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nell’ immaginario del cinema, è l’occasione propizia per
tracciare un profilo di uno dei registi hollywoodiani più
importanti sul panorama mondiale.
Nato a Cincinnati – Ohio il 18 dicembre 1946, Spielberg, figlio
di un tecnico di computer e di una pianista di origine ebree,
trascorre la sua infanzia in un ambiente suburbano nel New
Jersey, manifestando fin da piccolo un bruciante amore per il
cinema. In particolare, i film preferiti di Spielberg sono
quelli di John Ford, Frank Capra e Walt Disney, tre registi che
sapranno ispirare la sua futura mitologia cinematografica. Dopo
la separazione dei genitori che lo segna profondamente e il
trasferimento a Los Angeles, Spielberg s’iscrive alla California
State University, mentre inizia a frequentare la retrospettiva
di cinema organizzata dalla University of Souther California,
dove conosce George Lucas, il futuro regista della saga de
Guerre Stellari, con il quale
inizierà fruttuose collaborazioni e con cui rimarrà sempre
saldamente legato da una bella amicizia.
Per Spielberg il colpo di fortuna arriva nel 1965 quando
il successo del suo cortometraggio di 35 mm Amblin’ gli
procura un contratto di sette anni con la Universal Television
per dirigere una serie di telefilm, tra cui l’episodio pilota
della famosa serie de Il tenente Colombo. Il culmine di
queste prime esperienze televisive viene raggiunto nel 1971 con
il film - tv Duel, storia di un interminabile ed
inspiegabile inseguimento fra un’auto e un’autocisterna, che
viene distribuito a livello internazionale nelle sale
cinematografiche, riscuotendo apprezzamenti positivi soprattutto
in Europa. Duel è una sorta di road – movie dove
sono presenti in embrione i motivi ricorrenti, della filmografia
spielberghiana: personaggi assolutamente ordinari che si trovano
improvvisamente coinvolti in situazioni avventurose; la famiglia
come luogo d’intimità in frantumi a cui, comunque, tendere;
l’incontro e il confronto con il “diverso”; il rincorrersi
attraverso lo spazio di inseguitori e inseguiti; la simbologia
di una presenza divina che trascende la vita terrena; l’oscura
minaccia di un mondo tecnologico. Si tratta di elementi che
verranno sempre trattati da Spielbeg con un’intelligente unione
di tensione emotiva, pimpante senso dello spettacolo, sapiente
equilibrio fra commozione e autoironia, perfetta conoscenza dei
tempi del racconto e grande forza della messinscena.
Dopo Duel la carriera del nostro giovane regista prosegue
nel 1974 con un altro concitato road movie Sugarland
Express che vede protagonista una coppia di fuggitivi (Goldie
Hawn e William Artherton) alla ricerca del piccolo figlio,
affidato ad un’altra famiglia. La pellicola non ottiene il
successo sperato che sarà invece raggiunto dal successivo Lo
squalo (1975, uno dei migliori incassi al box- office
di tutti i tempi), tratto dall’omonimo romanzo di Peter Benchley.
Il film, che si presta bene a una rilettura del mito i Moby Dick,
impone Spielberg all’attenzione del pubblico di tutto il mondo,
facendolo diventare a soli ventinove anni l’ enfant prodige
dell’entertainment di pura evasione. Con Lo squalo
Spielberg affina la sua arte di creare suspence, giocando
sul fuoricampo cinematografico, uno stilema che sarà usuale in
tutta la sua filmografia. Per aumentare l’attesa nello
spettatore, il regista decide di non mostrare il gigantesco
“mostro marino” per grande parte del film, limitandosi a
realizzare delle soggettive dello squalo stesso che si aggira
sul fondo dell’oceano accompagnato dalla famosa e adrenalina
musica del grande John Williams (che diventerà il compositore
ufficiale dei film di Spielberg). Quest’ansia sotterranea crea
momenti di autentica paura e pervade la prima parte della
pellicola in previsione dell’indimenticabile inquadratura
shock: l’irruzione del primo piano dello squalo con i suoi
denti bianchi in perfetto accostamento con il primo piano di
Brody (Roy Scheider), il protagonista poliziotto, con sigaretta
bianca in bocca.
