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Sogni e delitti (di Woody Allen, 2007).

È lui ma non è lui. Al confronto con il resto delle sale, è il film da vedere. Al confronto con Crimini e misfatti, Manhattan, Amore e guerra, fa sorgere la domanda se per Woody Allen non sia arrivata l’età del pensionamento. Certo, Sogni e delitti è un suo film, splendidamente girato, con i suoi dialoghi, le sue battute, eppure proprio perché troppo suo, non del tutto suo. Non voglio fare sofismi inutili: la verità è che c’è troppo di Woody Allen, ma troppo di già visto. Chi non ricorda i dialoghi filosofici sulla morte e l’omicidio che attraversano tutta la sua cinematografia? I due personaggi interpretati da Ewan McGregor e Colin Farrell (bella accoppiata, comunque) incarnano semplicemente i due lati della questione, i lati umani di ogni questione. E peccato che non si sia scavato più a fondo nel personaggio dello zio, che davvero avrebbe potuto garantire un minimo di originalità e un finale non scontato come quello che, per districarsi dalla storia, il nostro ci deve necessariamente appioppare. Ma non sarebbe stato da Woody Allen, trovare una soluzione all’enigma eterno che da sempre lo ossessiona. Soprattutto alla tenera età che ha.
Quello che manca a Sogni e delitti è quello che ai suoi film è sempre mancato, il contorno. Una Londra evanescente, personaggi secondari senza la minima sfumatura, nessun accenno al “resto” che per altri registi costituisce l’essenza stessa del film. Siamo lontani dalla sinfonia di Manhattan, ma anche dalla sua migliore commedia.
Uccidere o non uccidere? Una vera ossessione. E forse, col tempo, la visione del regista è diventata persino più amara e ironica, e questo certo non aiuta. Un’ironia tragica, la definiremmo, se fossimo in uno spettacolo di Sofocle. E sicuramente c’è molto della tragedia greca nel film di Woody Allen (a un certo punto del film, se notate, si cita Euripide). Siamo solo in un contesto diverso, il dramma è sempre quello. Purtroppo però, proprio perché non è altro che un déja-vù, un già visto, un già sentito, non colpisce fino in fondo come un Edipo o una Medea. Peccato per il finale, evidente e scontato fin dalla prima scena; ben girato, intenso, ma sempre comunque prevedibile. E questo, più di ogni altra cosa, dimostra che Woody Allen è invecchiato. Anche se dispiace dirlo.
Giudizio: (legenda).
di Chiara Palladino. 3 Febbraio 2008. 

Fuori concorso al Festival di Venezia e ultimo film della trilogia londinese di Woody Allen.
Ero curiosa di vedere cosa riusciva a tirare fuori questa volta dal capello a cilindro dopo Match Point e Scoop, ma mi spiace ammetterlo, il film non mi ha convinto per niente.
Il film parla di due fratelli, Ian (Ewan McGregor) e Terry ( Colin Farrell), i due cercano di dare una svolta alla loro squallida vita chiedendo un prestito allo zio (Tom Wilkinson), che però a sua volta chiederà un favore che andrà oltre il limite della legalità e della coscienza.
L’idea di base mi piaceva; cosa saresti disposto a fare per realizzare i tuoi sogni ? Saresti disposto a uccidere ? Però ho trovato il film troppo lento e con un che di già visto, i vari personaggi vengono descritti superficialmente in una Londra evanescente e viene dato poco spazio all’analisi dei vari rapporti tra loro.
Allen aveva un cast eccellente, ma che secondo me poteva dare molto di più, era interessata a vedere Ewan McGregor in un ruolo che si distacca un po’ dai suoi tradizionali, un ruolo più egoista, più distante cosa che per altro viene sottolineata più volte nel film e un Colin Farrell più indifeso, pentito che si domanda in continuazione se quella è l’unica scelta possibile e si tormenta poi per quello che ha fatto. Molto bravo Tom Wilkinson anche se purtroppo anche lì, visto il ruolo marginale che aveva, non è riuscito a trasmettere l’angoscia e la frustrazione di dover chiedere ai suoi nipoti un “favore” così grande .
Altra pecca, secondo me è la quasi assenza della barca che i due protagonisti comprano all’inizio del film e che chiamano Cassandra’s Dream nome che dà il titolo (originale) al film stesso e che è molto importante visto che proprio su quella barca che si concluderà il film.
Infine, arrancando e sbadigliano riusciamo ad arrivare ad un finale abbastanza scontato, che ci comunica la fine dei protagonisti in un modo inefficace e facendo uno stacco su due scene che potevano essere unite tra loro. Bisogna dirlo sarà Woody Allen che è invecchiato, sarà che non ha più niente da dire oppure i film cupi sono il suo tallone d’Achille.
Giudizio: ½ (legenda).
di Tatiana Coquio. 11 Febbraio 2008. 

