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"(ON)IRI/O(NI)CAMENTE (IR)REALE"
- Stephen King è indubbiamente uno scrittore prolifico, forse fin troppo, e
a volte viene il dubbio di come sarebbe stato “se” avesse concentrato tutto
il suo grande talento narrativo in poche e selezionate opere ma, va da sé
che, come nella storia, specie nell’arte, i “se” hanno un peso specifico
pari a zero. D’altro canto, tutto questo ben di Dio di materiale ha
rappresentato nel corso del tempo influenze più o meno dirette nell’arte che
tutto assorbe, il cinema. I risultati, a dire il vero, sono stati spesso
alterni, producendo, a memoria di critico, soltanto due grandi risultati:
“Carrie, lo sguardo di Satana” e “Shining”, rispettivamente di Brian De
Palma e Stanley Kubrick. Del primo ho pochi ma potenti ricordi di un
passaggio televisivo mentre del secondo, che conservo nella mia collezione
di dvd, ho sempre pensato che fosse, e lo sia ancora, un “tantinello”
sopravvalutato, ibrido risultato fra due menti distanti. Una, quella di King,
parte dalla realtà per trascinare i suoi personaggi, e noi con loro, in
situazioni assurde, da sogno allucinato. L’altra, invece, è completamente
assorbita nel sogno. Non è un caso, quindi, che King rifiutò la versione di
Kubrick ma che, ad ora, è considerata la migliore trasposizione da un suo
libro.
Venne poi “1408” e di cui qui rendiamo conto che, sempre a memoria di
critico, resta la migliore trasposizione da un libro di King, ovviamente
dopo, l’intoccabile, “Shining”. Approcciarsi, quindi, a questo film, con
tale premessa destava, in chi scrive, un certo scetticismo e temevo che,
ancora una volta, si fosse scambiato King per un “autore”, anziché per quel
favoloso “racconta storie” ingenuo e (in)volontariamente (auto)ironico e
che, in tale in senso, ne fosse stata data una lettura in tal senso,
perdendo il principio che anima le sue novelle: si parte dalla realtà per
trascinare i personaggi, e i lettori con loro, in situazioni assurde, da
sogno allucinato, in maniera “pop” e non per questo, meno inquietante. Anzi.
Fortunatamente il pericolo è stato scampato e anzi, posso affermare, nel
pieno delle mie facoltà intellettive, che si tratta della migliore
trasposizione mai fatta da un libro, racconto in questo caso, di Stephen
King perché, oltre a rispettare in maniera perfetta il principio di cui
sopra, “1408” è diretto in maniera magnifica, facendo vincere al regista
quella scommessa che di solito, in questi casi, è delegata all’interprete
principale: non far mai annoiare lo spettatore malgrado la storia si svolga,
largamente, all’interno di un solo e ristretto luogo. John Cusak è
indubbiamente il volto perfetto per interpretare il ruolo di uno scrittore
tormentato alla ricerca di situazioni paranormali che lo avvicino alla
sensazione della morte, per (ri)entrare in contatto con la figlia morta
prematuramente e per prendere ispirazione per i suoi libri ma, non sarebbe
mai stato, e non ce ne voglia, in grado di una performance da “one-man-show”
da solo. Per questo la regia dello svedese, quarantasettenne, Mikael
Hafstrom, con alle spalle “Evil – il ribelle” e “Derailed”, con Clive Owen e
Jennifer Aniston, risulta una vera rivelazione. Il rischio era, poi,
rispettando King, di cadere nel ridicolo, sempre per il suddetto principio,
perché un conto è limitarsi a leggere fatti assurdi, da sogno allucinato,
che capitano al personaggio, un conto è vederli su un grande schermo. Anche
qui, però, la scommessa è vinta alla grande con quel tocco ingenuo e
(in)volontariamente (auto)ironico che pervade i racconti del favoloso
“racconta storie”. Di più c’è la maestosa presenza di Samuel L. Jackson, nel
ruolo del lucifero direttore del Dolphin Hotel che tenta di impedire, per
altro, in una scena da antologia, a Cusak di scegliere quella stanza, la
“1408”, appunto, teatro di morti assurde e in cui nessuno è resistito più di
un ora. E se Mike recensisce il Dolphin Hotel con dieci teschi io non che
fare la stessa cosa con questo film, dandogli il massimo e confermando che
si tratta della migliore trasposizione mai fatta da King. Con buona pace di
Stanley.
Giudizio:
   
(legenda).
di Stefano Cavalli. 27 Novembre 2007. |