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Quest’opera di Kubrick è
stata riconosciuta da molti critici come il più grande capolavoro
fantascientifico degli anni 60’ e 70’.
Sono passati 37 anni dall’uscita di questo film, a parte il piacere del suo
valore estetico che non teme il tempo viene da chiedersi quanto delle
problematiche che la pellicola poneva alla sua uscita hanno relazioni etiche
e scientifiche con il mondo di oggi.
L’arco di tempo che va dal 1968 al 2004 è’ stato indubbiamente un trascorso
di anni ricco di evoluzioni scientifiche e tecnologiche straordinarie in
particolare nel campo dell’informatica e della robotica. Basti pensare che
non siamo molto distanti dalla realizzazione del robot con fibre composte da
neuroni informatizzati. Queste nuove possibilità di assemblaggi potrebbero
dare alle macchine emozioni e perché no una primitiva coscienza, se non
altro come effetti di errori umani nella programmazione degli automi. Il
calcolatore Hal 9000 uno dei protagonisti del film non si comportava come se
avesse delle emozioni, cioè non aveva un’attività emozionale programmata,
bensì esprimeva tracce di un sentire umano vero. Il risentimento
incontrollato che Hal prova all’esclusione delle sue funzioni decisa dai due
astronauti dopo il suo grave errore, è tipicamente umano. Umane sono anche
le reazioni pratiche che ne conseguono che portano ad aggravare la sua
situazione. Infatti dopo l’esclusione il comportamento di Hal non è più
logico e coerente con le finalità della missione. L’elaboratore cercando in
seguito di uccidere gli astronauti antepone un proprio sentimento di odio
agli interessi del viaggio. Fino ad arrivare ad una vera passione omicida.
Perché Hal si emoziona? Perché è divenuto simile agli uomini, ha
interiorizzato nelle sue fibre nervose, frutto di una probabile clonazione,
aspetti del comportamento relazionale degli esseri umani fino al punto di
provare piaceri trasgressivi, variante quest’ultima non prevista da chi lo
ha realizzato o ha investito nella sua realizzazione.
Hal rappresenta il tonfo filosofico di una scienza, quella occidentale
troppo legata a concezioni scientiste dell’universo. La missione su Giove
fallisce ma l’astronauta Bowman raggiungerà il monolito in un appartamento
stile rococò, in un’altra dimensione spaziale e temporale, non prevista da
chi ha investito nella missione. Altra dimensione perché frutto dell’es.
Una temporalità edipica in cui soggiacere piacevolmente e con stupore al
mito di un’intelligenza superiore. Bowman morendo nel letto stile rococò e
rinascendo vicino al pianeta terra diviene metafora dell’essenza
dell’itinerario umano dell’esistenza. Itinerario che appare sempre più
legato alla tragicità dell’edipo. L’assenza quasi totale della donna
nel film conferma le infinite varianti che la triangolazione edipica può
assumere nel suo gioco con il rimosso. Tragica gerarchia edipica quella del
film. Hal figlio trasgressivo di Bowman, Bowman figliol prodigo dell’ignoto
intelligente e soprannaturale espresso dal monolito, gerarchia che dà senso
ai paradossi dell’evoluzione umana e lega l’edipo alla tradizione
maschilista.
Evoluzione umana a volte priva della madre. Madre sottratta al
rapporto più vero e appagante con il figlio, per questo fonte di
inquietudine e mobilità pulsionale che il film utilizza per la sua macchina
narrativa. Il parricidio di Hal è simbolico, interiorizzato dalla conoscenza
degli umani con cui ha a che fare. Lo sguardo di donna è già soppresso o
rimosso, non può esistere nel film, questa è la condizione per avvertire la
musica del silenzio che Kubrick avvalora esteticamente con gli insoliti
rumori prodotti dall’uomo nello spazio. In un contesto di figure
multimediali liberate su uno sfondo nero che evoca la castrazione come
metafora della scomparsa della donna.
Rivedendo questo film si rimane sorpresi dalla sua attualità e modernità estetica. L’architettura
stessa delle macchine spaziali e delle loro sale operative protagoniste
delle scene sembra resistere al tempo, solo la forma delle tute e dei caschi
mostra le crepe del tempo. Il saggio indugiare della macchina da presa in
innumerevoli inquadrature ricche di geometrie convergenti dà tempo
all’occhio di apprezzare i particolari.
Oggi alle soglie di grandi e importanti applicazioni dell’intelligenza
artificiale abbinata ai prodotti della clonazione vien da chiedersi se
l’“Odissea” umana può trovare nello spazio interplanetario un motivo di
creatività che dia alle passioni edipiche un campo di articolazione. Forse
il sapere racchiuso nello spazio interplanetario è più enigmatico e
misterioso di quanto la scienza possa immaginare. Ecco allora saltare
regolarmente qualcosa dell’impianto scientista. Filosofia ideologica quest’ultima
che è costretta a fare i conti con uno stato naturalmente artistico della
coscienza umana.
Giudizio:
   
(legenda).
di Biagio Giordano. 11
Novembre 2007. |