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2008 |
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Into the wild
(di Sean Penn, 2007). |
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"MIGLIOR
FILM" ai GRANSITO MOVIE AWARDS 2008 |
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Sean Penn cercava di realizzare questo film da più di dieci anni,da quando
gli capitò sotto agli occhi il best seller "Nelle terre estreme" di Jon
Krakauer che raccontava la vera storia di Christopher McCandless.
Sullo schermo Chris è interpretato da Emile Hirsch un magnetico e giovane
promettente che ha dato un'interpretazione, fisica e artistica,
straordinaria,un ruolo che ha richiesto sacrifici (20 kg in meno) e tanta
disciplina,per abbandonare come Chris la sua vecchia identità ed assumere
quella di Alexander Supertramp (il super camminatore).
Alex il supervagabondo è in fuga dalla società delle cose,fugge
dall’ipocrisia dei genitori e dalla potenziale carriera che avrebbe potuto
intraprendere,attraversa il Nuovo Messico, l’Arizona, il sud Dakota sino
alla sfida finale con la “wilderness” dell’Alaska nelle nevose solitudini,un
viaggio intrapreso per confrontarsi con se stesso seguendo le parole di
Thoreau, Tolstoj, Byron e Jack London i pionieri della cultura americana che
prima di lui sfidarono le terre incognite.
Into the wild è un road-movie che il regista abilmente suddivide in quattro
tappe in cui sono divisi i due anni di viaggio-ricerca di sé,capitoli
autosufficienti girati ognuno con uno stile in sintonia alla
situazione,stadi di formazione riadattati ad un arco temporale preciso che
valgono una vita intera: rinascita, infanzia, adolescenza, età adulta.
Sean Penn come Clint Eastwood è decisamente personale e riesce ad andare
dritto al cuore,specialmente quando Ron (Hal Holbrook) e Alex si confrontano
per un saluto finale,ma allo stesso tempo riesce a fotografare un America
distratta: un bambino gioca trascinando un albero di natale. Geniale ed
incalzante la colonna sonora del cantante e paroliere dei Pearl Jam, Eddy
Vedder, che accompagna sottolineando la bellezza selvaggia della natura.
In fuga dalla società e dalle
persone Alex il supervagabondo, non ha mai tempo, neppure per accorgersi
degli altri e per capire che come per i sogni e le ribellioni, anche la
felicità è tale se condivisibile con l’altro.
Giudizio:
  ½
(legenda).
di Alessio Novarelli. 29 Gennaio 2008. |
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Vitale, irrequieto, esuberante, ma anche molto più complesso di quanto non
sembrerebbe ad una prima lettura: Into the wild, quarta prova
registica dell’ispido Sean Penn, è la definitiva consacrazione di un autore
dallo sguardo radicalmente diverso e alieno rispetto a buona parte dei
cineasti statunitensi (e non solo).
Tratto dal romanzo di Jon Krakauer, Into the wild narra la
storia vera di Christopher McCandless, che dopo aver conseguito
brillantemente la laurea, scompare senza lasciare alcuna traccia di sé in
cerca di avventure, alla riscoperta di un intimo contatto con la natura,
attraversando il paese fino a raggiungere l’Alaska, sotto il nome di
Alexander Supertramp. Lungo il cammino, il giovane Chris – interpretato
magnificamente da Emile Hirsch – incontrerà un’umanità varia e bizzarra,
scenderà le rapide in kayak, imparerà la caccia e la raccolta del grano,
vivrà fino ai limiti estremi delle possibilità umane.
Penn racconta il tutto smontando la linearità narrativa, scandendo il
percorso del protagonista come capitoli di una nuova vita, in uno stile
vivido e appassionato, dove i vari split screen, freeze frames
e ralenti non sono mere esibizioni tecniche, ma restituiscono allo
spettatore lo sguardo caotico e continuamente sopra le righe di un mondo
visto con gli occhi di un ragazzo poco più che ventenne, mentre sullo
schermo scorrono le parole del diario di Chris e delle sue amate citazioni
letterarie (come Jack London) e le canzoni struggenti di Eddie Vedder dei
Pearl Jam diventano voce over del protagonista e inesprimibile
controcanto di un’anima tormentata e lacerata dalle sue stesse (false)
convinzioni.
Into the wild da un lato si presenta come la migliore trasfigurazione
cinematografica del mito kerouachiano del viaggio, pungolando lo
spirito ribelle tipico della gioventù che sopito alberga in ognuno di noi;
ma se il regista fa aderire lo spettatore allo sguardo di Chris, al contempo
ne mostra fragilità e debolezze, mettendo a nudo l’utopia nichilista del suo
progetto: “La felicità non è tale se non è condivisa” è la lezione che alla
fine dovrà imparare, purtroppo a caro prezzo, il solitario protagonista, in
una sequenza che richiama il Jack Nicholson folle e straziato del precedente
film di Penn, La Promessa; Chris pagherà lo scotto di un’ossessione
che è punto di non ritorno, l’attraversamento di un confine che conduce al
nulla.
Un’opera che è insieme rito di
passaggio, una Linea d’ombra che supera steccati e facili cliché
(emblematica in tal senso la rappresentazione della coppia hippie), ed
emozionata riflessione sulle grandi domande della vita, sulla coscienza di
sé e del mondo che ci circonda. Il film della stagione, forse, per chi non
ne abbia ancora piena consapevolezza, della vita.
Giudizio:
  
