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PIRATI DEI CARAIBI: LA MALEDIZIONE DEL FORZIERE FANTASMA
(di Gore Verbinski, 2006).

 Caricando ancor di più l'aspetto fantastico, Brukheimer e Verbinski mettono in scena il ritorno di Capitan Jack Sparrow in un'avventura di nuovo architettata da Elliott e Rossio. Un'avventura che ripropone appieno la cialtroneria del personaggio così come la gigioneria dell'attore che lo interpreta, ma che si prende troppo tempo per raccontare e sviluppare la vicenda. Il ritmo a tratti latita, e gli oltre 150 minuti di proiezione si sentono, ma le gag che funzionano sono molte (ovviamente è meglio aver visto il primo film) e soprattutto il pubblico giovanile potrà apprezzare lo spettacolo. Un po' meno apprezzabile è il finale apertissimo, che fa da preludio all'imminente terzo capitolo. Nel frattempo, i biglietti per la giostra di Disneyland che porta il nome del film si strappano a ciclo continuo, e questo basterebbe da solo a ripagare i produttori del cospicuo investimento sostenuto, ma poi c'è poi il miliardo di dollari (!) incassato dalla pellicola in tutto il mondo al momento della sua uscita italiana, e allora è comprensibile che i produttori puntino su questo cavallo vincente.
Giudizio:  (legenda).  
di Battista Passiatore, 30 gennaio 2007.

Si potrà dire che Jerry “Mr. Blockbuster” Brukheimer abbia fatto il seguito del fortunatissimo “La maledizione della prima luna” per soldi. Si potrà dire che gli sceneggiatori non avevano neanche mezza idea in testa quando hanno cominciato. Si potrà dire che “Pirati dei Caraibi” ha ben poco di serio e che è un noioso film d’avventura.
Intanto, però, se l’intenzione era quella di far soldi, non c’è dubbio, Mr. Blockbuster c’è riuscito. Se all’inizio la sceneggiatura non c’era, i signori Rossio e Elliott riescono benissimo a far finta che ci sia sfruttando la strategia delle storie incrociate e una struttura di battute neanche troppo scontate per risultare gradevoli. E poi, “Pirati dei Caraibi” insegna a noi pretenziosi che un film non deve necessariamente dare un insegnamento per divertire.
Mettetevelo in testa: “Pirati dei Caraibi” è un semplice film d’avventura. Chi ricorda “Pirati!” di Polanski sa bene che neanche lì c’era una gran trama, ma una buona struttura dialogica e la faccia indimenticabile di Walter Matthau. “Pirati dei Caraibi” ha la stessa ricetta, riveduta e corretta per un successo al botteghino e per l’era del pixel: un pirata strampalato (Johnny Depp, che se ha fatto questo film doveva avere un motivo), sarcasmo da poco e battute ogni due per tre, bei paesaggi, isole e navi a vele spiegate. Un cattivo insolito (il signore del mare Davy Jones), un patto infernale e una ciurma di mostruosi marinai condannati. Continue citazioni del film precedente (che comunque, per il suo carattere innovativo, è ben superiore a questo), una, due o tre storie d’amore (dipende da che punto di vista considerate la cosa) e duelli e avventure a non finire. Se non vi piacciono i film d’avventura, o se cercate in ogni sala cinematografica una lezione di vita, non guardate “Pirati dei Caraibi”, e soprattutto buona fortuna per le vostre prossime visioni, visto che di film che pretendono di dare insegnamenti ce ne sono a bizzeffe, ma pochissimi mantengono la promessa. Il vantaggio di “Pirati dei Caraibi” è anche questo: non insegna, ma nemmeno pretende di farlo. Va preso per quello che è, una specie di Indiana Jones in mezzo al mare, e visto senza aspettarsi un capolavoro.
L’unica cosa che si può obiettare delle avventure del rockettaro Jack Sparrow è forse l’eccessiva lunghezza, e qualche scena francamente un po’ inutile (si veda lo spassoso, ma insignificante episodio dei cannibali), ma sono difetti su cui si può sorvolare in un’età in cui spesso si scambiano le avventure per gli effetti speciali senza riuscire a trovare il giusto equilibrio fra i due. Il signor Verbinski ce l’ha fatta, perché ha sempre tenuto presente che un effetto speciale, per essere credibile, deve avere comunque un personaggio dietro. “Pirati dei Caraibi” ci mostra un nuovo aspetto della computer grafica che solo Peter Jackson era riuscito, in qualche modo ed in misura minore, ad anticipare: l’acrobazia.
In mezzo a tanti film che pretendono di insegnare, di emozionare, di divertire e che alla fine sono soltanto una noiosa esplosione di pixel, “Pirati dei Caraibi” è stato una felice eccezione alla regola: vera avventura. E scusate se è poco.
Giudizio: ½  (legenda).  
di Chiara "Ala" (Bari), 2 febbraio 2007.

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2006 - Pirati dei Caraibi: la maledizione del forziere fantasma.
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Articolo "Depp e Johansson, divi dell'era globalizzata".

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