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È lui ma non è lui. Al confronto con il resto delle sale, è il film da
vedere. Al confronto con Crimini e misfatti, Manhattan,
Amore e guerra, fa sorgere la domanda se per Woody Allen non sia
arrivata l’età del pensionamento. Certo, Sogni e delitti è un suo
film, splendidamente girato, con i suoi dialoghi, le sue battute, eppure
proprio perché troppo suo, non del tutto suo. Non voglio fare sofismi
inutili: la verità è che c’è troppo di Woody Allen, ma troppo di già visto.
Chi non ricorda i dialoghi filosofici sulla morte e l’omicidio che
attraversano tutta la sua cinematografia? I due personaggi interpretati da
Ewan McGregor e Colin Farrell (bella accoppiata, comunque) incarnano
semplicemente i due lati della questione, i lati umani di ogni questione. E
peccato che non si sia scavato più a fondo nel personaggio dello zio, che
davvero avrebbe potuto garantire un minimo di originalità e un finale non
scontato come quello che, per districarsi dalla storia, il nostro ci deve
necessariamente appioppare. Ma non sarebbe stato da Woody Allen, trovare una
soluzione all’enigma eterno che da sempre lo ossessiona. Soprattutto alla
tenera età che ha.
Quello che manca a Sogni e delitti è quello che ai suoi film è sempre
mancato, il contorno. Una Londra evanescente, personaggi secondari senza la
minima sfumatura, nessun accenno al “resto” che per altri registi
costituisce l’essenza stessa del film. Siamo lontani dalla sinfonia di
Manhattan, ma anche dalla sua migliore commedia.
Uccidere o non uccidere? Una vera
ossessione. E forse, col tempo, la visione del regista è diventata persino
più amara e ironica, e questo certo non aiuta. Un’ironia tragica, la
definiremmo, se fossimo in uno spettacolo di Sofocle. E sicuramente c’è
molto della tragedia greca nel film di Woody Allen (a un certo punto del
film, se notate, si cita Euripide). Siamo solo in un contesto diverso, il
dramma è sempre quello. Purtroppo però, proprio perché non è altro che un
déja-vù, un già visto, un già sentito, non colpisce fino in fondo come un
Edipo o una Medea. Peccato per il finale, evidente e scontato fin dalla
prima scena; ben girato, intenso, ma sempre comunque prevedibile. E questo,
più di ogni altra cosa, dimostra che Woody Allen è invecchiato. Anche se
dispiace dirlo.
Giudizio:

(legenda).
di Chiara Palladino. 3 Febbraio 2008. |
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Il film si allontana
nettamente dalle intonazioni linguistiche che caratterizzavano lo stile
noir estetico e la commedia brillante a sfondo filosofico di gran
parte delle pellicole di Woody Allen, quelle, per intenderci, di maggior
successo. Con Sogni e delitti il regista americano sfodera un
linguaggio visivo inusuale, assolutamente originale sia rispetto al genere
drammatico che al thriller, sfidando apertamente il botteghino
e chi lo accusava di fare film ad incasso facile.
Il film è impregnato di codici espressivi in sintonia con il più ingenuo
realismo popolare di tutti i giorni, e si cala in una sorta di
naturalismo strettamente imparentato con quello francese degli anni ’40
e ’50 (Jean Renoir con il suo L’angelo del male per esempio) nel quale Woody
Allen sembra trovare un nuovo e confortevole rifugio dalla sua tormentata e
stressante esistenza sentimentale.
In Sogni e delitti il regista americano guarda realtà nuove,
prosaiche, scrutandole da un angolo di osservazione difficile, da cui è
arduo vedere cose piacevoli, ma che tuttavia, grazie a una prospettiva a
grand’angolo, ben si lega al suo interesse, indubbiamente autentico, per le
passioni più violente che da quel mondo scaturiscono incessantemente in
forme varie e inedite.