Con “Sogni e delitti” Woody Allen completa la trilogia londinese, iniziata con il delicato noir “Match point “e proseguita con la deliziosa commedia “Scoop”.
Ian (Ewan Mcgregor) e Terry (Colin Farrell) sono due fratelli inseparabili, ma molto diversi: il primo si occupa saltuariamente del ristorante del padre e coltiva grandi ma dubbie ambizioni, tra le quali trasferirsi in California con l’attrice Angela. Il secondo lavora in un’officina, ha il vizio del gioco d’azzardo e dell’alcol e sogna di comprare una casa con la fidanzata. Quel che manca ai due fratelli è il denaro, ma i due vedono la soluzione dei loro problemi nello zio Howard, ricco uomo d’affari impegnato nell’ ambiente sanitario. La realizzazione dei loro sogni ha un prezzo molto alto da pagare:  Howard li aiuterà a patto che tolgano di mezzo un suo rivale a conoscenza di scomode verità sul suo conto.
“Sogni e delitti” è sicuramente il film meno riuscito e meno graffiante degli ultimi due. Manca, infatti, l’ironia di “Scoop”, ma anche l’eleganza tragica di “Match point”. Ne risulta un film debole, prevedibile e poco coinvolgente, un film che punta più sul duetto d’attori e i loro dialoghi, che sulla storia e il suo intreccio. Bravi Farrell e Mcgregor, entrambi per la prima volta al cospetto di Allen, i cui personaggi incarnano bene due ragazzi cresciuti nei sobborghi di una città che non ha niente di rassicurante, divisa tra luci e (molte) ombre. Una Londra in cui, questa volta, è possibile mettere in atto il castigo (o meglio, i castighi) dopo il delitto (o meglio, i delitti).
Giudizio: ½ (legenda).
di Federica Serfilippi. 15 Febbraio 2008. 

