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"GOMORRA, DA NON PERDERE"
- Gomorra è molto più di un film. E' una sensazione che sconvolge, travolge
e coinvolge. Roberto Saviano ha realizzato qualcosa di più di un libro. Nel suo
splendido romanzo (se di romanzo si può parlare) ha raccontato uno spaccato
di vite schiacciate dal Sistema camorra. Recensire l'opera di Saviano non è
l'obiettivo di queste righe, piuttosto è utile capire come Matteo Garrone (L'imbalsamatore
e Primo amore) abbia scelto di portare sul grande schermo questa
grande storia italiana.
"Non si vedeva un cinema italiano così da Le mani sulla città" scrive la
stampa francese, dopo l'ottima accoglienza del film al Festival di Cannes.
E' evidente che ci si trova di fronte a qualcosa di straordinario. Matteo Garrone ha il merito di racchiudere in poco più di due ore alcune delle
traiettorie raccontate da Saviano. Cinque storie che si intrecciano, si
accavallano, e raccontano (separate) un'unica grande realtà.
Le vittime del sistema sono sia i bambini che gli adulti, sia gli uomini che
le donne. Il viso pulito di Totò (Salvatore Abruzzese), che per non essere
sbranato, è costretto a far da esca verso chi ha di più caro (la donna
interpretata da Maria Nazionale). La follia di due giovani che vogliono
andare contro il Sistema per fondarne un altro (Ciro e Marco), ma destinati
all'inevitabile tragica fine (sarà anche l'ultima immagine del film). L'arte
del sarto Pasquale (Salvatore Cantalupo) che verrà punito per aver prestato
il suo talento ai rivali cinesi. Ciro (Gianfelice Imparato), timido
ragioniere che deve distribuire la "mesata" alle famiglie dei detenuti, si
ritrova in prima linea nel bel mezzo della faida. E Franco (Toni Servillo),
professionale stakeholder, un uomo che ha il compito di smaltire tutti i
rifiuti, anche tossici, provenienti dal Nord Italia nelle cave campane.
Tutti "non protagonisti" di una storia che li esalta unicamente come vittime
predestinate.
Il film vive di un unico cuore, è un discorso pronunciato tutto d'un fiato
che si apre con note di canzoni napoletane e si chiude con un motivo
pulsante (richiama vagamente Il caso Mattei) che lascia la sensazione
di un sonno mancato. In mezzo c'è uno dei film italiani più importanti degli
ultimi tempi.
Gomorra non è un libro né un film, è un pezzo di storia italiana.
Giudizio:
   
(legenda).
di Matteo Bursi. 18 Maggio 2008. |
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Un uomo sopravvive ad un sanguinario regolamento di conti, la macchina da
presa lo segue mentre ancora attonito va via, immergendosi nel traffico
della città: questa è una delle immagini più belle di Gomorra,
simbolo dell’indifferenza che circonda un mondo, quella della camorra e
delle sue regole, che esiste e vive all’interno di una città e di una
regione – e allargando il discorso, all’intero paese - senza che questi
(quasi) se ne accorgano.
Il film, tratto dal romanzo inchiesta di Roberto Saviano, è un capolavoro
assoluto, che riporta il cinema italiano a fasti che sembravano dimenticati,
e ci voleva il talento di Matteo Garrone, uno dei nostri migliori cineasti
in circolazione, a trasformare la magmatica materia del libro in un film con
un proprio autonomo linguaggio espressivo: se il romanzo fa nomi e cognomi e
snocciola dati sull’impero criminale della malavita campana, la pellicola
sviluppa e incrocia cinque storie per immergere lo spettatore dentro un
mondo, senza giudizi moralistici o pretese di denuncia. Ne esce fuori un
film di gangster che non assomiglia a nulla di ciò che avete visto sino ad
ora, anti-scorsesiano nella messa in scena pur nella condivisione con quel
cinema di una matrice antropologica ed etologica, un affresco feroce e
straziante di un microcosmo dove il confine fra criminale e innocente,
legale ed illegale, è annullato nel nome di una concezione nichilista e
apocalittica della visione del “proprio” universo di appartenenza, dove non
è possibile essere neutrali o al di sopra delle parti (come mostrano le
vicende di Don Ciro o del piccolo Totò).
