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Si sa che il nome di Frank Capra è sinonimo di alti valori morali intrisi
con una genuino ottimismo. Sostenitore ad oltranza del New Deal roosveltiano
, il cinema del regista di origini siciliane è stato identificato dai suoi
detrattori con un certo populismo e paternalismo conservatore. Tuttavia, se
queste considerazioni possono eventualmente valere per le sue favole
utopistiche (Signora per un giorno, Orizzonte Perduto, L’eterna illusione,
La vita è meravigliosa, Angeli con la pistola), con la trilogia incentrata
sull’uomo comune (E’arrivata la felicità, Arriva John Doe, Mister Smith va a
Washington) la speranza dà gradualmente spazio a una cresciuta corrente di
dubbio.
In particolare, nel capolavoro Mister Smith va a Washington (candidato a
undici premi Oscar e vincitore per la migliore sceneggiatura) Capra vede la
società americana lacerata contemporaneamente da forze opposte di
distruzione e rinnovamento, mentre il “buono” e il “cattivo” sono
personificazioni delle stesse motivazioni. Andiamo con ordine. Il
protagonista della pellicola è il giovane Jefferson Smith (un impareggiabile
James Stewart), leader dei boy – scout del Montana, che viene scelto,
proprio perché così naif, per completare il termine del mandato di un
senatore deceduto inaspettatamente. Sebbene Smith non lo comprenda subito,
il suo nuovo incarico l’ha fatto naufragare al centro della potente macchina
politica di Taylor (l’attore Edward Arlond, il grande antagonista de
L’eterna illusione e Arriva John Doe che con i suoi effetti di calcolata
crudezza si assicura sempre la presa emotiva sullo spettatore), un potente
uomo d’affari a cui appartengono non solo grandi parti delle industrie e dei
media, ma anche dei politici, tra cui il personale eroe di Smith, il
senatore Joseph Paine (un Claude Rains intenso come non mai). Taylor si
aspetta che prima o poi Smith cada nelle sue fila, ma sarà una previsione
errata. Quando Smith propone al senato di finanziare un campo nazionale per
ragazzi nello stesso sito dove Taylor progetta di costruire una diga, il
nostro protagonista si scontra con il gruppo politico. Taylor offre a Smith
una carriera nel senato per la vita, se voterà a favore della legislazione
che autorizza la diga, ma il giovane senatore, scioccato dall’offerta di
Taylor, rifiuta di compromettere i suoi ideali. Eseguendo gli ordini di
Taylor, Paine presenta false prove che accusano Smith di aver comprato la
terra destinata al campo per i suoi profitti personali e propone la sua
espulsione dal senato.
Il mondo sembra, così, aver perso il suo centro morale e Smith sente il peso
della slealtà che si è abbattuto sopra di lui. Prima di lasciare Washington,
visita il Memoriale di Lincoln (ora scuro e immerso nell’ombra, in contrasto
alla sua prima visita quando era proiettato in un’eterea luce bianca).
Mentre siede solo, è sorpreso da Clarissa Saunders (Jean Arthur), la sua
segretaria al senato. Come le altre eroine della trilogia sull’uomo comune
(Barbara Stanwyck ne Arriva John Doe e sempre Jean Arthur ne E’ arrivata la
felicità), Saunders inizia il film come una cinica mercenaria che
immediatamente taccia l’eroe di ipocrisia e cerca di disilluderlo dai suoi
propositi “buonisti”; ma di fronte alla sua intensa grandezza d’animo a poco
a poco si converte totalmente a supportarlo nei suoi ideali. La protagonista
femminile convince Smith che lasciare Washington senza lottare rappresenta
una pericolosa vittoria per la macchina politica corrotta dal momento che
l’uomo ha responsabilità non solo verso se stesso e i ragazzi che lo
considerano un modello, ma anche verso l’intero concetto di democrazia
sfidato da Taylor.
Guidato da Saunders, il paladino di Capra va in battaglia. Fa ostruzionismo
contro il progetto di legge di Taylor, sperando di informare i membri
costituenti del Senato che l’uomo con i suoi meschini affari sta abusando
delle loro libertà democratiche. Di conseguenza, la sua inevitabile
espulsione dal senato avrà la funzione di una sorta di purgatorio che lo
forgerà per le future battaglie che lo aspettano.
Naturalmente, come in tutte le pellicole firmate da Capra (tranne L’amaro tè
del generale Yen) l’happy end ci sarà, sebbene la vittoria non sia fine a se
stessa. Perciò, dobbiamo andare più in là del trionfo realizzato da Smith e
partire dalla sfaccettata caratterizzazione di Paine, scisso fra la sua
freddezza calcolatrice e nobili sentimenti. A ben guardare, il film si
concentra più sulla crisi di Paine che su Smith. Infatti, sappiamo che Paine
è diventato adulto con la stessa fede democratica di Smith, ma, poi,
l’assassinio del padre di Smith, il migliore amico dello stesso Paine, ha
modificato le sue convenzioni: risolutezza e fermezza sono inutili in una
società irrimediabilmente disonesta e la lotta individuale non ha speranza
di opporsi. Così, Paine ha preferito compromettersi per potere servire lo
Stato in mille altri modi onesti. A questo proposito, può essere indicativo
il colloquio fra Taylor e Paine dove quest’ultimo indietreggia con uno
sguardo spaventato e un’andatura sussultante e incerta davanti agli ordini
di Taylor che, invece, domina al centro dell’inquadratura. Comunque, Smith,
come tutti gli altri eroi caprini, da Longfellow Deeds a George Bailey, è un
poeta del cuore e, quindi, per lui Paine non ha fatto altro che vendere la
sua anima a Taylor, diventando il paradigma di quello che avrebbe potuto
essere lo stesso Smith, se avesse accettato l’allettante offerta di Taylor.
D’altra parte, non dobbiamo mai dimenticare che, alla medesima maniera di
altri autori del cinema classico, quali Alfred Hitchcock e John Ford, le
tematiche di Capra sono sostenute da una profonda fede cristiana. Appare,
così, più facile capire come mai per il regista italo – americano il passivo
idealismo vale tanto quanto il più abbietto cinismo e gli ideali devono
essere costantemente e vigorosamente difesi, mentre allo stesso modo perdere
la fede è il più grande errore che si possa fare. Vogliamo concludere
ricordando l’analisi che Leonardo Gandini ha compiuto su Frank Capra.
Secondo lo studioso, per il regista dirigere un film significa orchestrare
in maniera fluida un racconto per immagini, di modo che questo risulti
originale e interessante grazie soprattutto a una galleria di figure e
situazioni capaci di attirare il pubblico.
Un doveroso consiglio finale: se non siete in vena di buoni sentimenti e
satire al latte e miele, astenetevi dal frequentare la filmografia di Frank
Capra. Come sempre tutto il segreto sta ad intendersi.
Maria Grazia Rossi, 6 dicembre
2006.
[Scheda
di Mister Smith va a Washington su IMDB.com]
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