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Il petroliere (di Paul Thomas Anderson, 2007).

"(ANTI)CLASSICO" - Ci sono voluti molti anni a Paul Thomas Anderson, dopo il flop di Ubriaco d’amore, per ritornare dietro la macchina da presa, ed uscire dal tunnel della crisi creativa che lo aveva travolto: con Il Petroliere il giovane regista si riprende la palma di miglior regista americano del circuito indipendente, lontanissimo dallo stile minimal intellettuale imperante, firmando una rivisitazione originale e personalissima del cinema dei Padri.
Sono stati citati a ragione David Griffith, Erich Von Stroheim, King Vidor, John Huston e Il Gigante di George Stevens come modelli ispiratori del film: ma Anderson non è Scorsese, e realizza un’opera maestosa ed imperfetta, tronfia e muscolare, con altissimi momenti di regia che però rivelano lo sforzo di contenere un Daniel Day Lewis nella sua interpretazione più furiosa e “cannibalica” nei confronti del film stesso, di un’energia incontenibile fatta di sguardi, fisicità, rabbia e odio ancestrali, come se al Macellaio di Gangs of New York fosse stata strappata anche quel po’ di umanità che sembrava albergare.
Riportare per intero l’epopea storica che attraversa il film sarebbe lunghissimo, basti dire che ad Anderson interessi raccontare come i miti fondativi dell’ America, evangelismo e materialismo capitalista, siano solo follie entrambe destinate al fallimento; ma lo stile del regista è troppo indie per firmare – come qualcuno ha scritto – un film classico, e infatti utilizza una colonna sonora disturbante (firmata da Johnny Greenwood dei Radiohead), è volutamente altalenante nel ritmo lungo le tre ore di durata, spezza scene madri con acida ironia, come nell’eccessivo, estenuante finale.
Un film che usa l’epicità contro se stessa, un esperimento linguistico meraviglioso – i primi venti minuti praticamente muti, carrelli e piani sequenza spettacolari, movimenti di macchina complessi e sinuosi – che distrugge quella stessa materia da cui è stata creata: non è un caso che agli Oscar abbia raccolto poco, un film così profondamente e visceralmente americano nei contenuti, è anche un atto di sfida contro la grammatica linguistica del cinema classico che sembra voler celebrare.
Giudizio: ½ (legenda).
di Giulio Ragni. 15 Marzo 2008.

