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Essere un dissidente comporta sempre una spaccatura
nell’opinione pubblica. Esserlo nell’America di Bush può portare
ad una radicalizzazione profonda di tale situazione:
visceralmente anti-americano per alcuni, ultimo rappresentante
dell’autentico spirito libertario della democrazia statunitense
per altri, Michael Moore ha vissuto costantemente sulla
sua pelle negli ultimi dieci anni suddetto conflitto. Scrittore,
giornalista, regista, Moore ha inchiodato i mali della società
americana attirandosi applausi scroscianti quanto strali
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velenosi, insulti e denigrazioni come esaltazioni e appoggi
incondizionati. Per questo risulta difficile trovare una
definizione univoca per connotarlo. Ma cinico lo è di sicuro,
questo corpulento omaccione, vestito trasandato, barba incolta e
immancabile berretto da baseball a delinearne il look, nato nel
Michigan nel 1954, autore di libri di culto come Stupid White
Men e Che cosa hai fatto al nostro paese?, tradotti
con successo anche da noi in Europa. Ma è soprattutto sulla sua
attività di regista che oggi è conosciuto in tutto il mondo,
sdoganando il genere documentario dalle secche del consumo
puramente televisivo o giornalistico, generando una serie
infinita di cloni, e trasformando il documentario persino in un
successo da box-office: se oggi nelle sale cinematografiche
abbondano le pellicole non fiction, buona parte del merito è
suo.
Sin dai tempi di Roger & Me sono apparse chiare le
caratteristiche che hanno permesso a Moore di ottenere questi
risultati: innanzitutto egli ha rivelato come il documentario,
al pari di tutti generi narrativi, non è oggettivo, poiché,
dalla selezione dei materiali al tono del racconto, c’è sempre
dietro una regia, l’adozione di un punto di vista particolare.
Nel caso di Moore, questa tendenza si fa ancora più esplicita in
quanto egli mette in scena letteralmente se stesso, davanti alla
macchina da presa e nell’uso della voce over, rivelando
le proprie idee, il proprio retroterra culturale e politico, la
sua personale riflessione: in questo anche i suoi più acerrimi
detrattori dovrebbero riconoscergli un’onestà di fondo.
La seconda caratteristica tipica del cinema di Moore è l’ironia,
lo spirito sardonico che attraversa le sue pellicole, e che si
caratterizza anche negli aspetti più propriamente tecnici, dal
montaggio all’uso in contrasto della colonna sonora. Un
umorismo nero e cattivo, che affonda come una lama nelle carni
dilaniate del suo paese.
Dopo essere stato
arrestato, mentre girava il video di Sleep now in the fire
dei Rage Against the Machine, Moore ha rapidamente scalato i
vertici della popolarità: prima con il capolavoro Bowling for
a Columbine (con cui vince il premio Oscar), poi la sfida al
suo nemico di sempre, il presidente George W. Bush, che mette
alla berlina in Fahrenheit 9/11, vincendo addirittura la
Palma d’oro a Cannes. In attesa di Sicko, che affronterà
il sistema ospedaliero americano, e che dopo la disoccupazione,
le armi da fuoco e la guerra al terrorismo, siamo sicuri farà
tremare ancora una volta l’inquilino della Casa Bianca.
di Giulio Ragni,
maggio 2007.
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