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Commento
alle nomination.
Los Angeles. Samuel Goldwyn Theater di Beverly Hills.
Alle 5.30 del mattino ora locale, sono state annunciate le
candidature all’evento cinematografico più importante e più atteso
dell’anno: gli Oscar, lo show che quest’anno, per la prima volte nella sua
longeva storia, rischia di essere cancellato a causa dello sciopero che
ormai da novembre ha messo in crisi gli ingranaggi della macchina
cinematografica americana. Ma, come si suol dire in questi casi, “the show
must go on”. E quindi ecco puntuali come sempre le attesissime candidature.
I tre film che hanno incassato più nominations (8 per l’esattezza) sono
“Micheal Clayton”, “There will be blood” e “No Country for Old Men”. “Michel
Clayton” è il lizza per le categori più importanti: miglior attore
protagonista (George Clooney), miglior attore non protagonista (Tom Wilkinson),
miglior attrice non protagonista (Tilda Swinton), miglior sceneggiatura
originale e miglior film. Un film politico e molto critico, che rafforza la
tendenza degli Accademy Award a favorire questo tipo di pellicole.
Per la categoria di miglior attore Clooney è però in buona compagnia: se
Daniel Day-Lewis (There Will Be Blood) riconferma tutta la sua bravura in
ruoli duri e drammatici e Johnny Depp (Sweeney Todd) ci dimostra come il suo
sodalizio con Tim Burton è ormai rodato e capace di grandi cose, una gradita
sorpresa ce la riserva Tommy Lee Jones (Nella Valle di Elah), che ritorna
alla ribalta dopo tanti anni. Completa la cinquina Viggo Mortensen, che
violento e tatuato in “La promessa dell’assassino” ha regalato una egregia
prova d’attore.
Tra le donne spicca Cate Blanchett. Se con la straordinaria interpretazione
della regina Elisabetta in “Elizabeth: the Golden Age” si è aggiudicata la
candidatura come miglior attrice protagonista, la sua trasformazione in Bob
Dylan nel film “I'm not There”, già premiata con un Golden Globe, le ha
regalato la candidatura come attrice non protagonista. Un’impresa, quella di
ricevere due candidature per due film diversi, riuscita a poche attrici e
che suggella la maestosità dell’attrice australiana. Poche le speranze della
giovane Ellen Page, che candidata per “Juno” dovrà scontrarsi con altri
“pezzi da novanta” come Julie Christie (Away from Her) e Marion Cotillard
(La Vie en Rose).
Per il miglior film e miglior regista, grande delusione per la Mancata
nomina di Sean Penn in entrambe le categorie: il suo film “Into the Wild” è
il film più snobbato in questa corsa agli Oscar. Neppure la strepitosa
interpretazione del suo giovane attore, Emile Hirsch, è riuscita a colpire i
rappresentati dell’Academy. In lizza per la miglior regia ci sono invece i
fratelli Coen, che ritornano alla ribalta con “No Country for Old Men”
candidato anche a miglior film, e “There Will Be Blood” di Paul Thomas
Anderson. Escluso dalla corsa alla statuetta come miglior film straniero il
film di Giuseppe Tornatore: “La sconosciuta”. A Mantenere alto il nome
italiano ci pensano però le candidature di Andrea Jublin per “Il supplente”
nella categoria cortometraggi, e di Dario Marianelli e Marco Beltrami per le
migliori musiche originali, rispettivamente, in “Espiazione” e “Quel treno
per Yuma”. Per il premio più ambito, quello di mglior film dell’anno, oltre
ai già citati “No Country for Old Men”, “Micheal Clayton”, e “There will be
blood”, in lizza ci sono anche “Espiazione” (film che oltre ad aver vinto un
Golden Globe come miglior film drammatico ha letteralmente spopolato ai
BAFTA inglesi con ben 14 premi) e la commedia “Juno” che regala un po’ di
colore a questa lista fatta di film impegnati e seri.
