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"UN
VIAGGIO SENZA ETA'" - Secondo l’ Apocalisse di San
Giovanni il settimo sigillo è quello che, una volta aperto dall’ angnello,
cioè da Cristo, svelerà il mistero della vita. Un tema caro a Bergman,
insieme a quello di trovare un senso alla propria vita e a quello dell’
estenuante e continua ricerca di Dio, che sfociano in questo bellissimo e
simbolico viaggio di cui è protagonista il cavaliere Block assieme al suo
scudiero.
I due attraversano un medioevo (la scelta del periodo non è casuale)
devastato dalle crociate, pieno di ombre, oscurità, dubbi e paure, in cui
prendono vita flagellanti, villaggi deserti, povertà, la caccia alle streghe
e saltimbanchi felici. Ciò che rende incredibile questo viaggio è la
presenza della morte, che si presenta al cavaliere all’inizio del film e che
lo seguirà fino alla fine. È giunta l’ora Block, è scaduto il suo tempo,
deve morire. Il cavaliere accetta il suo destino, ma chiede tempo, tempo per
giocare un’ultima partita a scacchi e tempo per capire, per conoscere e
trovare Dio.
Il viaggio, quello della conoscenza e della ricerca, che affronta Block non
è solo il suo, né solo quello di Bergman, ma di tutti quegli uomini che
hanno la necessità di spingersi fino a Dio e di toccarlo. Ma la ricerca non
è affatto facile: interpretando la filosofia di Nietzsche, Bergman sembra
dirci che questo è un mondo in cui c’è un Dio muto, ma gli uomini non devo
smettere di ascoltare e capire il suo silenzio. Il silenzio di Dio sa
parlare, come dice la Morte a Block.
Cos’è la vita, cos’è la morte, chi è dio, questi sono i dubbi che hanno
attraversato Bergman tutta la vita, dubbi che traspaiono nel volto stanco di
Block. Vuole toccare Dio, non solo con la fede ma anche con la ragione,
quella cosa che tutto muove ma che non ha la forza di arrivare fino al
mistero di Dio. Quindi, alla fine, il cavaliere sembra rimanere senza
risposte, che, probabilmente, arriveranno solo con quella bellissima e
armoniosa danza finale condotta dalla Morte. Essa infatti non è altro che
il non essere, la fine della sofferenza e la risoluzione di tutte le
domande.
Ma in un clima di incertezza e disordine, per il mondo c’è ancora speranza,
almeno l’illusione della speranza, rappresentata dalla sequenza in cui una
famiglia di saltimbanchi, ignara di ogni cosa, consumano con il cavaliere
una sorta di comunione, con latte e fragole. La salvezza e la speranza sono
ancora possibili, nonostante la Morte continui inesorabile a muovere le
pedine sulle sua scacchiera.
Giudizio:
   
(legenda).
di Federica Serfilippi. 2
Novembre 2007. |
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Il settimo sigillo
di Ingmar Bergman, uscito nel 1956 in un’epoca di rigide appartenenze
politiche e religiose, è uno dei più coinvolgenti film filosofici
degli anni ’50 e ‘60. In questo film Bergman si esprime ancora in modi stilistici vicino al
teatro, alternando però al fitto dialogo una straordinaria cura della
fotografia ammirabile nei volti dei personaggi e nel paesaggio della natura
svedese.
Nel ricco simbolismo del film si possono scorgere, a tratti, innesti
figurativi di origine espressionista, come la famosa scena di
disperazione di Blok che vede il cavaliere confessarsi con la morte
(nelle vesti di un monaco), anziché con un sacerdote vero, forse nel
difficile tentativo di trovare risposte più certe ai suoi interrogativi.
Con queste felici combinazioni espressive, magistralmente supportate d una
sceneggiatura erudita ma ben semplificata, il regista svedese riuscirà a
rappresentare con acume la vita simbolica e onirica svedese del tredicesimo
secolo, un’epoca ancora fortemente influenzata dal misterioso potere del
sacro. Bergman con questo film si avvicina, in modo superlativo, alla
perfezione stilistica a lungo ricercata.
Nella sua vita di artista il regista svedese si dedicò dapprima alla regia
teatrale lavorando appassionatamente come soggettista e sceneggiatore in
collaborazione con Alf Sjoberg e Gustav Molander, da questa esperienza
Bergman trarrà ispirazioni per formulazioni cinematografiche di notevole
pregio, tra queste risplenderà per sublime forma proprio Il settimo
sigillo. Questo film rappresenta uno dei lavori più significativi di
Bergman, egli ne è anche autore letterario e teatrale.
Il regista svedese giunge a realizzare quest’ opera nel 1956, dopo
una serie di pellicole che vedevano maturare velocemente le sue capacità sia
nella regia sia nella costruzione di suggestivi scenari confessionali.
Il Settimo sigilloè un magistrale percorso nei meandri più vivi e inquieti dell’animo umano.
