|
Probabilmente il regalo migliore che Federico Fellini ci ha lasciato è il
tentativo “di liberare l’uomo dalla paura della morte”. In primo luogo, è
una visione del mondo permeata dal grottesco la chiave per raggiungere lo
slancio verso la vita immortale. Nel cinema felliniano ritroviamo sempre
un’atmosfera grottesca che riprende l’accezione del termine data da Michael
Bachtin: quella di sentire e concepire la vita come una grande festa
popolare carnevalesca dove in una sospensione temporale della vita
quotidiana sono aboliti i confini tra realtà e immaginazione.
Facendo scorrere la filmografia felliliniana queste suggestioni grottesche
si rivelano al loro massimo grado nel capolavoro Amarcord, opera che
ha fatto vincere al suo autore nel 1973 il quarto Oscar come miglior film
straniero. Già nell’indimenticabile sequenza iniziale de Amarcord
Fellini restituisce, infatti, allo spettatore una partecipazione infantile e
gioiosa al mistero dell’universo. Qui in una visione surreale, potenziata
dal cromatismo bianco – azzurro dalla fotografia di Giuseppe Rotunno e dalla
freschezza della musica di Nino Rota, la discesa dal cielo delle “manine”, o
per meglio dire dei pollini, che annunciano il ritorno della primavera,
riporta l’allegria tra gli abitanti di Rimini, città natale dl regista. La
sera stessa dell’arrivo delle “manine” Fellini dà il via ai festeggiamenti
in una sorta di goliardico rito rinascimentale, a cui partecipano tutti i
personaggi del film.
Agli antipodi dei più mortuari Fellini – Satyricon (1969) e Il
Casanova di Federico Fellini (1976), Amarcord si presenta,
quindi, immediatamente come un film visionario e magico, dove tutto si
trasforma in festa poiché l’umorismo, la buffoneria e il divertimento hanno
sempre il sopravvento sulle immagini di morte che si celano nella pellicola.
Questo spirito felliniano di rinascita trova proprio il suo momento
culminante nei festeggiamenti, visivamente straordinari, dai tratti circensi
nella piazza principale di Rimini con il falò del fantoccio della strega che
rappresenta la fine dell’inverno e la nascita della primavera.
Di qui l’ambivalenza morte – vita che ne Amarcord fa lievitare
poeticamente la realtà del mondo, facendo accedere lo spettatore a un
eterno ciclo vitale in grado di dare tutte le volte una nuova linfa
all’universo. Tale successione rigenerativa si palesa con grande incisività
in altrettante memorabili sequenze della pellicola: il pavone in mezzo alla
piazza ricoperta dalla neve; la nebbia autunnale che distorce le ombre,
creando figure di giganteschi animali; il passaggio notturno del
transatlantico Rex nel mare di Rimini; il gruppo di ragazzini che si mette a
ballare davanti alla desolazione invernale del Grand Hotel di Rimini; il
funerale dalla madre di Titta a cui fa seguito, in chiusura del film, il
matrimonio della Gradisca, mentre dal cielo piovono di nuovo le “manine”,
scandendo l’inizio di una nuova primavera. In una fine che si converte in un
nuovo inizio nel ciclo continuo delle stagioni risiede, allora, tutta
l’universalità del cinema felliliano. In questo senso giungono a proposito
le parole dello scrittore Italo Calvino che in Autobiografia di uno
spettatore ammette che “il film di cui ci illudevamo d’essere solo
spettatori è la storia della nostra vita”.
Non dobbiamo, poi, scordare che Amarcord, dopo I Vitelloni, il
suo primo successo internazionale datato 1953, è per Fellini è il più vivido
viaggio memoriale alla ricerca delle sue radici provinciali (il titolo del
film deriva dall’espressione dialettale “A m’arcòrd”, mi ricordo). Difatti,
il punto di vista principale de Amarcord è affidato all’alter ego
del regista, il giovane rocambolesco adolescente Titta (Bruno Zanin),
cresciuto, come Fellini, con un’educazione cattolica e una retorica
fascista. È, tuttavia, la dimensione corale quella che prevale nel corso
della pellicola, come avviene, del resto, nella maggior parte dei film di
Fellini (su tutti ricordiamo il girotondo finale de Otto e mezzo con
tutti i personaggi del film che si tengono per mano, uniti verso la stessa
meta). E in Amarcord a Fellini, grazie al suo linguaggio di grande
immediatezza, bastano pochi tocchi per creare una scanzonata e variegata
umanità. Così, rimangono ben impressi nella memoria dello spettatore
personaggi come Teo (Ciccio Ingrassia), lo zio matto di Titta, che riesce a
essere tenuto a bada solo da una suora nana; i genitori di Titta, Miranda e
Aurelio (i bravissimi Pupilla Maggio e Armando Brescia), che con la loro
bonaria simpatia rappresentano i valori contadini della terra romagnola; il
burbero preside fascista e la rigidissima professoressa di matematica del
liceo di Titta, che nella loro chiusura mentale contrastano con l’energica
vitalità dello scatenato gruppo degli alunni (tra cui un giovanissimo Alvaro
Vitali). Ma, a dire il vero, tutti i personaggi della fervida e originale
cinematografia di Fellini meriterebbero di essere ricordati nella loro
antologia di volti, ai quali il regista talvolta associa volgarità, talvolta
mediocrità, talvolta onirica purezza originaria, talvolta ingenuità,
talvolta egoismo e talvolta tenerezza.