Una messa in scena furente, violenta, brutale e allo stesso tempo di rara sobrietà e limpidezza, quasi contemplativa; un protagonista, Daniel Plainview, semplicemente gigante, titanico, sfuggente e affascinante. Ciò che però lo rende tale non è tanto la sua personalità e le sue caratteristiche di essere umano, quanto piuttosto il modo in cui Paul Thomas Anderson lo mette in scena. Daniel non è diverso da tanti personaggi già visti al cinema, forse solo più laconico: personalità complessa, diffidente, aggressiva, individualista. Un uomo dalla spiccata intelligenza pratica, opportunista, violento e solitario; ciò che lo rende indimenticabile è l’approccio narrativo e registico di Anderson che rappresenta il suo protagonista quasi come fosse un paesaggio inesplorato, oscuro e pericoloso.
La scrittura cinematografica di Anderson ricalca la percezione che Daniel Plainview ha del mondo e degli essere umani, riassunta con poche parole dallo stesso protagonista durante il dialogo con il presunto fratello Henry (“Non sopporto vedere gli altri primeggiare” e “Odio quasi tutte le persone che incontro”); allo stesso modo lo spettatore sembra vedere unicamente la grandezza di Daniel in confronto al quale tutti i personaggi sembrano fantocci insignificanti da guardare con disprezzo o indifferenza, con la parziale eccezione del giovane H.W.
L’intuizione di Anderson è stata quella di immergere nel racconto chi guarda il film con rara violenza, di schiacciarlo quasi, usando unicamente il punto di vista di Daniel. Lo spettatore percepisce Daniel così come Daniel percepisce se stesso. Ciò non è però ottenuto attraverso un processo di identificazione o adesione emotiva: Anderson non entra mai dentro il suo protagonista, né materialmente (nel film non ci sono soggettive) né da un punto di vista prettamente emotivo (l’impenetrabilità di Daniel non si spezza mai): semplicemente Anderson elimina qualunque distanza di sicurezza, pone i suoi spettatori così vicini a Daniel da non permettere loro di vederlo in maniera obiettiva.
Attraverso una messa in scena di forte astrazione Anderson crea un’opera violenta, concreta e di marcato realismo, un realismo che risiede soprattutto nel rappresentare le percezioni di Daniel.
La concretezza è evidente nell’adesione alla materia: pietra, terra, polvere, petrolio, sangue, acqua prendono vita sullo schermo con una forza tale da entrare direttamente nella pelle dello spettatore; complice l’ottimo lavoro sulla fotografia di Robert Elswit, There Will Be Blood è un film tattile, materico, epidermico.
La pellicola è poi, sotto diversi aspetti, crudelmente reale: lo è nei tempi angosciosamente dilatati (si veda tutto l’incipit di Daniel alle prese con lo scavo, o il momento dell’esplosione in cui il piccolo H.W. perde l’udito) durante i quali il montaggio non cerca di filtrare, raccontare o proporre punti di vista, bensì si limita ad osservare con occhi freddi, a guardare gli eventi mentre questi si verificano.
L’estrema sobrietà della messa in scena, della colonna sonora e l’assoluta mancanza di enfasi danno a determinati momenti una forza devastante, si pensi agli scoppi di violenza di Daniel, freddi, inaspettati, prolungati, o alle scene che vedono protagonista la pericolosa potenza delle macchine e del petrolio.
Come già detto, il realismo di There Will Be Blood non è un realismo narrativo o emotivo, bensì percettivo: la materia cinematografica è organizzata in modo tale da immergere lo spettatore nelle sensazioni di Daniel, sensazioni mentali ma anche e soprattutto materiali, e ciò si ricollega alla particolare concretezza del film di cui si parlava poco sopra.
Un’opera estremamente fisica, dunque, e proprio per questo difficile da descrivere o inquadrare, un film che lascia sopraffatti e annientati. Conclusione perfetta, devastante sulle note di Brahms.
Giudizio: (legenda).
di Valentina Alfonsi. 20 Marzo 2008.

Files di Cinema

[Il petroliere su Imdb.com]  [Paul Thomas Anderson su Imdb.com]  [Daniel Day Lewis su Imdb.com]

il Cinema Americano su SDC

Anno 2007
- American Gangster (di Ridley Scott).
- Hairspray (di Adam Shankman).
- Il petroliere (di Paul Thomas Anderson).
- Into the wild (di Sean Penn).
- Io non sono qui (di Todd Haynes).
- La guerra di Charlie Wilson (di Mike Nichols).
- L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford (di Andrew Dominik).
- Leoni per agnelli (di Robert Redford).
- Michael Clayton (di Tony Gilroy).
- Nella valle di Elah (di Paul Haggis).
- Non è un Paese per vecchi (di Joel e Ethan Coen).
- Ocean's 13  (di Steven Soderbergh).
- Paranoid Park  (di Gus Van Sant).
- Sogni e delitti (di Woody Allen).
- Sweeney Todd: il diabolico barbiere di Fleet Street (di Tim Burton).
- The Bourne Ultimatum (di Paul Greengrass).
- Un'altra giovinezza (di Francis Ford Coppola).
- Zodiac (di David Fincher).

Anno 2006
- Babel  (di Alejandro Gonzales Inarritu).
- Black Dhalia (di Brian De Palma).
- Bobby (di Emilio Esteves).
- Flags of our Fathers (di Clint Eastwood).
- Little Miss Sunshine (di Jonathan Dayton e Valerie Faris).
- Radio America (di Robert Altman).
- Romance&Cigarettes (di John Turturro).
- The Departed (di Martin Scorsese).
- The Prestige (di Christopher Nolan).
- United 93 (di Paul Greengrass).

Anno 2005
- Crash (di Paul Haggis).
- Good night and good luck (di George Clooney).
- Match Point (di Woody Allen).

Anno 2004
- Fahrenheit 9/11 (di Michael Moore).

Anno 2002
- Bowling a Columbine (di Michael Moore).
- La 25a ora (di Spike Lee).

Anno 2000
- Il gladiatore (di Ridley Scott).

GRANSITO MOVIE AWARDS 2008 - Ottava edizione del primo premio cinematografico online d'Italia.

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