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"TARANTINO, IL PESSIMO"
- Quentin Tarantino è stato al centro dell'attenzione mediatica e fulcro di
discussioni di buona parte della critica cinematografica nazionale, dalla
scorsa primavera, per alcune sue dichiarazioni sul pessimo stato del cinema
italiano. Tarantino era giunto a Cannes, reduce da un totale fallimento al
botteghino della sua nuova opera, Grindhouse. Per il mercato europeo,
dopo il flop USA, decide di dividere Grindhouse (opera a quattro mani col
fido Rodriguez) e presentare il suo spezzone, allungato, A prova di morte,
singolarmente.
A prova di morte è un film pessimo. La vicenda è inesistente, la
volontà di omaggiare i b-movie è una componente debole, isolata, che non
regge che per pochi minuti. Violenza gratuita, mostrata e attesa. Omaggio al
cinema splatter? E' più un omaggio al non-cinema, al cinema senza contenuto.
I tocchi geniali di Kill Bill, specie il volume I, non sono
neanche lontanamente rintracciabili. Siamo di fronte a un tentativo estremo
sì, ma ad un prodotto finale ai limiti del guardabile. C'è chi ha scritto
che "Tarantino è andato oltre". Probabilmente è conveniente intendere
"l'andare oltre di questo film" con il fatto che Tarantino, pessimo attore
anche in questo film, è andato oltre la mediocrità generale dell'opera, con
la sua performance interpretativa.
Tornando alle tarantiniane sparate sul caos del cinema italiano attuale,
sarebbero anche giustificate se non fossero state servite durante il lancio
di un film così mal riuscito...
Giudizio:
  
(legenda).
di Matteo Bursi. 7 Dicembre 2007. |
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"TARANTINO, L'OTTIMO"
- Innanzitutto è bene fare una premessa: Grindhouse nella sua
versione originale è un film di tre ore firmato Tarantino & Rodriguez
composto da due episodi inframmezzati da quattro finti trailer, che
ripropone lo spettacolo maratona tipico dei cinema di periferia americani (grindhouse
appunto) degli anni Settanta: essendo stata scomposta la versione europea in
due film diversi, rimpolpati per ottenere una lunghezza accettabile, il
giudizio finale appare inevitabilmente monco, e mutilato rispetto invece a
Kill Bill che era un film unico uscito in due parti per volontà di
Tarantino stesso.
Detto ciò, Grindhouse – A prova di morte conferma la volontà del suo
autore di continuare il proprio percorso di un cinema ludico e nostalgico,
che pesca a mani basse nella sottocultura underground, il tutto
frullato e ripresentato agli spettatori di oggi: nel suo segmento Tarantino
mette insieme Russ Meyer e lo slasher horror, i fumetti pulp con
Punto Zero e gli altri racer movie che a suo tempo fecero epoca,
e dove il funambolico Quentin rielabora tutte le sue ossessioni d’autore,
dal gusto per il dettaglio nel decòr alle pulsioni feticistiche – il film è
un tripudio di piedi, cosce e sederi femminili – dal gusto per lo sberleffo
al ruolo della donna come motore e centro emotivo del suo microcosmo, tanto
da risultare come uno degli autori insospettabilmente più femministi del
cinema americano contemporaneo.
Grindhouse – A prova di morte appare il suo film più personale e
anche il più teorico: infatti il film è diviso in due parti perfettamente
strutturate, una prima pensata come se lo spettatore si trovasse davanti un
vero B movie d’epoca, con la pellicola bruciata, i salti
d’inquadratura, le bobine mancanti, ma anche con un certo squilibrio tra
l’attesa dell’evento e l’evento stesso, infarcito di chiacchiere
sporcaccione e divagazioni superflue (la lap dance di Vanessa Ferlito,
aggiunta per il pubblico europeo); ed un'altra con il Tarantino’s touch,
più veloce, dinamica, spiazzante nel mescolare citazioni apparentemente
incongrue, e con uno dei migliori inseguimenti automobilistici mai girati,
diretto in modo vintage senza effetto speciale alcuno.
Ma che cos’è alla fine A prova di morte? Tante cose. Un prodotto
consapevolmente di basso profilo fatto per essere divertimento
ultrapopolare, ma anche ristabilimento di una pratica della visione perduta
– ma che a noi europei è compromessa per la divisione del progetto
Grindhouse in due opere distinte – e persino una geniale, ancorché
sottovalutata, riflessione sul ribaltamento dei ruoli nella coppia moderna:
come Kill Bill non era soltanto un film di vendetta ma un melodramma
su un amore perduto, così l’ultima fatica tarantiniana non è soltanto un
gruppo di donne che parlano a ruota libera, come si evince chiaramente dal
metaforico finale.
Ma la conferma ulteriore che arriva dalla visione del film è che tutta la
filmografia tarantiniana diventa metafora stessa della crisi del
linguaggio cinematografico, giunto ormai a saturazione espressiva – come
il romanzo letterario del resto – e che non può fare altro che riflettere su
se stesso e su ciò che è stato per guardare oltre il conoscibile:
d’altronde lo aveva capito in tempi non sospetti Brian De Palma, vero nume
tutelare del cinema tarantiniano nella sua accezione metalinguistica e
autoreferenziale. E quando in un paio di brevi momenti A prova di morte
ci regala delle istantanee come lo sguardo ammiccante in macchina di Kurt
“Stuntman Mike” Russell prima di compiere il suo massacro, oppure quello
bellissimo di Rosario Dawson che passa dalla paura all’eccitazione in un
magnifico sorriso, allora possiamo soltanto ringraziare Quentin per
l’ennesima volta.
Tutti i film di Tarantino sono
simulacri riempiti di memoria cinefila, crogioli di film e sequenze
disparate, brandelli di visioni altrui, e questo non fa eccezione: certo
Tarantino può non piacere, ma definirlo disgustoso è un’operazione
superficiale e priva di un’analisi adeguata; personalmente chi vi scrive
ritiene più disprezzabile un Lars Von Trier che dietro le sue provocazioni
allegoriche inneggia ai kamikaze anti americani (l’applauditissimo – ma solo
da noi chissà perché… - Dogville), o l’anestetizzante sentimento
politically correct che permea buona parte del cinema d’autore italiano
contmporaneo. In fin dei conti A prova di morte è proprio come le
bad girls di cui parla, quelle che non presenteremmo mai a mamma e papà,
ma che ci fanno passare qualche ora decisamente divertente.
Giudizio:
 ½
(legenda).
di Giulio Ragni. 16 Dicembre 2007. |