Un discorso a parte merita, ancora, la sguardo di Fellini verso la figura
femminile. La voluttuosa Gradisca (Magali Noёl), la ninfomane “Volpina” (Josiane
Tanzilli) e la gigantesca Tabaccaia (Maria Antonietta Belluzzi) de
Amarcord seguono le orme de Sylvia (Anita Ekberg) de La Dolce Vita
(1960) e della Saraghina (Eddra Gale) e della Carla (Sandra Milo) de Otto
e mezzo (1963). Si tratta di donne carnali, animalesche e
sensuali che bruciano di vita (“Me la sento già addosso la primavera”, dice,
ad esempio, la Gradisca), lontane da qualsivoglia stereotipo romantico di
eroine armoniche e statuarie. Si ha, pertanto, l’impressione che le tre
donne de Amarcord con le loro forme debordanti e la loro capacità di
dare la vita simboleggino per Fellini un ancoraggio all’ordine naturale e
generativo del mondo che si afferma, attraverso le tre erotiche
protagoniste, come potenza e abbondanza della vita e dei suoi doni.
In Amarcord questa forza vitale si esplicita, allo stesso tempo,
nella capacità delle classi popolari di liberarsi di ogni schema sociale
precostituito attraverso il gioco e lo scherzo. In particolare, c’è una
scena dove la serietà della cultura ufficiale viene messa alla berlina da
“forze basse”. E’ quella in cui il poeta, rivolto verso la macchina da
presa, decanta allo spettatore le bellezze artistiche di Rimini, ma la sua
orazione viene interrotta più volte da anonime “puzzette”. Similmente al
cinema di Pier Paolo Pisolini, si smarriscono, perciò, distinzioni di classi
e gerarchie ufficiali a vantaggio di una contaminazione democratica tra
tutti i personaggi della pellicola, messi da Fellini sullo stesso piano
senza distinzione di ceto sociale.
Per gli animi più sensibili Amarcord resta, dunque, un film
affamato di vita che vuole aprirsi al contatto con gli altri esseri umani
alla ricerca di un universo utopico. La felicità che ci trasmette incanta
ancora oggi.
Giudizio:
    (legenda).
di Maria Grazia Rossi. 13 marzo 2008. |
|
Sebbene Fellini abbia scritto che Amarcord è il più autobiografico dei suoi
film,un filo unisce l’opera a I vitelloni(1953). Il film è un recupero di
immagini nella palude dolciastra dei ricordi d’infanzia,come dice il
titolo,che vuol dire “Mi ricordo”. Ma l’autobiografismo non si risolve in
nostalgia, ma assume le sfumature di una poesia con emozioni semplici e
sentimenti pudici: ad esempio la sequenza della morte e dei funerali di
Mirando,madre di Titta.
Opera di grande maturità,riesce a fondere perfettamente realtà e
fantasia,dolcezza e amarezza. Amarcord è un film tenero,ricco di
straordinarie soluzioni visive. L’apparizione di un pavone sotto la neve
diventa l’emblema di un mondo senza spazio e senza tempo;lo spettacolo della
nebbia a Rimini apre un’ovattata parentesi di oblio;la neve è il ritorno
alla fiaba;il volteggiare delle manine di lanugine vegetale scandisce il
passaggio degli anni e delle stagioni;il falò delle fogarazze assume un
valore rituale. Indimenticabile lo zio di Titta,che,rifugiato su un albero
durante una gita in campagna,grida”Voglio una donna” e la Gradisca,archetipo
della femminilità e di un goffo erotismo provinciale privo di malizia.
Favolosa è la visione del Rex,che sembra uscito da un sogno e scivola nella
notte con tutte le luci accese . Ecco la trama: in una cittadina italiana
situata sul mare,luogo di vacanze durante il periodo fascista,l’arrivo della
primavera è annunciato dal riapparire delle manine,bianchi batuffoli
lanuginosi,che il vento solleva nella zona . Aurelio Biondi rimprovera suo
figlio Titta,un giovane ragazzo,per il fatto che non lavora e sua moglie
Miranda manda Titta dal parroco per confessarsi. Il prete gli chiede se si
masturba; la domanda provoca una serie di ricordi erotici e di fantasie,come
quelle della Volpina,una prostituta. Dopo un’adunata fascista organizzata
per salutare una personalità del governo in visita nella cittadina, la
polizia si comporta con una certa brutalità nei confronti di alcuni
cittadini,come il socialista Aurelio. Al Grand Hotel, elegante e vistoso, si
racconta di un incontro tra un’attraente parrucchiera,la Gradisca, e un
principe di passaggio, e di un venditore ambulante invitato a visitare
l’harem di un emiro. Quando i Biondi prelevano lo zio Teo dal manicomio a
fare un picnic, l’uomo si arrampica su un albero e continua a chiedere una
donna,fino a quando una suora nana,venuta dal manicomio,lo persuade a
scendere. La gente della città va in barca a cercar di vedere nella nebbia
il Rex,una nave. Titta ottiene il permesso di succhiare i capezzoli di una
formosa tabaccaia,dopo che diverse volte è riuscito a sollevare il suo corpo
immenso. Dopo una nevicata,Mirando Biondi muore in ospedale e viene
seppellita dalla famiglia. A primavera,quando le manine tornano ancora una
volta nell’aria, Gradisca sposa un carabiniere e un banchetto all’aperto
celebra l’avvenimento.
Film indimenticabile
Giudizio:
   (legenda).
di Sara Memmi. 14 marzo 2008. |