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Ohh ! Quante persone credono che i libri portino risposte e verità, in
particolar modo i libri religiosi e quelli scolastici, i quali sono
addirittura raccomandati dal le istituzioni, quasi si storce il naso al
pensiero che qualcuno non li abbia letti, assaportati, ascoltati, almeno una
volta.
Inseguire ideali comuni è “disciplina”, la si può trovare dovunque, nei
libri, nelle pubblicità, nelle mode. Per Olmi, i dogmi e la disciplina dei
libri di religione, in particolar modo, ha portato dolore e distruzione
durante tutto il corso della storia dell'uomo. Bisognerebbe invece seguire
il proprio cuore nel rispetto degli uomini : questa è “educazione” ed è
questa la grande differenza tra vivere in modo attivo e consapevole o
decidere di fare solo parte di un gregge. Ci si aggrappa invece a ciò che è
scritto, a ciò che è “di tutti”, molto più comodo che sedersi, cercare il
silenzio e dare ascolto a noi stessi, troppe paure ed insicurezze si
impossesserebbero di noi. Per rispettare un uomo, spesso invece, le regole
devono essere, cambiate, a seconda delle circostanze, senza la benchè minima
rigidità.
Olmi, nella sua splendida opera, mette chiaramente in luce la differenza tra
ciò che è “discipilina” e ciò che è “educazione” : questo è ciò che intuisce
il protagonista del film, un professore universitario, detto il Professorino
a causa della sua giovane età. Capisce questo in una sorta di folle
risveglio, come se solo in quel momento avesse trovato la propria lucidità
mentale e con un gesto estremo, illegale e dissacrante inchioda quelle che
per lui sono le false verità, le menzogne : tutti i libri della biblioteca
dell'università finiscono crocifissi, afflitti sul pavimento, non più capaci
di parlare...dal suo punto di vista non più capaci di nuocere a tutti quegli
ingenui che cercano la verità in qualcosa in ciò che è fisso, scritto,
piuttosto che dentro se stessi e nel mondo che li circonda.
Il Professorino dissacra, distrugge il male e poi se ne và, perchè anche
lui, dopo tanti anni inseguendo illusioni e falsi dogmi, ha bisogno di
ritrovarsi, il risveglio è finito ora inizia la ricerca.
Abbandonata la religione dei libri inizia a mettere in pratica una religione
dell'uomo, di se stesso, inizia a credere nel Dio che interroga piuttosto
che in quello che Insegna.
Si ritrova in mezzo alla gente in un posto splendido, agli argini del fiume
Po, gente che parla con le mani e con gli occhi e che ama con il cuore e con
la pelle, niente altro, che ha voglia di vivere, divertirsi, ballare,
lavorare. Insieme a loro egli trae i più grandi insegnamenti dalla vita, col
fango sulle mani, i piedi scalzi, i bicchieri di vino portati in alto, egli
riscopre la forza della semplicità e dell'umiltà, ritrovando così un proprio
Credo, riportando Dio nel suo vero ruolo. Come disse Amleto :” vi sono più
cose in cielo e in terra di quando non lasci sognare la vostra cognizione di
dotti”.
La verità intuitiva, istintiva, mai immobile e sigillata, viene
magistralmente ritratta in lunghe e meravigliose squarci natuarli, nel
traghetto che ogni giorno ed ogni notte solca le acque del fiume, nelle onde
create dal vento che luccicano alla luce del sole, nei fili d'erba e nelle
piccole lumache che escono e fanno capolino con la rugiada del mattino,
vicino a vecchie case abbandonate in prossimità della riva e dentro barche
di pescatori, tutti uomini vecchi, che sono ancora ancorati alla loro vita,
al pesce arrostito la sera e all'addormentarsi al suono di un lento waltzer.
Giudizio:
  
(legenda).
di Claudia Costanza. aprile 2007. |
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Il cristianesimo di Olmi è fuori da ogni dogma, da ogni idea precostituita o
rivelata, è un pensiero critico, come d’ altronde la fede che lo anima.
