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Il motivo principale per vedere La vie en rose è sicuramente la
musica. Anche per chi non avesse mai ascoltato la splendida voce di Edith
Piaf (ma chi non ha mai sentito Rien de rien?) la colonna sonora di
questo film risulterà ben più che orecchiabile.
Come ogni film biografico, da Gandhi a Ray (e sto abbracciando
una vasta gamma), La vie en rose è essenzialmente un omaggio, un
encomio che dipinge la Piaf come una donna che non riuscì mai a liberarsi
del sostrato oscuro e tormentato dal quale proveniva, ma che nonostante
tutto amò la vita e la sua musica, alla quale vendette letteralmente
l’anima, se non qualcosa in più. Niente di nuovo, insomma. Ricordi
dell’infanzia e dell’adolescenza vengono mescolati al tempo del racconto,
ambientato negli ultimi anni di vita della Piaf, quelli in cui, con estrema
sofferenza e a soli quarant’anni, dovette ritirarsi dalla scena musicale
rischiando e giocandosi la vita in un ultimo spettacolo mai terminato.
È chiaro che la parte migliore del film, oltre alle musiche, è Marion
Cotillard, che ha ben meritato l’Oscar per un’interpretazione veramente
straordinaria, che compensa in tutto e per tutto la regia che a tratti
zoppica e il montaggio caotico che a volte difficile la comprensione. La
Cotillard (meravigliosamente doppiata…miracolo!) è riuscita a trasmettere
tutta la forza d’animo, ma anche l’immensa sofferenza e fragilità del suo
personaggio, dall’adolescenza all’età adulta. Letteralmente trasformata dal
trucco (è in effetti una bella ragazza), riesce a rendere vera la sua
recitazione e il suo modo di sentire grazie agli occhi meravigliosi, che da
soli esprimono la rabbia, l’amore, il dolore. Intensa come un Van Gogh, e a
dispetto di tutto serena. È stata una fortuna aver affidato a lei
l’interpretazione di un film che, a parte la musica, in effetti non presenta
niente di nuovo ed è solo una replica delle troppe e poco attendibili
biografie – omaggio ai grandi della musica del Novecento. Senza la Cotillard,
non varrebbe la pena di vedere La vie en rose. Ma, tant’è: quegli
occhi strappano l’applauso.
Giudizio:

(legenda).
di Chiara Palladino. 23 Marzo 2008. |