvvisamente un eroe per i media
dopo aver sventato una rapina nel suo locale. Ma non tutto è come sembra...
Della trama è meglio non raccontare altro, perché con un regista come
Cronenberg le soluzioni più scontate sono sempre evitate; così, quello che
superficialmente sembra l’ennesimo thriller hollywoodiano, in realtà è un
film sottile come il filo di un rasoio, scolpito con uno stile vibrante e
feroce.
Sin dal piano-sequenza iniziale, il regista canadese carica il film di
un’atmosfera perturbante, che rivela tutto l’orrore che si cela dietro
un’apparente, banale normalità. Al centro del film c’è l’ossessivo tema
cronenberghiano dell’identità con le sue trasformazioni; ma se in passato
tali meccanismi venivano esteriorizzati attraverso le mutazioni del corpo,
ora tutto è introflesso nel protagonista e nei suoi comportamenti. Molte
sono le sequenze da antologia: quelle di violenza, secche e brutali, che non
risparmiano alcuni dettagli pulp; le due scene erotiche, dove il sesso
diventa strumento privilegiato per raccontare i rapporti di coppia tra Tom e
la moglie, passando da un’intima complicità a una rabbiosa, istintiva
sopraffazione; e un finale ricco di tensioni, tutto giocato sugli sguardi, i
gesti e la musica di Howard Shore perfettamente intonata.
Le recitazioni sono tutte azzeccate, sia Viggo Mortensen e Maria Bello per
la sobria intensità, sia Ed Harris e William Hurt per le grandiose
caratterizzazioni dei killer. Cronenberg da par suo orchestra il tutto
sapientemente, riuscendo addirittura in un paio di sequenze a mostrare un
umorismo sardonico che smorza la tensione quasi insopportabile della
pellicola. Dunque un film che è insieme odissea di un cambiamento interiore
e parabola sull’orrore del quotidiano, ma anche metafora di un paese la cui
paura nasce da un peccato originale di violenza e dolore: un’opera complessa
e stratificata che è consigliabile come antidoto alla visione degli
stucchevoli pamphlet a senso unico di un Von Trier qualsiasi. E l’immagine
di Mortensen, sporco del sangue dei suoi nemici, con un ghigno dalla piega
crudele stampata sul volto, è una di quelle che fanno grande e necessario il
cinema.
Giudizio:
   (legenda).
di Giulio Ragni. 27 dicembre 2005. |
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Un film misterioso, insondabile e inquietante. Brevissimo (un'ora e mezza),
gelido, lucido.
Una storia semplice raccontata con occhio indifferente; ciò che davvero
spaventa e sconvolge non è così la vicenda ma l'anima del protagonista. Tom
Stall attraversa la sua storia con un'insensibilità disumanizzata, non ha
reazioni emotive, né sensi di colpa; non prova apparentemente paura o
rimorso. Nessuna emozione viene mostrata, né dall'interpretazione
imperturbabile di Viggo Mortensen né dallo sguardo freddo, quasi assente, di
Cronenberg. Tom Stall resta un mistero, tanto più inquietante perchè non
sviscerato, non sviluppato, semplicemente contemplato a distanza.
Le persone che circondano Tom cercano cercano di ricondurre la sua identità
all'interno di parametri comprensibili (la moglie e il figlio si arrabbiano,
piangono...), lui è fuori da tutto questo.
Ha cambiato nome e vita ma ciò non ha prodotto in lui alcuna ferita. Ora si
chiama Stall semplicemente perchè quel nome "era disponibile" ma il tornare
alla luce della sua vecchia identità violenta non produce in lui alcuna
crisi o senso di colpa.
In A History of Violence non c'è polemica sociale e non c'è il
racconto del percorso di un uomo, in positivo o in negativo. C'è l'identità
di un essere umano (forse non si può nemmeno parlare di "anima") che non
risponde ad alcuna sollecitazione morale, emotiva, affettiva. Tra il Tom che
consola la figlia dalla paura del buio e il Tom che uccide non c'è
differenza. Il cuore spaventoso del film sta nel non esprimere alcun
giudizio sul suo protagonista: è la psiche di un uomo malato che è stata
messa in scena o semplicemente la psiche di un uomo? Quella totale
indifferenza nei confronti della vita e del mondo può prodursi in chiunque?
La violenza vissuta come fatto naturale, poco importante, può essere
prerogativa di ogni uomo e di ogni donna?
Giudizio:
  (legenda).
di Valentina Alfonsi. 26 settembre 2007. |