Chi vincerà la statuetta? L’appuntamento è fissato per il 24 febbraio,
quando al Kodak Theatre di Los Angeles si accenderanno i riflettori sull’ 80
notte degli Oscar.
di Isabella Agostinelli. 22 gennaio
2008. |
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La notte
degli Oscar.
Ottanta e non sentirli. Cosi, passato l’uragano dello sciopero degli
sceneggiatori, Hollywood soffiare senza incertezze su questo importante
traguardo, celebrando, rievocando, tutta la storia del cinema che è passata
di li. E chi si aspettava verdetti scontati è rimasto interdetto, ulteriore
dimostrazione di come, malgrado l’età, da queste parti ci sia ancora voglia
di stupirsi e di stupire. Cosi, condotta magnificamente dall’irriverente
comico Jon Stewart (noto negli States per un show tutto suo, in cui mette
alla berlina tutto e tutti), si consuma la notte più attesa da chi fa il
cinema e da chi lo ama. I primi premi assegnati sono, per dirla tutta,
prevedibili e scontati. “Elizabeth: The Golden Age” vince per i migliori
costumi mentre, “Ratatouille” vince facilmente come miglior film
d’animazione. Poi arriva il premio per il miglior trucco. E qui arriva la
prima sorpresa o, per meglio dire, la sua anticipazione. Ad aggiudicarselo è
infatti “La vie en rose”, film francese sulla vita della della cantante
Edith Piaf, e qui viene il sospetto che la sua interprete, l’outsider Marion
Cotillard possa nutrire delle più che legittime speranze. Ma non c’è tempo
per riflettere e lo show che deve andare avanti inietta, in noi italiani, un
po’ di orgoglio patrio per la conferma, se ce ne fosse stato bisogno, di
Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo, sdoganati non più di tre anni fa
quando vinsero, dopo innumerevoli candidature, l’Oscar per la miglior
scenografia di “The Aviator”, che stavolta vincono l’ambita statuetta per i
set gotici di “Sweeney Todd” (uno dei grandi delusi, sia in nomination, che
in premi vinti, dato che questo sarà l’unico per il film di Tim Burton) e
per l’affermazione del pisano Dario Marianelli che dopo una nomination,
riesce ad aggiudicarsi il premio per la migliore colonna sonora originale di
“Espiazione” (altro “grande” atteso lasciato a bocca asciutta). Ma come è
detto è l’Oscar delle affermazioni inaspettate. Non ci si può quindi non
emozionare di fronte al volto sconvolto di Tilda Swinton, vincitrice a
sorpresa come miglior attrice non protagonista. Qui la favorita era
l’australiana Blanchett per la sua incredibile trasformazione in Bob Dylan
di “Io non sono qui” che ha dovuto abdicare, e mai termine qui fu più
esatto, in favore anche di un’incredula Marion Cotillard, la cui reazione ci
ricorda che cosa siano gli Oscar. Li possiamo snobbare, dire che sono
soltanto un premio quando, i premi e le categorie nell’arte non dovrebbero
nemmeno esistere. Si può dire che, in fondo, è tutto pilotato e che il
cinema americano non è necessariamente il centro del mondo di celluloide.
Poi però, regolarmente, quando ci si trova in quel cinema e, magari, viene
chiamato il proprio nome è come se per un attimo ci si ricordasse perché si
è cominciato a fare quel lavoro. Ci si sente “rocked” (scossi, sconvolti,
appunto), parte di una storia lunga quasi cento anni, fatti di nomi
incredibili e momenti indimenticabili ( che vengono, come, immancabilmente
rievocati lungo tutta la serata) e ci si scioglie come bambini. E’ quell’attimo
che artisticamente ti cambia vita e poi, via, si va avanti. Ancora Europa
nella notte d’America: lo spagnolo Bardem, vince come miglior attore non
protagonista nel film dei Coen ( che poi vincerà anche nelle altre categorie
principali) e l’irlandese Daniel Day Lewis (miglior attore ne “Il
petroliere”, altro grande deluso). I Coen, appunto, che dopo i mezzi passi
falsi di “Ladykillers” e “Prima ti sposo, poi ti rovino”, vincono con il
loro nuovo riconosciuto capolavoro, “Non è un paese per vecchi”, le
statuette per la miglior sceneggiatura non originale, per la regia, e per il
miglior film.