L’atmosfera di essenzialità di ogni scena del film è coerentemente dominata
da una fotografia che tende allo scuro, alla morte, a un simbolo vago,
generico di oscurità che sembra voler rappresentare la necessità del
sacrificio della pulsione più preziosa, quella rivolta verso la ricerca
della gioiosità della vita umana, pulsione così carente nei personaggi dei
quartieri emarginati, su cui il film si sofferma, e così presente negli
strati sociali più prosperi, protagonisti di molti precedenti film commedia
di Allen.
Il film colora il mondo della precarietà proletaria e di quella piccolo
borghese, di tinte forti, molto contrastate, all’interno di inquadrature
fondamentali, basilari, sovente con oggetti situati frontalmente quasi a
voler dare un’idea di rapporti sociali duri, scontrosi, diretti, aventi in
gioco sovente la sopravvivenza o una quota minima di benessere.
Le riprese della cinepresa rinunciano a ogni virtuosismo professionale e a
costruzioni estetiche sopra le righe, mettendo forse definitivamente da
parte le famose e stupefacenti sequenze visive, opportunamente ricercate,
riprodotte da angolazioni rare, che tanto ci avevano incantato nei film
precedenti.
Qui Allen si cimenta ex novo nella costruzione di un ambiente sobrio,
rumoroso di bramosie umane feroci, ricco di dettagli significanti che
attraverso tracce di senso gettano una luce interpretativa della crudeltà
del mondo dei precari, lo fa ad alta fedeltà guardando cioè la realtà da una
prospettiva non sua ma presa a prestito da chi la sta vivendo in prima
persona.
Insomma è proprio un altro Allen, perché rinuncia a se stesso a favore della
verità, ossessivamente attratto, come lo era un certo Pasolini, da realtà
più grigie, difficili da inserire con successo in uno spettacolo
cinematografico, soprattutto se i film portano la sua firma, fino a ieri
simbolo di allegria, in virtù di freddure divertenti, e gags
comiche intelligenti.
Woody Allen è un regista profondamente intellettuale, che sa
elaborare le maggiori dinamiche culturali e di costume dei tempi in cui
vive, rimanendo sempre ben in sintonia con la realtà che gli scorre davanti,
anche quella più amara, ed è perciò che nel futuro riuscirà ad essere un
regista sempre alla moda, costringendoci a modificare l’intensità dei nostri
ricordi, prigionieri gaudenti del suo vecchio cinema frizzante, a vantaggio
di una conoscenza del mondo che cambia.
Con questo film Allen si rinnova e tende al tragico vero senza vie di scampo
letterarie, lasciando quindi delusi i suoi fan più raffinati e colti che
andavano al cinema anche per trovare una conferma mediatica confortevole di
quanto già possedevano nel loro mondo argentato.
Le riprese della gita in barca a vela, guidata dai due fratelli, nella prima
parte del film, sono leggermente sfuocate, anche questo è un modo di
espressione particolare, una visione flash del momento emotivo
saliente del racconto o di quanto in esso sta per accadere, qualcosa che
funziona in un certo senso come premonizione.
L’idea di sfuocare l’oggetto nasce dall’arte fotografica, è noto come tra le
numerose e famose opere fotografiche, a seconda degli argomenti trattati,
alcune mostrino oggetti sfuocati o mossi che sembrano non dare a chi osserva
sensazioni di fastidio, perché migliorano misteriosamente le sensazioni
comunicative con la fotografia. La macchina da presa si sofferma a lungo
nell'officina, nel ristorante, e nella cucina, nelle strade buie, luoghi
che, in genere, non contribuiscono alla costruzione di un intrattenimento
estetico del film, queste inquadrature rispondono a una funzione precisa,
coinvolgono lo spettatore in un altra modalità del vedere e del sentire,
qualcosa che è più legato al transfert che all’identificazione e alla
proiezione, è come se si volesse far entrare, gioco forza, lo spettatore nel
punto cruciale del racconto, portandolo a provare fino in fondo lo
svolgimento psichicamente più avventuroso della trama, schiacciandolo
all’interno di una linea narrativa compatta, mai sfilacciata, coerente,
sempre ben strutturata da ciò che si vuol dire e mostrare e perciò
ricchissima di pathos.