Il rischio che si incorre nel parlare di Gomorra, è che l’analisi dei
contenuti, di per sé encomiabili, lascino in sottofondo lo straordinario
lavoro sul linguaggio, le efficaci pennellate con cui vengono tratteggiati i
personaggi anche minori, spesso senza nome, del film, che emergono dal buio
assoluto di scenari fantascientifici – l’incipit ambientato nel solarium, ma
anche Toni Servillo che dismette la tuta anti radiazioni fanno pensare a
Blad Runner e alle atmosfere dei romanzi di Philip Dick – e
l’incredibile cura dei dettagli, come la statua di Padre Pio calata nelle
Vele di Scampia mentre si consumano faide sanguinose, gli altari nelle case
dei ragazzi morti, e si potrebbe continuare ancora.
Garrone possiede un talento
pittorico fuori dal comune e compie un lavoro assai felice sul sonoro,
scegliendo le canzoni dei cantanti neomelodici napoletani come fonti sonore
esclusivamente diegetiche, che si confondono al vociare della folla e ai
diversi dialetti mescolati, vero flusso sonoro ininterrotto per tutto il
film; ma anche la cura e la violenza disarmante con cui ritrae paesaggi
brulli, palazzi fatiscenti, spiagge desolate, e le facce di straordinari
attori professionisti e non, fanno di Gomorra il miglior film
italiano, probabilmente europeo, dgli ultimi dieci anni, un’opera
imprescindibile che diverrà pietra miliare per il futuro. Gomorra è
una ferita che difficilmente si rimargina, uno sguardo disperato sulla
nostra indifferenza e la nostra cattiva coscienza, l’esplosione di
contraddizioni ancestrali che appartengono a tutti noi, esaltate ed
enfatizzate nel ritratto di un mondo a sé stante che trae lifa vitale –
oltre che un fatturato economico da capogiro – dalla “società civile”, fatta
da “persone perbene”: non sembri uno sterile gioco di parole, ma mai come in
questo caso la visione dell’inferno corrisponde ad un inferno
della visione, straziante, tenebrosa, implacabile.
Giudizio:
   
(legenda).
di Giulio Ragni. 20 Maggio 2008. |
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"DEGRADO TOTALE"
- Dal
romanzo-nofiction di Roberto Saviano, Matteo Garrone ne trae un lavoro
crudo, lucido e a tratti freddo, distaccato, come impossibilitato ad
intervenire nella decadenza generale che ne sussiste. L’intreccio consiste
in un accavallamento di cinque storie parallele riguardanti i casi più
comuni del fenomeno camorra, ovvero lo spaccio di droga, il mercato nero, lo
smaltimento di rifiuti, la guerra tra bande ed il traffico di armi; il tutto
sullo sfondo di una Napoli degradante, girato nei veri e propri bassifondi
dimenticati da tutto e da tutti.
Un vero e proprio dramma di denuncia iper-realista, che rispecchia in pieno
l’animo critico e desolante del romanzo di Saviano, vista la collaborazione
intima dello scrittore alla sceneggiatura del film. Cinque piccole storie di
una durezza lancinante, ritratte in uno stile molto assimilabile al
documentario, utilizzando quasi sempre il dialetto partenopeo più stretto, e
l’ausilio quasi irriverente dei sottotitoli.
Il film vuole chiaramente lanciare un messaggio, che riporta ad una realtà
dimenticata: c’è una zona d’ombra nella nostra cara Italia in cui i bambini
crescono con in mano pistole o molotov, la gente per bene vive ad un passo
da discariche abusive dove il livello di malsanità è altissimo, dove chi
comanda non ha né un volto né un carattere, ma solo una clamorosa infusione
di paura e terrore, corrisposta dalle mille esplosioni di un mondo fuori dal
mondo. Sembra paradossale, ma a più riprese richiama la crudeltà visiva del
piccolo capolavoro brasiliano City of God, di Fernando Meirelles,
incentrato sugli orrori della gioventù di Rio de Janeiro. Scampia come le
favelas, uomini sull’orlo di una crisi di nervi, dove non si discute, né si
scherza, bensì udiamo gli urli, gli ululati, i lamenti spaventosi di persone
che valgono meno di zero; ciò che conta è il denaro, l’affare, sempre a
vantaggio di quelle entità invisibili che governano il mondo di sotto. Manca
la fiducia e la dignità, ma è il minimo in un inferno globale disegnato con
una freddezza d’intenti da primato.
Stilisticamente non era facile per Garrone trovare una chiave di lettura
decisa e comprensibile; l’autore ha agito con un metodo registico
decisamente claustrofobico, confusionale nella visività globale, inserendo
di tanto in tanto quelle immagini emblematiche sulla realtà camorra,
giudicato un vero cancro difficile da debellare. La pellicola è in concorso
al Festival di Cannes 2008, ed ha con tutta franchezza la possibilità di
portare a casa qualche premio.
Giudizio:
  ½
(legenda).
di Keivan Karimi. 22 Maggio 2008. |