Quali conclusioni si possono trarre dalla serata? Molte e sicuramente
stimolanti. Intanto che per la prima volta in assoluto le statuette per i
miglior interpreti sia maschili che femminili, protagonisti e non, vanno a
tutte ad attori e attrici non americani/e e in particolar modo, tutti
europei. Una coincidenza del destino oppure un’inaspettata apertura da parte
dell’Accademy? Sicuramente un segno inequivocabile e un conseguente
riconoscimento di una crescita di professionalità nell’”industria” europea.
Non è sicuramente qui il caso di tirar le orecchie agli attori italiani ma
dovrebbe essere, almeno, motivo di riflessione. Le porte di Hollywood sono
aperte anche a loro, manca solo la giusta determinazione per varcarle. Poi,
ovviamente, non possiamo non parlare dei grandi delusi. Prima di tutto lo
spettacolare affresco di Paul Thomas Anderson, “Il Petroliere”, che se in
partenza era dato tra i favoriti, ha visto man mano andar via tutti i premi,
dovendosi accontentare soltanto della “fotografia” e del “miglior attore”.
“Sweeney Todd”, che come già detto era escluso dai premi maggiori, si è
visto premiare soltanto per la scenografia mentre è ancora più clamoroso
quanto avvenuto con “Into the Wild”. Il film di Sean Penn è magnifico sotto
tutti i punti di vista ma è come caduto nel dimenticatoio, insieme alle
musiche travolgenti di Eddie Vedder. “Espiazione”, probabilmente
sopravvalutato, si può comunque considerare deluso dal solo premio per la
colonna sonora.“Sicko” di Michael Moore, stavolta scalzato da “Taxi to the
Dark Side”, denuncia delle violenze dei soldati americani nei confronti dei
prigionieri (“Annunciato” peraltro dai soldati stessi in diretta dai
territori di guerra…). Sorridono, invece, l’ex-spogliarellista Diablo Cody
che firma la vincente sceneggiatura originale di “Juno” ( e ora speriamo non
si perda, data la carenza di idee vergini nel panorama del cinema americano)
e il terzo capitolo di “Bourne” che, senza tante velleità, riesce ad
affermarsi nelle categorie tecniche di miglior montaggio e mixaggio sonoro e
in quella “nobile” di miglior montaggio. Miglior film straniero è il tedesco
“Il Falsario”, mentre non ce la fa per un soffio “Il supplente” di Andrea
Jublin, nei corti, ma, va detto, che probabilmente nemmeno lui avrebbe
scommesso, giusto un anno fa, di trovarsi seduto li.
Le luci si spengono e le stelle tornano a
casa. Lasciandoci addosso la sensazione che qui tutto è possibile, che
ognuno può realizzare il suo sogno, perché qui gli angeli esistono davvero.
di Stefano Cavalli. 25 febbraio
2008. |
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Una
snella ottantesima edizione.
L’ ottantesima edizione degli Academy Awards
non vede alcun film protagonista assoluto, come già in alcune delle ultime
edizioni. Quattro premi a No Country for Old Men dei fratelli Coen,
ben tre premi a The Bourne Ultimatum nelle categorie tecniche, due a
There Will Be Blood.
Film dell’anno è eletto indiscutibilmente No Country for Old Men che vince
in quasi tutte le categorie artistiche maggiori: miglior attore non
protagonista allo spagnolo Javier Bardem (l’origine europea è stata una
costante di tutti gli attori premiati), miglior sceneggiatura non originale
(adattamento dal romanzo di Cormac McCarthy), miglior regia e subito dopo
miglior film (tanto che Joel e Ethan Coen non fanno nemmeno in tempo a
scendere dal palco tra un premio e l’altro).