Il film si affermerà in tutto il mondo per la riuscita tecnica del dialogo
interiore e la chiara formulazione di alcune questioni filosofiche e
religiose. Bergman svolge temi di forte impatto emotivo, con lucidi
riferimenti autobiografici, ma è sempre attento a cogliere anche la validità
storica di un enunciato visivo, fedele al suo impegno verso una creazione
cinematografica che richiami a un dialogo vivo le parti più buie o ombrose
della personalità degli spettatori.
In quest’opera di Bergman i temi sulle inquietudini umane legate al senso
della vita e all’identità religiosa saranno svolti con ammirevole sobrietà,
senza mai indulgere in complicate formulazioni filosofiche o regredire in
toni consolatori.
La genialità di Bergman sta nell’aver colto nei vari temi la loro dimensione
temporale, intesa come interesse filosofico che attraversa ogni epoca senza
mai fermarsi.
A distanza di anni il film non sembra perdere la sua carica suggestiva e la
validità dei contenuti, anche se oggi i suoi messaggi e i modi espressivi
che lo animano sono percepiti in una diversa prospettiva critica, molto
lontana da quella dei critici di allora che amavano spesso vedere la
filosofia nelle vesti di protagonista dei film.
Il film è ambientato in Svezia nel 1300 in un contesto storico medioevale
impregnato di forti fermenti religiosi. L’opera in bianco e nero riesce a
creare un’atmosfera mistica straordinaria alla cui forza suggestiva
contribuiscono anche le splendide riprese della natura svedese.
Le coordinate figurative e musicali ispiratrici del film sono: I Carmina
burana che sono poesie-canzoni medievali goliardiche i cui testi sono
stati rinvenuti nel 1803 a Brno antica Buranum detta anche Beuren sotto
l’impero austriaco, musicati da Carl Orff (1895-1982) in pieno novecento,
l’orientamento musicale dei Carmina burana da alcuni critici è
considerato, dal punto di vista estetico, vicino alla sensibilità ideologica
filo-nazista. Poi il dipinto Il cavaliere, la morte, il diavolo di
Durer, il dipinto Il trionfo della morte attribuito a Orcagna (Andrea
di Cione 1343-1368, Firenze) che nel film trova espressione insieme ai
famosi dipinti medievali sul trionfo della morte nella mitica scena
della processione dei flagellanti, le Incisioni in legno di Hans
Beham, e il lavoro teatrale di Bergman in atto unico: Pittura in legno
del 1955.
Le immagini brillano di una forza onirica e simbolica senza pari suscitando
un’affascinante evocazione dell’antico. Alla loro formazione hanno
contributo le vecchie e numerose chiese svedesi nonché le grandi
biblioteche nazionali.
Di rilievo nel film sono anche gli aspetti ritualistici e mistici della vita
popolare, in parte desunti dalla storia religiosa e mitologica dell’epoca.
Essi raggiungono un apice espressivo nelle scene della
flagellazione-autopunitiva e nelle innumerevoli rappresentazioni legate alla
danza della morte: importante motivo pittorico medievale. Con
questo film Bergman dimostrerà di aver imparato a districarsi bene in quei
numerosi meandri tecnici in cui avviene la traduzione in immagini di
concetti complessi, egli infatti, con grande lavoro, ha selezionato
intelligentemente numerosi simboli e figure tratte dall’arte e le ha
accuratamente intercalate con dialoghi molto diretti e ricchi di pathos.
Il 7° Sigillo
susciterà un forte interesse di critica. Stimolerà per anni dibattiti e
scritti in ogni parte del mondo.
Da un punto di vista un po’ più esistenziale Bergman rifiuta di dare con
questo film risposte certe, s’impegna soprattutto in una costruzione chiara
e suggestiva dell’enigma dell’esistenza, ponendosi al di là di ogni
soluzione sicura e confortante. Il
settimo Sigillo rappresenta lo
smarrimento angosciato dell’uomo sulla soglia della vecchiaia e prossimo
alla morte. Una figura triste e inquieta, ben incarnata dal personaggio del
cavaliere Blok. Il film è girato in Svezia a Hovs Hallar riserva naturale di
Skane lan.
Il capolavoro di Bergman narra la storia del cavaliere Blok e del suo
scudiero Jons di ritorno dalle crociate in terra santa. La pellicola
inizia inquadrandoli sulla spiaggia svedese, dove è approdato il loro
vascello, i due sono prossimi a intraprendere un lungo cammino verso il
proprio castello, dove gli attendono i familiari. Sulla spiaggia Blok,
all’improvviso, intravede la morte, personificata da un monaco
dal saio nero, dopo un momento di stupore essa gli annuncia la sua
prossima fine. Il cavaliere turbato vuol prendere tempo per capire di più
dei misteri della vita. Sfida quindi la morte a scacchi. Proseguendo lungo
la costa Blok e Jons incontrano la morte reale rappresentata dalla
peste che flagella i paesi della zona; più in là nella campagna scorgono un
carrozzone di saltimbanchi sorridenti, simbolo di vita e incarnazione della
felicità; è una coppia di attori girovaghi intenti ad accudire amorevolmente
il figlio piccolo. Nasce subito una bella amicizia tra Blok e gli artisti
girovaghi. Una simpatia confidenziale che diventerà una chiave per
capire ciò che la narrazione del film racchiude. Blok inizia un rapporto con
loro ricco di amore e gesti significativi, cose che trascineranno
all’improvviso lo spettatore in una dimensione di pace. Da questo momento
nel film si gusta tutto il sapore del contrasto sfumato tra vita e morte.
