|
Bloccato per diverso tempo
dalla produzione che ha voluto approntare un nuovo montaggio alla pellicola,
Identikit di un delitto rappresenta l’esordio in terra americana di Andrew
Lau, il regista hongkonghese della trilogia di Infernal Affairs, fonte
d’ispirazione per il pluripremiato The Departed di Martin Scorsese.
Il film affronta il delicato tema dei crimini a sfondo sessuale, utilizzando
una delle più classiche e collaudate formule del genere, ovvero la coppia
formata dal detective a fine carriera dai metodi fascistoidi, tentato dalla
giustizia privata e intaccato dal Male con cui si è confrontato nel corso
degli anni (Richard Gere), e la collega giovane appena assunta, rispettosa
delle leggi e dalla morale incorruttibile, ma che imparerà a comprendere e
rispettare il lavoro del primo (Claire Danes). Se la trama è scontata, il
regista cerca sin dai titoli d’apertura di esprimersi con un proprio
linguaggio, attraverso un montaggio fratto e nervoso, movimenti di macchina
disorientanti, fotografia sgranata, alterazioni del sonoro: purtroppo tanta
esibizione tecnica raramente si trasforma in stile, risultando più
fastidiosa che necessaria, benché Lau abbia il coraggio in certi frangenti
di essere scabroso e ai limiti della morbosità, con un voyeurismo di sapore
depalmiano che disturba ma che risulta quasi obbligatorio per distaccarsi
dal bigottismo e dal puritanesimo troppo spesso ipocrita della fabbrica
hollywoodiana quando affronta questi argomenti.
Identikit di un delitto conferma la tradizione avversa che ha visto, dopo
Ringo Lam, Tsui Hark e in fondo lo stesso John Woo, cadere uno dopo l’altro
tutti i fautori dell’action movie made in Hong Kong in trasferta
occidentale, i quali non riescono a raggiungere gli strepitosi esiti dei
loro film in patria (anche se va sottolineato che Andrew Lau, a parte la
sopracitata trilogia “infernale”, non è mai stato un regista all’altezza
della sua opera più celebrata); aspettiamo a questo punto per una inversione
di tendenza l’annunciato remake de I senza nome di Melville ad opera di
Johnnie To. Inoltre la versione italiana presenta l’aggravante di un
doppiaggio in versione vacanziera, sciatto e a dir poco approssimativo nel
tradurre i già non esaltanti dialoghi, sebbene gli interpreti originali ci
mettano del loro nel risultare scarsamente convincenti: la scintilla tra la
coppia protagonista infatti non scatta mai, e dobbiamo registrare l’impasse
ormai storica che attraversa la carriera di Richard Gere, avviata ad un
triste declino da diversi film a questa parte.
Dunque flop artistico o sciacallaggio degli incauti produttori? Arduo
compito date le traversie subite dalla pellicola dare un giudizio che non
sia interlocutorio: difficile comunque ipotizzare un successo commerciale
per un’opera che affronta gli abissi dell’animo umano in tutta la sua
concreta sgradevolezza, rendendo faticoso un plot che non brilla certo per
originalità. Resta nella memoria la sequenza del treno che separa
momentaneamente i due protagonisti, con il poliziotto Gere che vede la
collega come il carnefice con la sua vittima, in un vorticoso e illuminante
saggio per immagini sull’identificazione e il contatto con il proprio lato
oscuro: un lampo nel buio di un film troppo deludente per i nomi coinvolti
da poter lasciare gli spettatori davvero soddisfatti.
Giudizio:
(legenda).
di Giulio Ragni. 22 Agosto 2008. |