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Alla 64° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, il manifesto della
proiezione diceva solo “Sleuth – Caine, Law, Pinter, Branagh”. Una
sintesi essenziale.
Una ricetta prelibata a base dell’acuto humor inglese di un attore di
vecchia generazione, dell’innegabile talento di un giovane sottovalutato
dalla critica, ma soprattutto della sceneggiatura di un premio Nobel per la
Letteratura e della regia di un esperto di adattamenti shakespeariani, che
stavolta si cimenta nell’attualizzare il testo teatrale di Anthony Schaffer.
Sleuth è la storia di due uomini e una donna, anzi due uomini e una stanza,
una casa architettata genialmente in modo che la scenografia sia una
talentuosa co-protagonista. Interamente girato in interni, laddove è così
semplice scadere nella monotonia e nella ripetitività, si svela una prova
d’autore impeccabile alla regia che non annoia mai lo spettatore e rivela
una sapiente fotografia che sa giocare con i particolari.
Già definito come una “dark comedy”, per la tagliente ironia e la
dissacrante morbosità che la caratterizzano, è la storia di Andrew Wyke,
eccentrico scrittore di gialli e dell’affascinante attore Milo Tindle ( o
Tindolini – con la pronuncia alla Oliver Hardy ), amante della sua ex
moglie, alla quale il giovane italo-inglese chiede sia concesso il divorzio
e la collezione di preziosi abiti rimasta nella casa.
Senza mai abbandonare la sensazione di assistere a una competizione in
astuzia, i due uomini si fronteggiano incalzandosi con minacce, offese,
sarcasmi, fino a decidere di cimentarsi in un pericoloso piano: Tindle-Law,
inscenando una rapina, ruberà dalla cassaforte di Wyke-Caine i gioielli
della donna, per rivenderli a un ricettatore e vivere di rendita con la
donna contesa. Una serie di caustiche battute, offese irriverenti e colpi di
scena realmente inattesi sono la forza di una storia che mantiene sempre
alto il ritmo della narrazione, in un continuo crescendo, dalla serafica
ostilità british, alla violenza della passione incontenibile di un
italiano ironicamente (forse) stereotipizzato: “La vendetta è una specialità
italiana”, sostiene Milo.
La donna contesa è presto allontanata dalla centralità del suo ruolo, a
favore di una guerra nata dall’orgoglio vicendevolmente ferito dei due
protagonisti e dal puntiglio caparbio che mira alla vittoria, senza
esclusione di colpi: è ammesso tutto,anche il tentativo di una reciproca
seduzione. Come la trama, anche la regia si sdoppia di continuo: rimanda le
immagini dallo schermo della sala a quelli intradiegetici delle
decine di strumentazioni tecnologiche che popolano la villa, dalle
telecamere di sorveglianza alle pareti dove si proiettano continui cambi di
luci.
Remake dell’omonimo film del 1972 in cui Caine interpretava Tindle,
conosciuto in Italia con l’infelice titolo “Gli Insospettabili”, Sleuth
appare a tratti quasi un transfer del suo precedente, sottolineando
finemente il fiero passaggio di testimone Michael Caine – Jude Law (già
avvenuto nella versione di Alfie del 2004). Nonostante alcune scene
siano il calco dell’originale, Harold Pinter non aveva mai visto la prima
versione del film prima di riadattare la sceneggiatura direttamente dal
testo di Schaffer: è stato dunque capace di farne una riedizione originale,
dalla scrittura densa e acuta, di creare un film “nuovo”.
Modernizzati l’intreccio e l’ambientazione, tratteggia i due protagonisti
come fossero uno la foto al negativo dell’altro: un ricco, noto, egocentrico
anziano scrittore abbandonato dall’amore e un attore scannato, in cerca di
fama, certo della sua virilità affascinante. Due personaggi allontanati
dalla stessa natura che li rende molto simili.
Atteso in sala in Italia il 9 Novembre, si prospetta come la valida
alternativa di ogni cinefilo ai format pseudo-natalizi che già popolano i
multisala.
Giudizio:
  
(legenda).
di Laura Grimaldi. 4 Novembre 2007.
visto al Festival del Cinema di Venezia. |
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Presentato al Festival di Venezia, il film di Kenneth Branagh, adattato per
il grande schermo da Harold Pinter, non mi ha convinto del tutto.
Ero curiosa di vedere come Branagh avesse adattato il film, visto che è
tratto da un’opera teatrale e non sempre questi adattamenti vanno a buon
fine, volevo capire anche come se la sarebbero giocata i due attori scelti,
Michael Caine e Jude Law, dove il primo aveva già avuto in precedenza il
ruolo del secondo in un adattamento precedente.
La trama l’ho trovata veramente essenziale, ma geniale allo stesso tempo:
questi due uomini l’attore di origini italiane Milo Tindle (Jude Law), che è
l’amante della moglie del secondo, donna che non vedremmo mai, il celebre
e egocentrico scrittore di gialli Andrew Wike (Michael Caine) si incontrano
nella villa di campagna di questo ingaggiando una competizione psicologica
fatta di dialoghi taglienti e inganni.
Mi è piaciuta molto l’idea del contrasto della casa di Wike, fuori tipica
villa inglese dentro casa ultra tecnologica comandata da un unico
telecomando, mi sono piaciute anche alcune riprese dove lo spettatore vede
ciò che succede attraverso le registrazioni del sistema di sicurezza, invece
che dalla soggettiva dei personaggi.
Ho trovato molto convincente Michael Kane di una lucidità e un distacco
agghiacciante, invece Jude Law mi è piaciuto a tratti, troppo eccessivo in
alcune scene. Il finale mi ha
deluso parecchio, mi aspettavo un altro trucco o un colpo di scena da parte
di uno dei due per concludere una partita che era arrivata in parità, invece
ho trovato una conclusione a sfondo omosessuale in cui non ho capito dove
si volesse andare a parare.
Giudizio:
 ½
(legenda).
di Tatiana Cocquio. 23 Novembre 2007. |