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In Roger & me si era appassionatamente occupato della
rovina del suo paese natale, Flint, ad opera, a suo dire, della
General Motors. In The awful truth aveva denunciato le
prevaricazioni delle grandi società di affari statunitensi e con
Bowling for Columbine, che gli valse l’Oscar, mise a
fuoco la situazione dell’industria delle armi. Fahrenheit
9/11, di cui è già stato annunciato il seguito per il
prossimo anno, si colloca in questa trafila come il film che
condensa tutti i principali obiettivi del regista: la povertà,
le armi, la grande industria. E naturalmente quello che da
qualche anno è il suo bersaglio numero uno, il Berlusconi
oltreoceano, George W. Bush. Già con il libro Stupid white
man, “dedicato” al Presidente, Moore aveva reso chiare le
sue intenzioni, e oggi pare più che mai deciso a continuare a
perseguire il suo obiettivo. E poco conta (per lui) che, come
dice Moretti, il Berlusconi abbia vinto comunque. Il valore di
Moore è quello della denuncia.
Viene da chiedersi come mai, dopo un documentario-shock o quasi,
la reazione dell’America sia stata quella di rieleggere il
Presidente che, a detta di Moore, ha cheated,
imbrogliato. Un altro broglio, forse? Chissà. Quello che è certo
è che nel 2004 Cannes è a stento riuscita a contenere la folla
ammassata per assistere alla prima del film, che l’Europa ha
valutato positivamente, essendo forse in posizione privilegiata
per analizzare con maggior distacco le vive contraddizioni di un
Paese come l’America.
Le definizioni di “film” o “documentario”, comunque, non paiono
adeguate per una pellicola come questa: un “film” è per
definizione fonte di una sceneggiatura inventata, un
“documentario” dovrebbe essere neutrale e non dichiaratamente di
parte come è quello di Moore. In ogni caso, ha avuto in parte
l’effetto sperato. Chi altro avrebbe parlato, se non
all’America, che di mezzi di denuncia non manca affatto,
all’Europa, dei numerosi retroscena della guerra in Iraq?
Retroscena che comunque erano in parte risaputi – per cui il
documentario è stato solo un “mezzo” shock – ma che era
opportuno mettere in luce, e Moore l’ha fatto con grande
sapienza registica (anni e anni di esperienza) e ironia talvolta
pungente. E, naturalmente, una morale pacifista di fondo: tutte
le guerre sono intraprese per sostenere il potere della classe
dominante, ma chi le fa è sempre la feccia della società. Dal
regista del video Boom! dei System of a Dawn non potevamo
aspettarci altro.
Da un punto di vista esclusivamente cinematografico, il film si
sviluppa in maniera scorrevole e coerente, benché nella prima
ora inciampi un po’ sulle situazioni economiche e finanziarie
dell’America, esposte in modo chiaro ma comunque poco
comprensibile ai totalmente digiuni di giochi in borsa.
Splendida, anche se un po’ troppo marcata, la seconda parte, non
a caso dedicata quasi completamente a un minuzioso e dolente
documentario sugli effetti disastrosi di una guerra condotta
contro i civili. Il “film” di Moore non lascia spazio alle
risposte della parte avversa, e sostiene la propria tesi e i
propri valori con sicurezza quasi giornalistica.
Come recita il titolo di uno dei libri del regista, will they
ever trust us again?
Purtroppo, temo proprio di sì.
Giudizio:
 
(legenda).
di Chiara Palladino,
maggio 2007.
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