|
"UNA PROMESSA D'AUTORE" - A 2 anni di
distanza dal bel “History of Violence” si ricompone la coppia David
Cronenberg-Viggo Mortensen, ancora una volta alle prese con un personaggio
misterioso e dalle mille sfaccettature.
La storia narra le vicende di Anna Khitrova (una sempre bella e brava Naomi
Watts), ostetrica che rimane profondamente turbata quando in ospedale arriva
un’adolescente russa che morirà poco dopo aver partorito. Anna prende subito
a cuore le sorti del bambino e decide di scoprire l’identità della giovane
madre, attraverso la lettura del diario della ragazza. Guidata da un
biglietto da visita, Anna si imbatterà nella pericolosissima famiglia di
Semyon (Armin Muller-Stahl), capo della potentissima gang russa di “Vory V
Zakone” (“Ladri di Legge”). E si troverà irrimediabilmente attratta
dall’inquietante quanto misterioso Nikolai, autista di famiglia pronto a
tutto pur di entrare nel clan mafioso…
Ambientato in una Londra poco conosciuta, “La promessa dell’Assassino” è un
film soprattutto di atmosfere basato sulle ottime performance dei suoi
protagonisti (Mortensen e Stahl su tutti).
La storia è a tratti prevedibile, ma Cronenberg dà il meglio di sé quando
deve far emergere la violenza del clan russo con i suoi agguati e le sue
torture. Molte le scene particolarmente cruente, in cui ritroviamo tutto il
gusto cronenbergiano per il sangue e il dolore fisico quasi ai limiti dello
splatter d’autore. Su tutte queste scene spicca ovviamente la lunga lotta
nella sauna in cui Nikolai si trova ad affrontare 2 sicari di un clan
nemico. L’abilità del regista sta ancora una volta nel porre al centro della
storia un personaggio ambiguo, in continuo bilico tra il bene ed il male,
tra una buona azione ed una perfida ma inevitabile cattiveria.
Non si può certo parlare di
capolavoro, ma “La promessa dell’Assassino” ha comunque il merito di
rappresentare una realtà poco descritta in modo asciutto e diretto, non
negandosi nemmeno momenti di surrealismo ed ilarità legati al personaggio
interpretato da un Vincent Cassel, giustamente sopra le righe.
Giudizio:
 
(legenda).
di Luca Balsamo. dicembre 2007. |
|
Pochi cineasti hanno la capacità di coniugare una riflessione acuta
sull’Uomo e la sua identità con uno stile iconoclasta e fuori dagli schemi
come il canadese David Cronenberg.
Quest’ultimo film, La promessa dell’assassino, conferma una volta di
più come lo sguardo cronenberghiano sulla realtà circostante si inoltri su
sentieri che sono estranei alla stragrande maggioranza dei registi
contemporanei, anche quando sembra, come in questo caso, adagiarsi su una
facile cornice “di genere”: molto lontano sia dal modello antropologico e
mitopoietico di Scorsese e Coppola, quanto dalle reinvenzioni formali della
scuola di Hong Kong, questo gangster-movie sulla mafia russa è una pellicola
dolorosa, funerea, un’ennesima History of a violence che a dispetto
di un finale apparentemente più ottimista, rispetto al tragico sublime del
suo predecessore, lascia nello spettatore un vuoto assoluto, emblema della
desolazione morale e materiale del nostro tempo, riflessa nello specchio di
una metropoli (un’irriconoscibile Londra) mefitica e indifferente.
Benché il motore della vicenda sia una nascita, La promessa
dell’assassino è infatti un film sulla Morte (non a caso una
delle battute più illuminanti del film recita: “Lui non è l’autista. È il
becchino”): accompagnati dallo sguardo dell’infermiera Naomi Watts, lo
spettatore si inabissa in un vortice di atmosfere malsane, tanto più
agghiaccianti quanto più si concretizzano in occhiate sfuggenti, in rituali
mortiferi, in motivazioni pretestuose che scatenano vendette sanguinose e
truculente. Se in History of a violence Cronenberg si fermava al
limite tra l’ambiguo fascino della violenza e l’orrore delle sue
manifestazioni, in questo film il regista compie un passo ulteriore,
concentrando in pochi brevi momenti efferatezze che faranno chiudere gli
occhi in più di uno spettatore, fino ad arrivare al climax della sequenza
del bagno turco, un vero e proprio saggio sull’istinto di sopravvivenza
nella sua versione più brutale e animalesca, incarnato da un Viggo Mortensen
in stato di grazia.
La sceneggiatura gioca su due
piani narrativi paralleli e complementari, e se la protagonista arriva
soltanto a lambire il mondo criminale dei Vory V Zakone, lo spettatore varca
la soglia di una realtà esiziale e disumana, un inferno di droga, violenza e
prostituzione, perfettamente riprodotto dell’eterogeneo cast che vede, oltre
al già citato Mortensen, Vincent Cassel, attore spesso stonato e fuori
fuoco, nel miglior ruolo della sua carriera, e, nella parte del capo
famiglia, l’immenso Armin Müller-Stahl, in un’interpretazione da Oscar.