Lo spettatore avverte la stessa tensione di attesa dell’evento
nel primo film di fantascienza di Spielberg Incontri
ravvicinati del terzo tipo (1977), dedicato agli Ufo, un
argomento che appassiona il regista da sempre. Fino
all’atterraggio finale dell’astronave – madre sulla montagna
Devils’s Tower in Wyoming, gli Ufo si presentano semplicemente
come abbaglianti, enormi e inquietanti fasci di luce che fendono
per un attimo il buio della notte, e svaniscono subito oltre il
campo dello schermo, facendoci percepire uno straniante effetto
di mancanza. Allo stesso tempo con
Incontri ravvicinati del terzo tipo
Spielberg rivoluziona le regole del
genere fantascientifico, mostrando una visione "umanizzata" e
positiva degli alieni. Come aveva fatto il maestro Stanley
Kubrick ne 2001: Odissea nello spazio anche
Spielberg in un ottica spettacolare dilata la dimensione
cinematografica della science – fiction e allarga il
significato del film che tocca valori assoluti e profondità
archetipe dello spirito, inclinandosi al misticismo nel
suggerire gli alieni come “epifania” del divino.
La figura del marziano buono trova la sua massima espressione in
E. T. – L’Extra - Terrestre (1982), favola, con valenze
messianiche (E.T. come Gesù Cristo) di un gentile cucciolo
alieno abbandonato sulla Terra, che incanta e commuove le platee
di tutto il mondo. Costato un milione e mezzo di dollari e
frutto dell'ingegno di Carlo Rambaldi, il piccolo pupazzo
elettronico è la carta vincente di questo racconto per
spettatori di tutte le età, che sublima il messaggio di
fratellanza spielbergiana: bisogna avere gli occhi, il cuore e
la fantasia di un bambino per capire e accettare i “diversi”.
Gli alieni buoni ritorneranno nella filmografia del regista alla
fine de A. I. – Intelligenza Artificiale (2001),
progetto incompiuto di
Stanley
Kubrick, per riportare in vita dagli
abissi di una New York sommersa dalle acque il piccolo David (Haley
Joel Osment), androide bambino capace di provare sentimenti
reali. Questa storia piena di dolcezza, commovente versione in
chiave fantascientifica del mito di Pinocchio, trova, però, un
epilogo con retrogusto al fiele, risolvendosi in un’opera cupa e
pessimista, per nulla rassicurante. In fondo, è la stessa
melanconia che si respira in conclusione del successivo film di
fantascienza di Spielberg Minority Report (2002), tratto
da un intrigante racconto dello scrittore Philip K. Dick.
Questa fase pessimista viene acuita al suo massimo grado nel
2005 da La guerra dei mondi (2005), tratto dal romanzo di
fantascienza di H. G. Wells. Qui gli alieni non portano più un
utopico messaggio di pace, bensì restituiscono un senso di
minaccia, di violenza incombente e di apocalittica distruzione
totale dell’uomo.
Effetti speciali digitali di sbalorditivo livello
tecnico-spettacolare danno vita, invece, agli animali
preistorici della saga de Jurassic Park (1993 e il
sequel Il mondo perduto del 1997), tratta dal
bestseller di Michael Crichton, che si rivela uno dei più
grandi successi del cinema mondiale. Ma il Jurassic Park
di Spilberg, oltre ad essere un grande divertissement
popolare, vuole presentarsi come un monito a denuncia ecologica
sulla fragilità delle conoscenze tecnologiche acquisite dalla
nostra civiltà, sottolineando il pericolo per l’uomo della
predatrice avidità della speculazione imperial-capitalistica.