Con quell’amicizia i pensieri di Blok sulla morte sembrano attenuarsi e
s’impone a lungo nella sua coscienza l’allegra immagine di vita campestre
dei saltimbanchi; una famiglia di attori, felice, con poche cose,
indimenticabile per la gioia che trasmette. Essa è protagonista di
splendide sequenze sceniche, ricche di pace e d’amore in una campagna
fiorita che sembra in grado di donare l’immortalità. Quel rapporto porterà
Blok alla decisione di spingere la propria elaborazione esistenziale alle
estreme conseguenze. Nel racconto del film un tragico evento naturale, come
quello della peste, accelera nel cavaliere un ripensamento filosofico
sulla propria vita. Il cavaliere Blok, dopo un lungo peregrinare, si trova
prigioniero di forti ossessioni, connesse enigmaticamente al senso
della sua vita passata. Esse sono costituite da pensieri di rimpianto e di
colpa. Il cavaliere ha sempre cercato una vita a propria misura: lontana da
quei sentimenti di fraternità e di amore verso il prossimo che secondo la
tradizione avvicinano all’amore più grande, quello verso Dio. Dio diventa
una figura carica di un potere nuovo, una forza giudicante ultima che
lo interroga sul senso etico della vita. Non è più il Dio che immaginava da
giovane: riflesso deformato di un narcisistico sguardo allo specchio. Il suo
io si anima di ricordi colpevoli. Essi diventano poesia intrecciata di
lirismo. Immagini che vogliono allontanarsi sempre più dal suo precedente
egoismo di giustiziere: vissuto e coltivato per la propria gloria, lontano
da ogni forma di amore per gli altri. Ma Blok è solo, i suoi pensieri non
trovano ascolto. Solo la morte, ponendosi tra la vita e l’ignoto,
sembra in grado di dire qualcosa di più intorno all’esistenza di Dio. Ma
essa dialogherà con Blok solo sulla vita, in una forma da confessionale,
calcolando il bilancio esistenziale di un vissuto.
Scene di amore e morte, speranza e sofferenza, solitudine e ricerca
disperata di Dio, s’intrecciano imperiosamente creando raffigurazioni
abbaglianti, vicine al delirio e interrogativi esistenziali di grande
portata poetica ed evocativa. Mai la suggestione-delirio è casuale o oscura
nelle opere di Bergman, essa si lascia leggere per quello che rappresenta e
invoca, tra le pieghe di un senso storico la cui influenza sul presente di
oggi non accenna a spegnersi.
In Blok sembrano destarsi antiche e sofferte verità, non accetta le immagini
del suo passato, la sua è una forma di dolore che troverà pace solo in
un’espiazione redentrice. Il dovere di salvare gli artisti girovaghi dalla
morte gli offrirà l’occasione giusta per redimersi.
La morte personificata dal monaco non darà risposte agli
interrogativi del cavaliere, le domande esistenziali di Blok cadranno
nel vuoto, e non riuscirà a conoscere ciò che interroga da secoli quella
parte dell’animo umano che più è protesa verso Dio e l’immortalità. Blok
dovrà accontentarsi di un “…forse Dio non esiste” pronunciato sommessamente
dalla morte a una sua domanda precisa.
Le angosce procurate in Blok dalle mancate risposte svaniranno quando il
cavaliere riuscirà a salvare i girovaghi dalla peste. Blok li porterà verso
il suo castello, in una zona lontana dai flagelli del male,
riscattandosi così dal senso di colpa per aver scelto di affrontare la vita
con estremo egoismo. Salvandoli e facendo sì che l’immagine della loro
felicità riuscisse a conservarsi nel tempo Blok risorge, la sua vita
interiore si trasforma, anche se solo per un tempo breve. Il cavaliere può
avviarsi sereno verso la morte.
Il film trascina nel buio dell’esistenza-mistero che affligge l’uomo
prossimo alla fine, lo fa dando la sensazione di voler far precipitare gli
interrogativi filosofici nel vuoto. Nonostante l’atmosfera cupa e drammatica
della prima parte del film Bergman con un colpo di genio farà prevalere,
nello scioglimento dell’intreccio, una soave leggerezza, insperata, una
sorta di melodia legata alla riscoperta delle piccole cose animate
dall’amore filiale, così come espresso dagli artisti girovaghi. Bergman
sembra voler sciogliere ogni tensione esistenziale faticosamente costruita
in due terzi del film e crea a proposito una sorta di fluido empatico con
la natura, con quella parte della natura più presente nell’uomo, e che è
simile alla vita e alle trasformazioni cui vano soggetti i campi fioriti.
Un finale davvero struggente, ardente di poesia. Un viaggio tra le passioni della vita, lungo
le numerose sfaccettature delle vicende umane.
Giudizio:
   
(legenda).
di Biagio Giordano. 21
Novembre 2007. |