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Erano dieci anni che Francis Ford Coppola mancava dalle scene. Dieci anni in
cui, tra le altre cose, ha provato disperatamente a concludere un film
ambizioso, Megalopolis, un kolossal definitivo sui concetti di Tempo
e Utopia.
Un’altra giovinezza, titolo che sembra alludere davvero ad una
rinascita artistica del grande regista americano, ricomincia proprio da quel
film mai realizzato, si presenta come un suo frammento caotico e impazzito,
un’opera più affascinante che realmente compiuta. La storia di un esimio
studioso di lingue antiche che viene colpito da un fulmine e subisce un
processo di ringiovamento delle cellule, è di per sé molto intrigante, e
permette a Coppola di realizzare un complesso spaccato che mescola con
disinvoltura – a volte persino eccessiva – fantascienza, thriller
spionistico e melodramma, parlando di metempsicosi e reincarnazione
attraverso simbolismi poetici e talora criptici, lasciando nello spettatore
il dubbio di non aver compreso fino in fondo, e con la neccessità di
ritornare alla visione di una pellicola volutamente polisemica.
Coppola gioca a mescolare il sogno con la realtà sin dalla prima sequenza,
di chiara matrice langhiana, costruisce una prima parte perfetta dal
punto di vista narrativo con qualche infrazione coraggiosa (la scomparsa del
personaggio di Bruno Ganz ad appena un terzo della pellicola), in cui
l’adesione emotiva dello spettatore è invero faticosa, ed una seconda dove
il rischio del ridicolo è sempre in agguato – la lunga digressione indiana –
ma in cui, complice la storia d’amore, ritroviamo la magistrale capacità del
regista di far aderire empaticamente il pubblico con la storia narrata.
È un oggetto strano, sfuggente, indefinito, questo Un’altra giovinezza,
che lascerà sicuramente attoniti i fan di Coppola, ma rivela anche l’unicità
di un autore ormai lontano sia dal cinema mainstream che da quello
minimale indipendente, non meno ingessato e prefabbricato (il modello
Sundance Festival per intenderci): basti guardare come mette in scena il
tema del Doppio, anch’esso debitore di Fritz Lang, eppure trattato con una
forza ed un’efficacia al tempo espressionista (nello stile barocco) e
impressionista (nel sottrarsi ad ogni didascalismo pleonastico).
Dividerà il film di Coppola, ne
siamo sicuri, come siamo certi dell’insuccesso commerciale che dovrà
scontare il regista come prezzo per la propria ostinata indipendenza; ma non
possiamo che essere felici per il ritorno di un visionario che riesce a
infondere un amore totale e onnivoro per la settima arte in ogni
inquadratura, e che ci ha regalato un attore come Tim Roth in
un’interpretazione da manuale, senza leziosità e istrionismi caricaturali,
segno luminoso e ancestrale di un’opera sin troppo densa. Ma qualcuno
all’Academy se ne accorgerà?
Giudizio:
 ½
(legenda).
di Giulio Ragni. 10 Novembre 2007. |