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"(ANTI)CLASSICO" - Ci sono voluti molti
anni a Paul Thomas Anderson, dopo il flop di Ubriaco d’amore, per
ritornare dietro la macchina da presa, ed uscire dal tunnel della crisi
creativa che lo aveva travolto: con Il Petroliere il giovane regista
si riprende la palma di miglior regista americano del circuito indipendente,
lontanissimo dallo stile minimal intellettuale imperante, firmando una
rivisitazione originale e personalissima del cinema dei Padri.
Sono stati citati a ragione David Griffith, Erich Von Stroheim, King Vidor,
John Huston e Il Gigante di George Stevens come modelli ispiratori
del film: ma Anderson non è Scorsese, e realizza un’opera maestosa ed
imperfetta, tronfia e muscolare, con altissimi momenti di regia che però
rivelano lo sforzo di contenere un Daniel Day Lewis nella sua
interpretazione più furiosa e “cannibalica” nei confronti del film stesso,
di un’energia incontenibile fatta di sguardi, fisicità, rabbia e odio
ancestrali, come se al Macellaio di Gangs of New York fosse stata
strappata anche quel po’ di umanità che sembrava albergare.
Riportare per intero l’epopea storica che attraversa il film sarebbe
lunghissimo, basti dire che ad Anderson interessi raccontare come i miti
fondativi dell’ America, evangelismo e materialismo capitalista, siano solo
follie entrambe destinate al fallimento; ma lo stile del regista è troppo
indie per firmare – come qualcuno ha scritto – un film classico, e
infatti utilizza una colonna sonora disturbante (firmata da Johnny Greenwood
dei Radiohead), è volutamente altalenante nel ritmo lungo le tre ore di
durata, spezza scene madri con acida ironia, come nell’eccessivo, estenuante
finale.
Un film che usa l’epicità contro
se stessa, un esperimento linguistico meraviglioso – i primi venti minuti
praticamente muti, carrelli e piani sequenza spettacolari, movimenti di
macchina complessi e sinuosi – che distrugge quella stessa materia da cui è
stata creata: non è un caso che agli Oscar abbia raccolto poco, un film così
profondamente e visceralmente americano nei contenuti, è anche un atto di
sfida contro la grammatica linguistica del cinema classico che sembra voler
celebrare.
Giudizio:
  ½
(legenda).
di Giulio Ragni. 15 Marzo 2008. |
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Una messa in scena furente, violenta, brutale e allo stesso tempo di rara
sobrietà e limpidezza, quasi contemplativa; un protagonista, Daniel
Plainview, semplicemente gigante, titanico, sfuggente e affascinante. Ciò
che però lo rende tale non è tanto la sua personalità e le sue
caratteristiche di essere umano, quanto piuttosto il modo in cui Paul Thomas
Anderson lo mette in scena. Daniel non è diverso da tanti personaggi già
visti al cinema, forse solo più laconico: personalità complessa, diffidente,
aggressiva, individualista. Un uomo dalla spiccata intelligenza pratica,
opportunista, violento e solitario; ciò che lo rende indimenticabile è
l’approccio narrativo e registico di Anderson che rappresenta il suo
protagonista quasi come fosse un paesaggio inesplorato, oscuro e pericoloso.
La scrittura cinematografica di Anderson ricalca la percezione che Daniel
Plainview ha del mondo e degli essere umani, riassunta con poche parole
dallo stesso protagonista durante il dialogo con il presunto fratello Henry
(“Non sopporto vedere gli altri primeggiare” e “Odio quasi tutte le persone
che incontro”); allo stesso modo lo spettatore sembra vedere unicamente la
grandezza di Daniel in confronto al quale tutti i personaggi sembrano
fantocci insignificanti da guardare con disprezzo o indifferenza, con la
parziale eccezione del giovane H.W.
L’intuizione di Anderson è stata quella di immergere nel racconto chi guarda
il film con rara violenza, di schiacciarlo quasi, usando unicamente il punto
di vista di Daniel. Lo spettatore percepisce Daniel così come Daniel
percepisce se stesso. Ciò non è però ottenuto attraverso un processo di
identificazione o adesione emotiva: Anderson non entra mai dentro il
suo protagonista, né materialmente (nel film non ci sono soggettive) né da
un punto di vista prettamente emotivo (l’impenetrabilità di Daniel non si
spezza mai): semplicemente Anderson elimina qualunque distanza di sicurezza,
pone i suoi spettatori così vicini a Daniel da non permettere loro di
vederlo in maniera obiettiva.
Attraverso una messa in scena di forte astrazione Anderson crea un’opera
violenta, concreta e di marcato realismo, un realismo che risiede
soprattutto nel rappresentare le percezioni di Daniel.
La concretezza è evidente nell’adesione alla materia: pietra, terra,
polvere, petrolio, sangue, acqua prendono vita sullo schermo con una forza
tale da entrare direttamente nella pelle dello spettatore; complice l’ottimo
lavoro sulla fotografia di Robert Elswit, There Will Be Blood è un
film tattile, materico, epidermico.
La pellicola è poi, sotto diversi aspetti, crudelmente reale: lo è nei tempi
angosciosamente dilatati (si veda tutto l’incipit di Daniel alle prese con
lo scavo, o il momento dell’esplosione in cui il piccolo H.W. perde l’udito)
durante i quali il montaggio non cerca di filtrare, raccontare o proporre
punti di vista, bensì si limita ad osservare con occhi freddi, a guardare
gli eventi mentre questi si verificano.
L’estrema sobrietà della messa in scena, della colonna sonora e l’assoluta
mancanza di enfasi danno a determinati momenti una forza devastante, si
pensi agli scoppi di violenza di Daniel, freddi, inaspettati, prolungati, o
alle scene che vedono protagonista la pericolosa potenza delle macchine e
del petrolio.
Come già detto, il realismo di There Will Be Blood non è un realismo
narrativo o emotivo, bensì percettivo: la materia cinematografica è
organizzata in modo tale da immergere lo spettatore nelle sensazioni di
Daniel, sensazioni mentali ma anche e soprattutto materiali, e ciò si
ricollega alla particolare concretezza del film di cui si parlava poco
sopra.
Un’opera estremamente fisica, dunque, e proprio per questo difficile da
descrivere o inquadrare, un film che lascia sopraffatti e annientati.
Conclusione perfetta, devastante sulle note di Brahms.
Giudizio:
   
(legenda).
di Valentina Alfonsi. 20 Marzo 2008. |