Olmi trae virtù dai quattro i evangeli senza farsi incantare dai
poteri psicologici del sacro. Le sue interpretazioni delle scritture
bibliche sono molto personali e il modo con cui vive nel mondo è ricco di
fervori etici autentici, una sensibilità che trae spunto proprio da un
cristianesimo a lungo studiato in rapporto alle realtà specifiche di oggi,
un amore per l’etica cristiana che si esprime attraverso l’arte della
metafora così presente nelle sue maggiori opere cinematografiche, i suoi
sono film originali in cui la tecnica della finzione dura solo lo stretto
tempo necessario a stendere una storia.
I racconti di Olmi si muovono su un bordo sbiadito, in un confine incerto
situato tra realtà e fiction, una realtà messa in scena in modo sofferto e
sentito ma che istruisce come non mai e una fiction metafora che stupisce
per come viene selezionata nella sua immagine tempo: sempre legata a nodi
significativi di una storia vera.
Cento chiodi è un film che non vuole fare spettacolo, ne è la prova
la sua quasi totale mancanza di suspense e di quei comuni congegni narrativi
a incastri di storie che sono finalizzati a sorprendere e stupire lo
spettatore lasciandolo, all’uscita dalla sala di proiezione, appagato
dell’immagine vista ma privo purtroppo di senso critico nei suoi confronti.
Cento chiodi è un film in stile messaggio, un'opera di pensiero e di contenuti umani
molto significativi, quasi un testamento di vita forse suggerito dall’età
preziosa di Olmi, ricca di esperienze artistiche di rilievo, un’età ormai
prossima ai settantasette anni ma che sembra destinata a produrre nuove
opere di pregio analitico.
Olmi si cala con grande determinazione in una interpretazione inedita di
quella complessa geografia del pensiero sociale volgare presente nella vita
reale della gente di oggi, e usa a proposito anche gli strumenti espressivi
offerti dall’arte cinematografica contemporanea perché gli pare che essa sia
legata in qualche modo alle caotiche culture di massa del post-moderno,
tutto ciò lo fa mettendo a fuoco le relazioni umane che più caratterizzano
la spaccatura tra cultura accademica e culture orali, una frattura grave in
grado di generare schizofrenie e incomunicabilità territoriali non da poco
che nasce in un contesto storico dove le istituzioni del nostro paese sono o
assenti o impotenti forse perché prive delle risorse necessarie per avviare
un lavoro di studio di certe realtà specifiche o perché il processo
oggettivo del cambiamento sociale ed economico è troppo forte e sorvola
cinicamente certe rapporti sociali considerati a torto minori.
Olmi cerca disperatamente lo spirito dove sembra non esserci più: nel
sociale disagiato. Quello spirito che gli pare esista oggi solo nei
libri, e che non riesce più a transitare nel reale del mondo come accadeva
un tempo.
Crocifiggere i libri che hanno distrutto la cultura orale, divenendo luoghi
aristocratici, è un modo per Olmi per sottolineare il fallimento della
scrittura rispetto ai bisogni di soluzione dei grandi problemi umani e
sociali presenti nel mondo. Questi ultimi infatti, nonostante tutta la
cultura acquisita dall'uomo e trasmessa attraverso i libri, tendono sempre
più ad aggravarsi senza lasciare intravedere all’orizzonte spiragli di
speranza.
L'intellettuale di oggi, assimilato totalmente al mondo tecnologico e a ciò
che è utile, si separa da tutto ciò che è inutile ma vero, cioè spirituale,
ricco di valori umani...
E’ un film questo di Olmi che rappresenta efficacemente la tragedia così
subdola dei nostri tempi: in cui il degrado dell'ambiente e dello spirito
umano è presente nel mentre si vive un benessere materiale mai raggiunto.
Il Cristo che Olmi ci presenta non viene ucciso dal mondo, dagli ebrei
eternamente gelosi del loro Dio o dalle ideologie ateiste della politica di
oggi, non entra in gloria con la resurrezione, è un Messia etico che non ha
nulla di sovrannaturale, un uomo comune ma eroicamente sensibile allo
scempio di ogni etica, segregato per la sua critica radicale alla cultura
che non istruisce più, in una abitazione abituale, comune, posto agli
arresti domiciliari, nel pieno rispetto delle procedure civili e
democratiche, dimenticato da molti, ricordato e amato dalle persone
socialmente deboli di oggi...
E all’orizzonte, nessuna speranza…
Giudizio:
  (legenda).
di Biagio Giordano, 10 gennaio 2008. |