There Will Be Blood
conquista il meritatissimo riconoscimento a Daniel Day-Lewis come attore
protagonista e quello per la fotografia, particolarmente espressiva ed
efficace, di Robert Elswit. Dato l’altissimo spessore cinematografico
dell’opera di Paul Thomas Anderson sarebbe stato più giusto una sorta di
pareggio con No Country for Old Men per i gradini più alti del podio;
in particolare il premio per la regia sarebbe stato pienamente meritato.
There Will Be Blood
è un film monumentale non per
l’interpretazione di Daniel Day-Lewis, comunque straordinaria, ma per le
impressionanti idee di messa in scena messe in atto da Anderson.
Tra le attrici protagoniste primeggia il trasformismo di Marion Cotillard,
sorprendente
Édith Piaf
in La Vie en Rose, mentre come non protagonista vince a sorpresa
Tilda Swinton per Michael Clayton. Premi pienamente meritati ma l’Academy
ha a volte il difetto di premiare gli attori “in blocco” e così come c’è
stato l’anno degli afroamericani (che vide protagonisti Halle Berry e Denzel
Washington), questo è stato l’anno degli europei e ciò ha penalizzato
un’interpretazione originale e raffinata come quella di Cate Blanchett in
I’m not There.
Miglior film d’animazione è Ratatouille della Pixar; benché il
significato di questa categoria non sia poi così chiaro (dal momento che
l’animazione non è un genere ma più propriamente un mezzo espressivo e un
film animato può tranquillamente concorrere anche nelle altre categorie) e
ha pertanto un vago sapore di ghettizzazione, non si può negare che la
straordinaria qualità artistica e tecnica raggiunta dagli animatori Pixar e
l’eleganza della messa in scena abbiano indiscutibilmente meritato questo
riconoscimento. Tra i due avversari, Surf’s Up e Persepolis,
forse solo quest’ultimo poteva aspirare alla vittoria, in virtù delle
proprie personalissime ed efficaci scelte grafiche tratte dal bel fumetto di
Marjane Satrapi.
Il 2008 vede anche arrivare il secondo riconoscimento (dopo quello per
The Aviator) all’arte di Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo, migliori
scenografi per Sweeney Todd di Tim Burton; l’Oscar per i costumi va
invece alla sfarzosità di Elizabeth: The Golden Age. Tra le colonne
sonore primeggia Dario Marianelli con l’elegante partitura di Atonement;
piena soddisfazione per il compositore italiano ma l’ottimo lavoro che
Michael Giacchino ha fatto per Ratatouille poteva legittimamente
aspirare al premio.
Alan Menken, pluricandidato per le canzoni del disneyano Enchanted,
resta a mani vuote: trionfano infatti Glen Hansard e Markéta Irglová per
Once. Assolutamente lodevole la scelta di premiare due autori pressoché
sconosciuti e decisamente non-hollywoodiani ma resta lampante l’esclusione
dei brani di Into the Wild dalle nominations. Film straniero è
l’austriaco Il Falsario di
Stefan Ruzowitzky,
sconfitta invece per il corto italiano Il Supplente di Andrea Jublin.
La cerimonia nel complesso è stata piuttosto snella, forse lo sciopero degli
sceneggiatori protratto fino a poche settimane fa ha pesato
nell’organizzazione dello show, rendendolo meno ricco ma decisamente meno
noioso, anche se i discorsi del presentatore Jon Stewart e dei vari
premiatori non si sono discostati dalla consueta banalità; una premiazione
un po’ più austera del solito, dunque, ma il cui bilancio dal punto di vista
dell’arte cinematografica è decisamente positivo.
di Valentina Alfonsi. 27 febbraio
2008. |