Il film si allontana nettamente dalle intonazioni linguistiche che caratterizzavano lo stile noir estetico e la commedia brillante a sfondo filosofico di gran parte delle pellicole di Woody Allen, quelle, per intenderci, di maggior successo. Con Sogni e delitti il regista americano sfodera un linguaggio visivo inusuale, assolutamente originale sia rispetto al genere drammatico che al thriller, sfidando apertamente il botteghino e chi lo accusava di fare film ad incasso facile.
Il film è impregnato di codici espressivi in sintonia con il più ingenuo realismo popolare di tutti i giorni, e si cala in una sorta di naturalismo strettamente imparentato con quello francese degli anni ’40 e ’50 (Jean Renoir con il suo L’angelo del male per esempio) nel quale Woody Allen sembra trovare un nuovo e confortevole rifugio dalla sua tormentata e stressante esistenza sentimentale.
In Sogni e delitti il regista americano guarda realtà nuove, prosaiche, scrutandole da un angolo di osservazione difficile, da cui è arduo vedere cose piacevoli, ma che tuttavia, grazie a una prospettiva a grand’angolo, ben si lega al suo interesse, indubbiamente autentico, per le passioni più violente che da quel mondo scaturiscono incessantemente in forme varie e inedite.
L’atmosfera di essenzialità di ogni scena del film è coerentemente dominata da una fotografia che tende allo scuro, alla morte, a un simbolo vago, generico di oscurità che sembra voler rappresentare la necessità del sacrificio della pulsione più preziosa, quella rivolta verso la ricerca della gioiosità della vita umana, pulsione così carente nei personaggi dei quartieri emarginati, su cui il film si sofferma, e così presente negli strati sociali più prosperi, protagonisti di molti precedenti film commedia di Allen.
Il film colora il mondo della precarietà proletaria e di quella piccolo borghese, di tinte forti, molto contrastate, all’interno di inquadrature fondamentali, basilari, sovente con oggetti situati frontalmente quasi a voler dare un’idea di rapporti sociali duri, scontrosi, diretti, aventi in gioco sovente la sopravvivenza o una quota minima di benessere.
Le riprese della cinepresa rinunciano a ogni virtuosismo professionale e a costruzioni estetiche sopra le righe, mettendo forse definitivamente da parte le famose e stupefacenti sequenze visive, opportunamente ricercate, riprodotte da angolazioni rare, che tanto ci avevano incantato nei film precedenti.
Qui Allen si cimenta ex novo nella costruzione di un ambiente sobrio, rumoroso di bramosie umane feroci, ricco di dettagli significanti che attraverso tracce di senso gettano una luce interpretativa della crudeltà del mondo dei precari, lo fa ad alta fedeltà guardando cioè la realtà da una prospettiva non sua ma presa a prestito da chi la sta vivendo in prima persona.
Insomma è proprio un altro Allen, perché rinuncia a se stesso a favore della verità, ossessivamente attratto, come lo era un certo Pasolini, da realtà più grigie, difficili da inserire con successo in uno spettacolo cinematografico, soprattutto se i film portano la sua firma, fino a ieri simbolo di allegria, in virtù di freddure divertenti, e gags comiche intelligenti.
Woody Allen è un regista profondamente intellettuale, che sa elaborare le maggiori dinamiche culturali e di costume dei tempi in cui vive, rimanendo sempre ben in sintonia con la realtà che gli scorre davanti, anche quella più amara, ed è perciò che nel futuro riuscirà ad essere un regista sempre alla moda, costringendoci a modificare l’intensità dei nostri ricordi, prigionieri gaudenti del suo vecchio cinema frizzante, a vantaggio di una conoscenza del mondo che cambia.
Con questo film Allen si rinnova e tende al tragico vero senza vie di scampo letterarie, lasciando quindi delusi i suoi fan più raffinati e colti che andavano al cinema anche per trovare una conferma mediatica confortevole di quanto già possedevano nel loro mondo argentato.
Le riprese della gita in barca a vela, guidata dai due fratelli, nella prima parte del film, sono leggermente sfuocate, anche questo è un modo di espressione particolare, una visione flash del momento emotivo saliente del racconto o di quanto in esso sta per accadere, qualcosa che funziona in un certo senso come premonizione.
L’idea di sfuocare l’oggetto nasce dall’arte fotografica, è noto come tra le numerose e famose opere fotografiche, a seconda degli argomenti trattati, alcune mostrino oggetti sfuocati o mossi che sembrano non dare a chi osserva sensazioni di fastidio, perché migliorano misteriosamente le sensazioni comunicative con la fotografia. La macchina da presa si sofferma a lungo nell'officina, nel ristorante, e nella cucina, nelle strade buie, luoghi che, in genere, non contribuiscono alla costruzione di un intrattenimento estetico del film, queste inquadrature rispondono a una funzione precisa, coinvolgono lo spettatore in un altra modalità del vedere e del sentire, qualcosa che è più legato al transfert che all’identificazione e alla proiezione, è come se si volesse far entrare, gioco forza, lo spettatore nel punto cruciale del racconto, portandolo a provare fino in fondo lo svolgimento psichicamente più avventuroso della trama, schiacciandolo all’interno di una linea narrativa compatta, mai sfilacciata, coerente, sempre ben strutturata da ciò che si vuol dire e mostrare e perciò ricchissima di pathos.
La narrazione non sempre riesce ad essere fluida, a volte sembra punteggiata da interruzioni troppo improvvise, brusche, ma forse ciò è dovuto alle difficoltà sperimentali del film e a precise scelte di effetto dell’autore. A tratti il film sembra calarsi in atmosfere tipiche del documentario, fredde e distaccate, che arricchiscono la verosimiglianza con realtà brute, sezionate e analizzate a fini di studio.
Per quanto riguarda le parti più legate al meccanismo letterario, esse sono povere e scarne, è come se il film avesse qualcosa da dire di più urgente rispetto alla costruzione immediata di un thriller, affascinante, ben codificato, e lo dicesse in modo più empatico del solito, diretto, preciso fino a indurre lo spettatore a prendere una posizione propria, di carattere etico, sulle reali vicende di fondo del film, andando al di là di ogni valida, sincera, banale informazione dei fatti svelati.
Il film rimane dunque molto unito in tutto il suo corpo espressivo, e presenta per la prima volta come protagonista una coppia di fratelli appartenenti a un miscuglio sociale, composto da un proletariato precario e un personaggio dell’insicuro mondo piccolo borghese, una combinazione sociologica da sempre indotta per forza di cose all’ambiguità, all’evasione fiscale, al lavoro mal sopportato perché insicuro, al qualunquismo politico, e costretto per necessità ad avere comportamenti doppi soprattutto nei rapporti istituzionali, quasi per timore delle persone che hanno potere e che contano veramente, è un miscuglio sociale sempre tentato e indotto ad appoggiare regimi autoritari, privo sia di una precisa identità di classe che di una stabile appartenenza a corporazioni protettive.
Il film sembra voler dire che, paradossalmente, è proprio la mancanza di un senso di appartenenza a una classe che rende questa categoria, in particolare quando non riesce a fare fortuna con le proprie attività, aliena e debole di fronte ad ogni necessità di correttezza etica di tipo sociale.
Ecco allora che nei due fratelli facenti parte di quel miscuglio sociale si insinua l'idea del delitto, opportunamente proposta da un personaggio-parente forte e cinico come il loro zio ricco, un delitto fattibile perché può avvenire senza un controllo morale della classe di appartenenza, senza una forza interiore che nasce dalla coscienza di essere corpo di un insieme preciso, inserito in una tradizione, come avviene nel mondo operaio delle fabbriche.
Il film è un richiamo a riflettere sulla totale assenza oggi di ideologie forti, radicate in corpi sociali stabili, ben presenti negli anni '70, epoca in cui si uccideva lo stesso ma più per scopi frequentemente diversi, ideologici, non solo per avvantaggiare il proprio privato o sopravvivere. L'alienazione del proletariato piccolo borghese del film non è abissale, è una fra le tante che animano negativamente la società, probabilmente ci sono realtà più pesanti come ad esempio quelle legate ad ambienti economicamente degradati e animati da scontri etnici che stentano ancora a trovare, da parte del cinema, un interesse.
Alla fine, il senso di colpa per l’omicidio che ossessiona uno di due fratelli assassini, testimonia la presenza nella coscienza del killer di radici cristiane solide, pulsioni etiche legate dialetticamente e irrimediabilmente al peccato e quindi ben radicate nell’inconscio che porteranno ad una nuova tragedia, questa volta dalla forma autopunitiva ed espiatrice.
Giudizio: (legenda).
di Biagio Giordano. 27 Febbraio 2008. 

