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Ridley Scott è uno di quegli autori che nutrono il proprio talento registico
in base ai copioni che hanno sotto mano: dopo diverse prove sottotono, con
American Gangster il regista tocca nuovamente certi vertici
espressivi che lo hanno reso uno dei più fulgidi visionari del cinema anni
Ottanta.
Gran parte del merito è riconducibile alla sceneggiatura di Steve Zaillian,
la quale prende spunto dalla reale vicenda dell’afroamericano Frank Lucas,
che partito di ghetti di Harlem divenne in breve tempo un temuto boss
importando eroina dal Vietnam, attraverso le bare dei soldati caduti in
battaglia; parallelamente lo script segue la storia del poliziotto Ritchie
Roberts, sbirro onesto ma dalla vita privata disastrosa, che incastrò Lucas
dopo una lunga indagine: nelle due ore e trenta di durata, Scott si esibisce
nel racconto di due vite cinematograficamente esemplari, sulla scia di
capisaldi come Heat e The Departed, ma con un occhio anche ai
classici del gangster movie come Piccolo Cesare, piuttosto che alle
rielaborazioni etno-antropologiche di Coppola e Scorsese.
Ne viene fuori un film potente ed evocativo, che mescola intelligentemente
stereotipi con sfumature psicologiche non banali, sorretto dalle magistrali
interpretazioni di Denzel Washington e Russel Crowe, esaltate dal montaggio
parallelo e alternato ad opera del nostro Pietro Scalia.
Virtuoso ma senza eccessi e
ridondanze, al servizio di una storia travolgente, Scott ripropone
l’ennesima storia di Duellanti del suo cinema, dove il destino dei
personaggi conta molto più dello sfondo storico-politico, lasciato
volutamente in secondo piano, ma non privo di suggestioni interessanti – i
corpi devastati dall’eroina, vera piaga sociale dell’epoca – e con una
dimensione epica nel tono narrativo che ci consente senza dubbio alcuno di
annoverare American Gangster fra i classici del genere.
Giudizio:
  ½
(legenda).
di Giulio Ragni. 27 Gennaio 2008. |
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I film sui Gangsters con la G
maiuscola sembrano essere rinati dopo il bellissimo The Departed di Martin
Scorsese dello scorso anno. Ridley Scott mette in piedi un film solido, con
una sceneggiatura perfetta che entra a fondo nella storia, nelle vite dei
personaggi sia principali che secondari, con dialoghi forti, sporchi ma che
ricalcano la vita nei ghetti poveri newyorkesi e dei pusher di strada.
Danzel Washigton è perfetto nelle vesti del gangster, freddo e composto: il
degno erede del più famoso padrino di tutti i secoli. Russel Crowe, invece
ci regala un’altra splendida interpretazione di un eroe fragile e
problematico ma che trionfa grazie al suo grande cuore. Due personaggi per
un grande film che si avvale anche di sequenze di droga molto forti, girate
in spazi angusti e sporchi, girate come se fosse un servizio per un
telegiornale, senza indugiare sui corpi dei morti, sulle siringhe o sui
pianti delle persone. Un film, quello di Ridley Scott, che ha la capacità di
trattare una storia vera dei nostri giorni senza lirismi o tentativi di
giudizio: la realtà di Harlem degli anni 60 era quella sporca e cruda, una
realtà dove gli eroi della strada si mescolano con i cattivi. E Ridely Scott
non ha paura di mettere tutto ciò in scena.
Giudizio:
   
(legenda).
di Isabella Agostinelli. 2 Febbraio 2008. |
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"RIDLEY SCOTT COLPISCE ANCORA. E COLPISCE BENE"
- Sembra proprio che il regista inglese abbia imparato dai propri errori,
studiato bene la lezione e dopo attente riflessioni portato un suo lavoro ai
vertici del livello razionalmente raggiungibile, soprattutto pensando che si
tratta di un gangster movie, del soggetto in questione per il film e degli
illustri precedenti e predecessori che hanno lasciato orme importanti ed
epiche nel grande schermo.
La storia ci presenta due uomini, due storie, due poli, mondi opposti che si
incrociano e si scontrano (il doppio/opposto è spesso presente nella
filmografia di Scott; forse ha preso da Joseph Conrad?) il cui personaggio è
interrogato e sviluppato allo stesso modo, portato sullo stesso piano di
visione.
Da una parte abbiamo lo sbirro onesto Richie Roberts (Russel Crowe), leale
con gli amici ma prima ancora con se stesso, che riconsegna un milione di
dollari trovato per strada, pronto a buttarsi in mezzo alla mischia per quel
senso di giustizia e lealtà che vuole nelle sue strade, ma che non riesce a
portare nella sua famiglia, con sua moglie e a suo figlio, mentre studia per
diventare avvocato.
Dall’altro lato c’è Frank Lucas (ottimo, posato, in perfetto stile Denzel
Washington) autista del boss di Harlem anni ’60 che ne prende il posto alla
morte e ne migliora gli affari con il suo senso giovane del moderno. Lucas è
un uomo sveglio, riflessivo, che ama la famiglia e cerca di far capire anche
ai fratelli di ricordare sempre da dove sono venuti e l’importanza
dell’autocontrollo e del rispetto nonostante i soldi facili; egli non ha
paura di sporcarsi le mani, elimina gli intermediari e va a prendersi la
droga direttamente in Asia, buona al 100% e che costa la metà.
È così bravo e dritto nel suo lavoro che a metà film (e poi alla fine) si
viene a sapere che la polizia non sa nemmeno che lui esista e che abbia il
controllo totale di quella che è considerata un’organizzazione migliore di
quella che la mafia italiana non è riuscita a creare in 100 anni di storia.
American gangster è così
perfetto, così studiato a tavolino, il ritmo sostenuto e mai cadente grazie
ai colpi di scena ben inseriti, le svolte della trama, le sviolinate di
sceneggiatura che stuzzicano il repertorio delle scene d’azione ma senza mai
esagerare, mantiene uno stile di genere ce non cade mai nel banale o nello
scontato. Sembra tutto perfetto eppure si sente che manca qualcosa, un suo
tocco personale da infondere in tutta l’opera, quel tocco dell’artista
vecchia scuola che oltre alla ragione usa quel po’ di senso emozionale per
rendere il film particolare nell’universale, per dargli quell’atmosfera che
non viene ostentata ma colta dallo spettatore e apprezzata come un
retrogusto una volta uscito dalla sala e avendo poi una visione globale del
film..
Giudizio:
  
(legenda).
di Boris Fietta. 20 Febbraio 2008. |