(legenda).
di Giulio Ragni. 2 Febbraio 2008. |
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Se il linguaggio quasi lirico, pieno di citazioni da Thoureu o Jack London
funziona davvero bene nel libro di Joan Krakauer, lo stesso non si puo’ dire
del film di Sean Penn. Il Christopher McCandless cinematografico, parlando
più come un libro stampato che come una persona vera, perde parte della sua
bellezza e della sua “wildness”. In mezzo alla bellissima e sconfinata
natura dell’Alaska e dei luoghi più suggestivi degli Stati Uniti centrali,
Sean Penn si lascia prendere dalla poeticità e mette in bocca a Emile Hirsch
battute che sembrano non appartenergli. Il giovane attore regala comunque
un’ottima prova, che forse sarebbe avrebbe meritato una candidatura, piena
di passione nei momenti di maggiore slancio e di disperazione nelle fasi
finali. Anche gli altri attori che incrociano la strada del protagonista,
sono perfetti nelle loro parti. L’unica pecca di questi personaggi secondari
e di alcuni siparietti di cui sono protagonisti è che tendono a cadere nei
soliti stereotipi: i due olandesi nel Gran Canyon, gli Hippies: anche loro
sembrano essere usciti da un libro e avere poco di realistico.
Le scenografie del film sono
bellissime e regalano da sole mille emozioni, ma in questo suo nuovo film
Sean Penn si è fatto prendere la mano dal lirismo della storia a scapito di
una realtà che forse già da sola avrebbe bastato a creare un viaggio da
sogno nelle “terre selvagge”.
Giudizio:

(legenda).
di Isabella Agostinelli. 2 Febbraio 2008. |
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10 anni. Tanto è durata la produzione di “Into the wild”, il quarto
lungometraggio di Sean Penn, presentato nella sezione Première alla seconda
edizione della festa del cinema di Roma. 10 anni, perché Penn voleva essere
sicuro che il suo lavoro fosse apprezzato dalla famiglia del protagonista:
Christopher
McCandless che ha vissuto sulla sua pelle le incredibili vicende
del film.
Dopo aver frequentato con risultati eccellenti la Emory University,
Christopher è comunque infelice, costretto a vivere in una famiglia in cui
le principali ideologie sono materialismo e popolarità. Così con grande
stupore di tutti, eccetto della sorella, il protagonista si mette in
viaggio, un viaggio nella natura incontaminata, alla ricerca della vera
vita, quella incondizionata dalle regole della società. Senza soldi e con un
grande zaino sulle spalle Christopher si metterà in cammino verso l’Alaska,
incontrando nel suo percorso personaggi diversissimi quanto affascinanti,
con i quali arricchirà di emozioni, sentimenti e conoscenze la sua grande
avventura. Nello stesso tempo sarà lui stesso a farsi amare dagli altri e a
rendersi indimenticabile nella memoria di tutti.
Con una singolare scelta cronologica nella distribuzione degli eventi il
regista riesce a conquistare lo spettatore sin dalle prime eccezionali
immagini dell’Alaska. Il paesaggio può essere considerato, a tutti gli
effetti, protagonista del film, senza tuttavia mettere in secondo piano le
eccezionali interpretazioni, da quella di Emile Hirsh (che, senza
controfigure, ha portato a termine un impegno fisico e psicologico davvero
notevole) a quella toccante di Hal Holbrook nominato tra l’altro al premio
Oscar come miglior attore non protagonista.
“Into the wild” è un film molto
emozionante, in grado di mettere in discussione quelle certezze materiali a
cui ci aggrappiamo quotidianamente. Il viaggio di Christopher è un viaggio
alla ricerca dell’essenza dell’uomo, libero dai vincoli civili, da quelli
della famiglia, libero dagli schemi della quotidianità e con un finale così
toccante da colpire anche il più scettico degli spettatori.
Giudizio:
  
(legenda).
di Salvatore Scarpato. 3 Febbraio 2008. |
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[Into
the wild su Imdb.com] [Sean
Penn su Imdb.com] |
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il Cinema Americano
su SDC |
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Anno 2007
- American Gangster (di Ridley Scott).
- Into the wild (di Sean
Penn).
- Io non sono qui (di Todd
Haynes).
- Leoni per agnelli (di
Robert Redford).
- Michael Clayton (di
Tony Gilroy).
- Nella valle di Elah (di
Paul Haggis).
- Ocean's 13 (di Steven
Soderbergh).
- Paranoid Park (di
Gus Van Sant).
- Sogni e delitti (di
Woody Allen).
- The Bourne Ultimatum (di
Paul Greengrass).
- Un'altra giovinezza (di
Francis Ford Coppola).
- Zodiac (di David Fincher).
Anno 2006
- Babel (di
Alejandro Gonzales Inarritu).
- Black Dhalia (di
Brian De Palma).
- Bobby (di Emilio
Esteves).
- Flags of our Fathers
(di Clint Eastwood).
- Little Miss Sunshine
(di Jonathan Dayton e Valerie Faris).
- Radio America (di
Robert Altman).
- Romance&Cigarettes
(di John Turturro).
- The Departed (di
Martin Scorsese).
- The Prestige (di
Christopher Nolan).
- United 93 (di
Paul Greengrass).
Anno 2005
-
Crash
(di Paul Haggis).
-
Good
night and good luck (di George Clooney).
-
Match
Point (di Woody Allen).
Anno 2004
-
Fahrenheit 9/11 (di Michael Moore).
Anno 2002
- Bowling a
Columbine (di Michael Moore).
- La 25a ora (di
Spike Lee).
Anno 2000
- Il gladiatore
(di Ridley Scott). |
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