Tuttavia, sul versante del cinema commerciale Spielberg
conquista, veramente, grandi e piccoli grazie al ciclo filmico
dedicato alle avventure del simpatico professore di archeologia
e cacciatore di tesori Indiana Jones, ispirato al personaggio di
Charlton Heston ne Il segreto degli Incas, e fatto
interpretare dal regista da Harrison Ford che, con il suo
inamovibile cappello di feltro, la sua frustra da vaccaro in
pugno e il suo giubbotto di cuoio da aviatore, diventa une vera
e propria icona degli eroi cinematografici. In collaborazione
con il geniale sceneggiatore Lawrence Kasdan e George Lucas,
autore del soggetto, ne I predatori dell’arca perduta
(1981), primo film con protagonista Indiana Jones, Spielberg,
ispirandosi ai vecchi serial avventurosi a puntate degli
anni Trenta e Quaranta, miscela con intelligenza eccezionale le
rutilanti atmosfere adolescenziali di queste miniserie chiamate
cliffhanger (letteralmente “chi resta appeso sul
baratro”), senza scordarsi mai di unire la spettacolarità con un
senso fisico dell’avventura e la partecipazione emotiva al mondo
dei personaggi. L’acutezza di Spielberg ha ridefinito, così, gli
hollywoodiani film d’avventura, dimostrando quanto il
cinema d’evasione, per quanto improbabile e commerciale, possa
anche essere intelligente e raffinato. A sua volta il fascino
della serie di Indiana Jones (a I predatori dell’arca perduta
seguono Indiana Jones e il tempio maledetto –
1984 e Indiana Jones e l’ultima crociata – 1989) sta
proprio nell’inedita caratterizzazione del protagonista, che
nonostante le incursioni delle tre pellicole nel genere
fantasy rimane una persona ancorata al mondo reale. Indiana
Jones è, infatti, un uomo comune senza doti fisiche particolari
e, tra pericoli mortali, inseguimenti mozzafiato e colpi d
scena, diventa audace solo quando gli avvenimenti lo stanno per
sopraffare, dimostrando una straordinaria capacità di
adattamento alle situazioni e di superamento delle proprie paure
(fase questa che devono, adire il vero, affrontare tutti gli
eroi spielbergiani). E’ soprattutto in Indiana Jones e
l’ultima crociata che emerge l’interiorità di questo
personaggio spielberghiano grazie al confronto con l’anziano
padre Henry (Sean Connery), anche lui archeologo. Lo stesso
interprete Harrison Ford parla così del suo personaggio: “Indy è
uno che sa sempre motivare le proprie gesta e anche per questo
ha conquistato tutti. Non ho mai considerato la serie di
Indiana Jones come un film d’azione. E’ altro, scava nella
sostanza della vita come ricerca moderna e archeologica”. A
tale proposito anche le seguenti parole dello studioso di cinema
nordamericano Franco La Polla, tratte dal suo saggio Steven
Spielberg, edito dal Castoro, confermano le idee di Harrison
Ford: “ pur nella sua eccezionalità , egli in realtà ha un’altra
faccia. Osserviamolo durante la lezione universitaria, l’aria
quasi dimessa, l’aspetto piacente ma del tutto anonimo. E poi,
a differenza dei grandi eroi tradizionali, Indiana sa temperare
l’eroismo con un umorismo che in genere i suoi predecessori del
passato conoscevano poco.” Come nota biografica, curiosamente, è
proprio sul set de
Indiana Jones e il tempio maledetto
che Spielberg conosce l'attrice Kate Capshaw, partner di
Harrison Ford nel film, che diventerà sua moglie nel 1991, dopo
il divorzio del regista dalla prima moglie, l’attrice Amy Irving,
sposata nel 1985.
Spielberg ha saputo, poi, mostrare la faccia più “seria”
del suo talento con pellicole di maggiore impegno tematico,
tutte appassionati lezioni di Storia, cariche d'emozioni,
figurativamente sontuose e con una regia inventiva. Negli anni
Ottanta Spielberg firma la regia de Il colore viola (1985),
versione cinematografica del romanzo di Alice Walzer, che vede
protagonista una donna di colore (Whoopi Goldberg) sullo sfondo
dell’America rurale, razzista e maschilista degli anni Venti, e
L’impero del sole (1987), che
racconta l'occupazione giapponese di Shangai, narrandola
attraverso lo sguardo di un bambino inglese (Christian Bale),
costretto in campo di prigionia giapponese. Agli anni Novanta
risalgono Amistad (1997), film che si basa sulla
deportazione degli schiavi neri dall'Africa
negli
Stati Uniti durante l'Ottocento
e Salvate il soldato Ryan (1998, il suo secondo premio
Oscar per la regia), film di guerra sullo storico sbarco alleato
a Omaha Beach in Normandia nel 1944. Il più recente Munich
è datato 2006 ed è
ambientato nei giorni successivi al massacro di undici atleti
israeliani avvenuto durante le
Olimpiadi di Monaco del
1972. Ma il film più civilmente impegnato dell’ebreo
Spielberg rimane senza dubbio Schindler’s List (1993),
una grande opera in un plumbeo bianco e nero per non dimenticare
mai la tragedia dell’Olocausto, vincitore di ben sette Oscar,
tra cui quello per miglior regista. Il pudore con cui Spielberg
narra la vicenda del ricco industriale tedesco Oskar Schindler (Liam
Neeson) che sacrificò tutti suoi averi pur di salvare più ebrei
possibile rende rappresentabili per immagini di fiction
l’infilmabile, ovvero il genocidio di sei milioni di ebrei.