La narrazione non sempre riesce ad essere fluida, a volte sembra punteggiata
da interruzioni troppo improvvise, brusche, ma forse ciò è dovuto alle
difficoltà sperimentali del film e a precise scelte di effetto
dell’autore. A tratti il film sembra calarsi in atmosfere tipiche del
documentario, fredde e distaccate, che arricchiscono la verosimiglianza con
realtà brute, sezionate e analizzate a fini di studio.
Per quanto riguarda le parti più legate al meccanismo letterario, esse sono
povere e scarne, è come se il film avesse qualcosa da dire di più urgente
rispetto alla costruzione immediata di un thriller, affascinante, ben
codificato, e lo dicesse in modo più empatico del solito, diretto, preciso
fino a indurre lo spettatore a prendere una posizione propria, di carattere
etico, sulle reali vicende di fondo del film, andando al di là di ogni
valida, sincera, banale informazione dei fatti svelati.
Il film rimane dunque molto unito in tutto il suo corpo espressivo, e
presenta per la prima volta come protagonista una coppia di fratelli
appartenenti a un miscuglio sociale, composto da un proletariato
precario e un personaggio dell’insicuro mondo piccolo borghese, una
combinazione sociologica da sempre indotta per forza di cose all’ambiguità,
all’evasione fiscale, al lavoro mal sopportato perché insicuro, al
qualunquismo politico, e costretto per necessità ad avere comportamenti
doppi soprattutto nei rapporti istituzionali, quasi per timore delle persone
che hanno potere e che contano veramente, è un miscuglio sociale
sempre tentato e indotto ad appoggiare regimi autoritari, privo sia di una
precisa identità di classe che di una stabile appartenenza a corporazioni
protettive.
Il film sembra voler dire che, paradossalmente, è proprio la mancanza di un
senso di appartenenza a una classe che rende questa categoria, in
particolare quando non riesce a fare fortuna con le proprie attività, aliena
e debole di fronte ad ogni necessità di correttezza etica di tipo sociale.
Ecco allora che nei due fratelli facenti parte di quel miscuglio
sociale si insinua l'idea del delitto, opportunamente proposta da un
personaggio-parente forte e cinico come il loro zio ricco, un delitto
fattibile perché può avvenire senza un controllo morale della classe di
appartenenza, senza una forza interiore che nasce dalla coscienza di essere
corpo di un insieme preciso, inserito in una tradizione, come avviene nel
mondo operaio delle fabbriche.
Il film è un richiamo a riflettere sulla totale assenza oggi di ideologie
forti, radicate in corpi sociali stabili, ben presenti negli anni '70, epoca
in cui si uccideva lo stesso ma più per scopi frequentemente diversi,
ideologici, non solo per avvantaggiare il proprio privato o sopravvivere.
L'alienazione del proletariato piccolo borghese del film non è abissale, è
una fra le tante che animano negativamente la società, probabilmente ci sono
realtà più pesanti come ad esempio quelle legate ad ambienti economicamente
degradati e animati da scontri etnici che stentano ancora a trovare, da
parte del cinema, un interesse.
Alla fine, il senso di colpa per l’omicidio che ossessiona uno di due
fratelli assassini, testimonia la presenza nella coscienza del killer di
radici cristiane solide, pulsioni etiche legate dialetticamente e
irrimediabilmente al peccato e quindi ben radicate nell’inconscio che
porteranno ad una nuova tragedia, questa volta dalla forma autopunitiva ed
espiatrice.
Giudizio:
 
(legenda).
di Biagio Giordano. 27 Febbraio 2008. |