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Il road movie è da sempre la forma di racconto privilegiata del cinema
indipendente americano, che può compensare le ristrettezze del budget con
uno sguardo alternativo sulla condizione sociale del proprio paese,
affrancandosi dai canoni dell’industria hollywoodiana. Negli ultimi anni
abbiamo assistito ad un sostanziale irrigidimento di questo modus
narrandi, tanto da poter parlare di “uno stile Sundance” per questo tipo
di film, dal nome del più importante festival cinematografico indipendente
degli Stati Uniti.
Little Miss Sunshine, pur appartenendo anch’esso a questa categoria,
dimostra di possedere, accanto ad una solida scrittura e all’ottima qualità
delle recitazioni, ambizioni di regia e una sguardo genuinamente autentico
rispetto alle convenzioni del genere. Nel ritrarre una parata di “mostri” di
una normale famiglia americana, tra genitori frustrati, adolescenti in cerca
di sé, nonni cocainomani e pornografi, il duo di registi esordienti ci
regala in realtà un elogio della famiglia middle-class: in un mondo
dominato da una desolante vacuità di valori (ben rappresentato dal concorso
per adolescenti del titolo) l’unico vero rifugio sono gli affetti, come
evidenzia la sequenza simbolo del film, ovvero la partenza dello scalcinato
pulmino con cui i protagonisti attraversano il paese, con i componenti della
famiglia che si aiutano l’un l’altro a salire. Una grande lezione di regia
minimalista, una lieta sorpresa in mezzo a troppi prodotti uguali uno
all’altro.
Giudizio:
  (legenda).
di Giulio Ragni,
3 febbraio 2007. |
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Uno dei film-sorpresa della stagione cinematografica 2006/07 è sicuramente
“Little Miss Sunshine”, nominato a quattro premi Oscar tra cui quello come
miglior film.
Olive (A. Breslin nominata come miglior attrice non protagonista) è una
bambina di sette anni che ha il sogno di partecipare e vincere al concorso
“Little Miss Sunshine”. A sostenerla c’è tutta la famiglia, una famiglia
bizzarra quanto sfortunata. Sembra infatti che i sogni dei suoi parenti
siano destinati inevitabilmente ad infrangersi. Né il fratello né il padre e
tanto meno lo zio sono riusciti a vincere il fato e diventare qualcuno. Ma
la speranza di partecipare e vincere il concorso spingerà la famiglia di
Olive in un lungo e imprevedibile viaggio che la porterà in California.
La qualità di “Little Miss Sunshine” è chiara sin dai primi minuti di
proiezione, è infatti straordinaria la capacità dei registi ( Jonathan
Dayton e Valerie Faris) nel farci comprendere la natura dei personaggi in
poche immagini. Bellissima è, a questo riguardo, la scena all’inizio del
film che ritrae tutta la famiglia a cena. Si tratta di una scena scritta ed
interpretata in maniera eccellente che raggiunge davvero livelli da grande
cinema. Sono proprio questi i due elementi fondamentali di “Little Miss
Sunshine”: sceneggiatura e recitazione. La sceneggiatura scritta da un
esordiente (M. Arndt) è infatti veramente affascinante e non manca di
momenti di ironia ed altri di riflessione ma ha la sua forza straordinaria
nella fattura dei personaggi; ognuno con le proprie caratteristiche, i
propri pregi e i propri difetti. Le interpretazioni sono altrettanto ottime,
denotando l’eccezionale lavoro svolto dai registi con gli attori.
“Little Miss Sunshine” è la perfetta risposta a “Babel” e sembra quasi
paradossale che i due film saranno in lotta insieme per la vittoria
dell’Oscar. Entrambi film corali, le due opere sono invece completamente
diverse. Mentre in “Babel” la tragedia non ha via di scampo e non porta che
ad altra tragedia, “Little Miss Sunshine” insegna che si può sempre lottare
contro il destino e c’è sempre un modo per superare i drammi. Nella vita
capitano gli alti e i bassi: tutto sta nel come li si affrontano. Inoltre
mentre i personaggi del film di Iñárritu restano piatti come la pellicola su
cui sono impressi, nel film di Dayton e Faris, essi assumono vita propria ed
attraggono lo spettatore. Insomma “Little Miss Sunshine” rappresenta la
speranza contro la depressione di “Babel”.
Giudizio:
    (legenda).
di Salvatore (Meta, Napoli),
5 febbraio 2007. |