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Anno 2007
- American Gangster (di Ridley Scott).
- Hairspray (di Adam Shankman).
- Into the wild (di Sean Penn).
- Io non sono qui (di Todd Haynes).
- La guerra di Charlie Wilson (di Mike Nichols).
- L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford (di Andrew Dominik).
- Leoni per agnelli (di Robert Redford).
- Michael Clayton (di Tony Gilroy).
- Nella valle di Elah (di Paul Haggis).
- Ocean's 13  (di Steven Soderbergh).
- Paranoid Park  (di Gus Van Sant).
- Sogni e delitti (di Woody Allen).
- The Bourne Ultimatum (di Paul Greengrass).
- Un'altra giovinezza (di Francis Ford Coppola).
- Zodiac (di David Fincher).

Anno 2006
- Babel  (di Alejandro Gonzales Inarritu).
- Black Dhalia (di Brian De Palma).
- Bobby (di Emilio Esteves).
- Flags of our Fathers (di Clint Eastwood).
- Little Miss Sunshine (di Jonathan Dayton e Valerie Faris).
- Radio America (di Robert Altman).
- Romance&Cigarettes (di John Turturro).
- The Departed (di Martin Scorsese).
- The Prestige (di Christopher Nolan).
- United 93 (di Paul Greengrass).

Anno 2005
- Crash (di Paul Haggis).
- Good night and good luck (di George Clooney).
- Match Point (di Woody Allen).

Anno 2004
- Fahrenheit 9/11 (di Michael Moore).

Anno 2002
- Bowling a Columbine (di Michael Moore).
- La 25a ora (di Spike Lee).

Anno 2000
- Il gladiatore (di Ridley Scott).

GRANSITO MOVIE AWARDS 2008 - Ottava edizione del primo premio cinematografico online d'Italia.

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