Facendola individuare all’interno di inquadrature per il resto
tutte in bianco e nero, il cappottino rosso della bambina ebrea
che cerca di sfuggire al rastrellamento nazista, diventa,
allora, una piccola e delicata invenzione poetica, un esempio
del modo con cui gli effetti speciali possono diventare
creativi.
Accanto ai grandi affreschi storici non mancano per Spielberg le
incursioni nella commedia. In questo filone ritroviamo dapprima
il demenziale 1941 – Allarme a Hollywood (1979) e
il romantico Always – Per sempre (1989), due
immeritati flop al botteghino. In seguito il regista
passa dall’ironico Prova a prendermi (2003), storia di un
ragazzino, Frank W. Abagnale Jr (Leonardo DiCaprio), che negli
anni Sessanta riuscì a spacciare assegni falsi da 2, 5 milioni
di dollari, al più melanconico The Terminal (2004), un
film liberamente ispirato alla storia del rifugiato
iraniano
Mehran Nasseri, che
Spielberg fa interpretare da Tom
Hanks, spostando la storia a
New York e trasformando il protagonista in un abitante
dell'Est -
Europa. Probabilmente il film più emblematico di tutta
l’opera di Spielberg è forse la commedia fantastica per famiglie
Hook – Capitan Uncino (1991). Nella poesia del volo e del
rimpianto della figura di Peter Pan, qui un uomo adulto in carne
e ossa, a cui presta le sembianze l’istrionico attore Robin
Williams, si esprime il più sincero Spielberg, con la sua
inconfondibile idea romantica di
cinema come rappresentazione del fantastico, del sogno e della
fantasia filtrate dagli occhi di un bambino che vede il
grande schermo con la stessa fiducia di un sognatore.
Infine, non dobbiamo dimenticare che
Spielberg oltre a essere un importante autore cinematografico è
uno dei magnati più potenti dell’industria hollywoodiana.
In tal senso nel 1993 il regista con David Geffen (fondatore
dell'omonima casa discografica) e Jeffrey Katzenberg (ex
dirigente animazione
Disney) fonda la
DreamWorks SKG (dalle iniziali dei tre), un'impresa di
produzione e distribuzione cinematografica, discografica e
televisiva che si pone subito al centro della scena di
Hollywood. Non è raro, quindi, leggere il nome di Steven
Spielberg tra i produttori di altri grandi film di successo: i
titoli sono numerosi, da I Goonies (1985) e Chi ha
incastrato Roger Rabbit? a Men in black (1997
e 2002), passando dalla trilogia de Ritorno al futuro di
Robert Zemeckis, ai film d'animazione (Balto, Shrek),
fino alle serie tv (E.R., Band of brothers,
Taken).
Volendo inquadrare i film di Spielberg in una più ampia
prospettiva cinematografica mondiale, il regista rientra,
insieme a Francis Ford Coppola, John Milius e l’amico George
Lucas, nel gruppo californiano della New Hollywood, cioè
la Hollywood post moderna legati alla classicità anni
Trenta – Quaranta e contemporaneamente alla moderna
autorialità europea. Da questo punto di vista l’opera di
Spielberg è pure un vivace esempio di metacinema, una
riflessione sul cinema, una demistificazione dei generi e loro
riabilitazione, un’indagine sulle possibilità audiovisive del
linguaggio cinematografico e della manipolazione spazio –
temporale consentita dal montaggio; il tutto messo in immagini
con competenza professionale, sapienza tecnologica e allegra
sfacciataggine. Ecco perché molte pellicole spielberghiane
fagocitano al loro interno generi anche molto distanti tra loro,
dando alla luce a grandi narrazioni spesso epiche, sempre
racchiudenti il fascino intatto della fiaba e stilisticamente
inconfondibili.
In conclusione, la
filmografia di Spielberg può apparire ad alcuni macchinosa,
prolissa, zuccherosa, scontata, piena di numerosi stereotipi,
interamente dentro la prassi e la retorica buonista di
Hollywood. E’senza dubbio vero. Ma è quello il prezzo che
deve pagare l’ingenuità dell’opera di un sognatore per sognatori
che vogliono credere all'innocenza perduta dell’infanzia. “Io
sogno per vivere”, dice, del resto, lo stesso Steven Spielberg.
di Maria Grazia Rossi,
maggio 2008. |