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David Locke giornalista televisivo anglo-americano è inviato in Africa
settentrionale per trasmettere al suo paese informazioni su una delle
numerose guerriglie politiche che infiammano il Sahara. Nell’Hotel dove
alloggia conosce e fa amicizia con David Robertson commerciante d’armi.
Durante una notte afosa Robertson, malato di cuore, muore improvvisamente di
infarto rimanendo a lungo riverso nel suo letto. Locke si accorge per primo
del cadavere e approfittando di una certa somiglianza con l’amico ne assume
l’identità. Falsifica quindi con efficacia tutti i documenti di
riconoscimento.
Il film per i media può sembrare datato ma per la psicanalisi no.
Antonioni comunica emozioni di tipo introspettivo articolando anche pulsioni
di morte legate a questioni esistenziali enigmatiche. Problemi storicamente
riconoscibili. Oggi questa pellicola sarebbe destinata ad un insuccesso di
pubblico e forse anche a un disinteresse del punto di vista della critica
cinematografica. Non è infatti un film che nella sua sceneggiatura mostri
preoccupazioni “spettacolari”. Inoltre non coltiva emozioni da suspense o da
sensualità intricata. Il disagio però è ben precisato e si situa tra le
righe di una scrittura ordinaria del quotidiano. La donna nel film è ben
presente ma rimane un oggetto desessualizzato probabilmente per favorire la
messa a fuoco del disagio identitario. Senz’altro questa pellicola verrà
riproposta nei cinema d’“essai” e nella televisione in seconda serata perché
è stato riconosciuta a suo tempo come un capolavoro, un “giallo che
si porta addosso un mistero” (Morandini). Buona è la sua capacità
comunicativa “altra”: quella più legata ai paradossi del dominio
dell’inconscio sull’“io”. Poco può dire in un film di questo genere la
chiarezza convenzionale dominata dalla coscienza critica.
Non ci sono parole per descrivere la crisi di David Locke, non ci sono oggi
come non c’erano al tempo in cui è uscito il film, c’è solo un movimento di
macchina preso senza tempo nei rumori della realtà, impercettibili, esaltati
dai piani sequenza, riprese drammatiche che risulteranno più forti del
verbo, esse nello stesso tempo commuovono e impauriscono lo spettatore che
finisce per trovarsi testimone oculare di un’esistenza altra che proprio
perché lo riguarda lo risospinge con il pianto nel suo mondo più
ipocrita.
Alcuni significati più generali del film si possono reperire solo con la
conoscenza del contesto storico in cui il film nasce.
L’arte cinematografica è anche un calarsi ingenuo nel linguaggio inconscio.
Alcune questioni interiori, presenti nei personaggi dell’epoca in cui si
svolge il film, vengono portate alla luce con un paziente lavoro di
ricostruzione delle pagine storiche che racchiudono la vicenda. Uno sfondo
che rimane fedele alle apparenze di un’epoca ma mostra i punti oscuri,
invisibili del lavoro della morte. Ne scaturisce l’individuazione di
una caduta del senso positivo per la vita e della professionalità del
protagonista a vantaggio dell’emergere di pulsioni di morte oniriche che non
rinunciano al gioco di identificazioni con figure fantasmatiche. Gioco che
crea nuovi desideri. Desideri veri ma privi di un oggetto reale,
destinati quindi alla delusione e poi alla tragedia. Passando da giornalista
a venditore di armi Locke sperimenta l’ebbrezza di essere un altro per l’altro.
In un certo senso il suo inconscio ha già scelto il delirio e la morte
come estreme risorse di piacere a dispetto di una razionalità che non riesce
più a dare soddisfazioni.
Penso che abbia senso oggi riproporre queste brevi riflessioni sul film,
forse perché si può intendere meglio a distanza di tempo anche qualcosa del
cambiamento culturale e sociale avvenuto dal 1975 ai giorni nostri. In
particolare si precisa qualcosa che riguarda le linee di frattura
generazionale sia nel costume professionale che politico del post ’68. Ciò è
evidente nelle suture avvenute lungo la lacerazione di un malessere creato
dal crollo delle ideologie del ‘68. Effetti che portano al ritorno nel
privato personale. Il film mette in rilievo il fallimento di una identità
unidirezionale nel sociale utopico basata sulla famiglia, il progresso
sociale, la soddisfazione professionale. Temi che caratterizzavano gran
parte dei progetti di vita degli anni ‘70.
Con la sua nuova identità che ha
il sapore della trasgressione Locke vaga senza una meta precisa,
abbandonandosi sullo sfondo di in una ambigua illusione al piacere della
morte della sua vecchia identità troppo razionalizzata dai compromessi. Una
nuova identità che viene vissuta come gioco del mistero esistenziale
inconscio, come arte della sessualità sublimata: le cose si svolgono contro
il destino reificato dell’Io fino a divenire morte reale. In una
rinascita altra messa in gioco solo per pochi istanti: anche l’altrove,
pensato come alterità priva di ansie, risulta “invivibile”. Lascia solo il
tempo di intravedere l’abisso, segnato di storia, che affligge il suo Io.
La coscienza del proprio passato cerca la via della soddisfazione. In questo
caso la esige al prezzo della morte.
Giudizio:
   (legenda).
di Biagio Giordano. 11 gennaio 2008. |