Cronenberg riesce mirabilmente ad evitare tutti i cliché e i luoghi comuni
del genere (non c’è neanche un arma da fuoco in tutto il film), ci lascia in
balia di questo mondo spietato, dominato dal rosso e dal nero dei soffocanti
interni, dall’orrore viscerale della violenza, da un fatalismo mesto
e ineluttabile: il cinema cronenberghiano continua dunque il suo percorso
dalla mutazione biologica del corpo alla putrefazione dell’anima,
disseminando in questa sua ultima fatica segni rivelatori del proprio
pessimismo cosmico. Più che un film, un Viaggio al termine della notte,
oscura, tetra, senza scampo.
Giudizio:
  ½
(legenda).
di Giulio Ragni. 3 Gennaio 2008. |
|
A due anni da “A History of Violence” il regista canadese David Cronenberg
torna con un’altra sua opera, un film che sembra di semplice interpretazione
e quasi banale alla primissima occhiata (parrebbe un gangster movie), ma che
sotto la flebile superficie nasconde una ricercatezza e un’attenzione nei
particolari che lascia spazio a diverse riflessioni e colpi di scena.
La pellicola narra della levatrice Anna (Naomi Watts), che vede morire
durante il suo turno una ragazza quattordicenne dopo il parto e Nikolai (Viggo
Mortensen) autista del figlio Kirill (un Vincent Cassel in gran forma) del
boss Semyon, un russo vecchio stampo, uno dei capi della gang russa “Vory V
Zakone” (ladri nella legge) che corrisponderebbe ad una sorta di “don”
siciliano. Filo conduttore e scatenante degli eventi è il diario della
ragazza morta, la sua voce fuoricampo che legge parti dei suoi ricordi
impressi su carta, e ci fa sprofondare su una realtà cruda e crudele che
l’ha portata a lasciare la sua terra per quelle promesse dell’est, citate
nel titolo originale (cambiato senza senso dalle “grandi menti” italiane)
ingannatrici e derivate da una lunga tradizione per cui “gli schiavi mettono
al mondo schiavi”.
Il film è ambientato in una Londra indistinguibile, fredda e piovosa,
lontana dalle meravigliose immagini iconografiche della città (che tornano e
si sfoggiano da sole in ogni film in cui l’ambientazione è parte importante
della storia; vedi per esempio I am Legend) e multetnica (russi, inglesi,
ceceni, un accenno all’ex compagnio di colore di Anna). Cronenberg torna a
parlarci del corpo, delle vicende delle persone che sono dentro l’ordinario
inchiodate nelle loro vite da più ordini, leggi e più ancora regole morali e
di rispetto che determinano la vita e la morte, elementi comuni che
colpiscono in modo indistintamente cruento sia i cattivi che le brave
persone.
Viggo Mortensen non manca di stupire nuovamente dandoci un’altra prova di
grande attore quale è ancora migliore della precedente collaborazione con
Cronenberg. Copre la parte del suo personaggio con grande passione (si dice
che prima delle riprese abbia studiato un documentario e libro a seguito di
Alix Lambert sui tatuaggi delle prigioni russe) e meticolosità
(nell’originale le sue battute in russo le dice con la sua stessa voce,
poiché parla anche quella lingua). Si potrebbe dire che non cambia molto la
sua espressione facciale (come il suo ruolo impone) se non nella scena
finale del combattimento nella sauna. A differenza di altri “eroi” del
grande schermo lui le prende di brutto e cade a terra sulle fredde
mattonelle quando viene colpito dal primo pungo, mostrandosi in tutta l sua
fisicità come Dio lo ha fatto; per tutto il film non si vede mai una pistola
e nemmeno qui dove i falcetti stridono sul marmo e incedono sui corpi
emettendo quel suono di carne lacerata. Mai prima d’ora è stata espressa con
tanto vigore e nudità la volontà di aggrapparsi alla vita in una scena già
destinata a diventare un culto.
Il film è in sostanza un noir che come nei grandi romanzi di genere ci fa
riflettere sul mondo, sul territorio circostante più che sulla soluzione
dell’intrigo in se che qui viene portato a una soluzione semplicistica (Semyon
arrestato per stupro nonostante tutto quello che ha fatto, ricorda Al Capone
arrestato per evasione fiscale!).
Il regista laddove non ci mette al corrente direttamente dei fatti ce li fa
percepire per altre vie, quali le chiacchere indiscrete dello zio Stephan,
gli atteggiamenti dei personaggi, il diario della ragazza che insieme ai
tatuaggi della mafia russa esprime la volontà di trattenere la propria
identità (quasi come unica prova della tua esistenza), che raccontano la
propria storia e limitano la tua vita (“se non hai tatuaggi, non sei
nessuno”) e il tuo ruolo; il tatuaggio diventa quindi una linea profonda,
come il solco che lascia sulla pelle, come simbolo della vita che con le sue
vicissitudini incide le nostre menti e i nostri corpi, e ci rende
impossibile tornare alla nostra essenza originale.
Giudizio:
   
(legenda).
di Boris Fietta. 18 Gennaio 2008. |