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Quando il direttore della Mostra del Cinema di Venezia Marco Muller annunciò
che il film Espiazione avrebbe aperto la kermesse lagunare, dubbi e
perplessità hanno accolto la scelta: per la difficoltà di tradurre in
immagini il romanzo di Ian McEwan, uno dei più folgoranti autori letterari
contemporanei; perché il regista Joe Wright aveva all’attivo soltanto
un’anodina trasposizione di Orgoglio e Pregiudizio; perché al film
d’apertura si chiede glamour come sostanza filmica, qualità tecniche
indiscutibili ed emozioni destinate a rimanere ad imperitura memoria.
Alla prova dei fatti si può essere appagati dal risultato finale, e se il
regista ogni tanto si perde in lungaggini e in alcune metafore – specie
nella seconda parte – eccessivamente ambiziose, nondimeno va riconosciuto
all’autore e al cast intero di aver saputo restituire sullo schermo tutto il
fascino del romanzo. La continua alternanza dei punti di vista e gli strappi
cronologici sono fluidi e non appesantiscono la visione del film, che
scivola dagli impalpabili sussulti del cuore e dall’attrazione/repulsione
per il sesso all’orrore della guerra e a un luttuoso destino riscattato
dalla fantasia dello scrittore demiurgo: perché Espiazione è si la
struggente storia di un amore impossibile, ma soprattutto un film sul potere
della narrazione, sulla capacità che ha l’arte di rimodellare e travalicare
una realtà ben più misera di quella “rivissuta” attraverso la mediazione
artistica.
Il regista sfoggia una tecnica sopraffina sinanche leziosa, con magistrali
carrelli e piani-sequenza mozzafiato, e quando le bellurie estetizzanti
sembrano prendere il sopravvento, arrivano in soccorso degli attori in stato
di grazia, a cominciare dalla giovane Briony interpretata da una bravissima
Saoirse Ronan, di cui sentiremo certamente ancora parlare, ma non sono da
meno le “vittime” della sua immaginazione, il ruvido James McAvoy (L’ultimo
re di Scozia) e una superba Keira Knightley, che a dispetto di una magrezza
sempre più anoressica, riesce a regalare lampi di debordante sensualità, –
indimenticabile il suo “Torna da me” sussurrato all’orecchio dell’amante con
un magnifico vestito verde – e ovviamente tutti gli osanna di ogni critico
non possono non andare all’immarcescibile Vanessa Redgrave, che in un assolo
di cinque minuti regala un’altra perla d’intensità emotiva che lascia tracce
indelebili nella memoria di ogni spettatore degno di questo nome.
Giudizio:
 
(legenda).
di Giulio Ragni. 29 Settembre 2007. |
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Il film Espiazione è secondo me un film modello per tutti coloro che
vogliono cimentarsi in una trasposizione cinematografica di un romanzo che
ha poco e nulla di cinematografico.
E il romanzo di McEwan è proprio uno di questi romanzi.
La bellezza dell’opera più apprezzata dello scrittore inglese, sta infatti
nelle parole e soprattutto nella sua riflessione sulla potenza delle parola
scritta; un romanzo che è una profonda autoanalisi sulle capacità di un
romanziere di creare una realtà e di renderla plausibile e credibile per il
lettore; un romanzo che esamina il “crimine” che l’uso delle parole dette
può creare e che la parola scritta può infine far espiare. Questo è il
potere, e allo stesso tempo la dannazione, della parola scritta secondo
McEwan.
Tutto ciò, a rigor di logica, non sarebbe quindi ricreabile sullo schermo,
poichè il cinema ha la sua forza nelle immagini, nella recitazione,
nell’oralità e non nella scrittura.
Nel portare Espiazione sullo schermo, la bravura di Joe Wright è
stata nel prendere il romanzo e di creare un’altra opera che funzionasse a
livello cinematografico.
Wright è infatti riuscito a far risaltare quegli elementi del romanzo che
non sviluppati sulla pagina scritta, hanno la loro ragione d’essere nella
trasposizione cinematografica. Parlo per esempio della storia d’amore tra
Robbie e Cecilia o del finale romantico sulle coste inglesi con i due amanti
che incoronano finalmente il loro sogno d’amore.
Il romanzo di McEwan non si sofferma molto su questi momenti più romantici
ma lascia più spazio ad una forte dose di cinismo; sentimento che trova il
suo apice nella dichiarazione finale di Birony quando rivela al lettore che
molto di ciò che ha letto, di cui si è appassionato e con cui ha pianto e
riso, non è altro che una finzione letteraria, come a dire: cari lettori, vi
ho ingannati dall’inizo alla fine. Lei è morta, lui è morto, non c’è nessun
amore.
La stessa dichiarazione sullo schermo rivela invece tutto il rimorso, la
paura e l’agonia del personaggio: davanti ad una telecamera, Birony fa la
sua dichiarazione, ma su di lei grava tutto il rimorso di quello che ha
commesso e la consapevolezza di aver rovinato un amore per sempre.
Insomma, Wright ha saputo mettere
sullo schermo ciò che non era rappresentabile usando sapientemente quelle
parti e acutizzando quei sentimenti che hanno più forza sullo schermo. Ha
creato così un’opera nuova, differente dal romanzo, ma non per questo meno
potente o meno folgorante.
Giudizio:
  
(legenda).
di Isabella Agostinelli. 25
Ottobre 2007. |
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“Parla di una ragazza, giovane e sciocca, che vede qualcosa dalla sua
camera da letto che non capisce, ma pensa di capire...”
Queste sono le parole che Briony Tallis ha cercato di scrivere da tutta una
vita, un’ intera solitaria esistenza scandita solo dal rumore dei tasti
della sua macchina da scrivere. Briony ha deciso di inventare un nuovo
finale alla sua espiazione, ha creato dei nuovi ricordi meno amari nella
speranza che potessero aiutarla a non sentire più il peso della separazione
e delle sofferenze che ha causato a sua sorella Cecilia (Keira Knightley) e
al suo innamorato Robbie (James McAvoy). Quella menzogna detta a tredici
anni ha condannato Robbie, ingiustamente ricoperto d’ infamia per un crimine
mai commesso e ha separato due innamorati, impedendo che il loro amore
venisse vissuto. Solo alla fine comprende. Alla fine, quando è troppo tardi
per chiedere quel perdono che lei stessa non riesce a concedersi.
Il regista Joe Wright ha messo in scena la straziante storia del romanzo di
Ian Mc Ewan avvalendosi di splendide ambientazioni valorizzate dalle
carrellate in steadycam e interpreti magnifici, a cominciare dalla piccola
Briony (Saoirse Ronan). Il tutto sottolineato da eleganti musiche e velate
riprese che alternano splendidamente luci ed ombre. È riuscito ad
amplificare quel bel lavoro che è stato fatto con “Orgoglio e pregiudizio”
regalandoci scene indimenticabili come il vestito di seta verde indosso a
Cecilia, l’amore tra lei e Robbie in biblioteca alla penombra di una fioca
luce e il tormento di un’ anziana Briony (Vanessa Redgrave) che si tiene la
testa tra le mani poco prima di vomitarci addosso i suoi peccati.
E poi c’è quel....torna da me.
Giudizio:
  
(legenda).
di Valentina Gaetani. 23
Gennaio 2008. |