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L'ARTE DEL SOGNO    (di Michel Gondry, 2006).

The Science of Sleep è un film lieve, malinconico e nello stesso tempo allegro, quasi buffo; un film che cammina sollevato da terra, grazie ad un umorismo bellissimo e alla creatività tenera e colorata della messa in scena. C’è forse, nella prima parte, poca originalità nella presentazione dei protagonisti Stéphane e Stéphanie, due artisti frustrati da un lavoro che non li soddisfa e che non dà valore alle loro capacità; ma il leggero disappunto dovuto ai dettagli più prevedibili nella caratterizzazione dei personaggi lascia ben presto il posto allo stupore di fronte alle immagini create dalla mente di Stephane, dai suoi sogni e dalle sue immaginifiche visioni ad occhi aperti che costituiscono il cuore del film. Per Stéphane, disegnatore e aspirante inventore di strane macchine, non c’è distinzione tra vita vissuta, sognata o immaginata: le tre dimensioni si fondono insieme dando vita ad un flusso ininterrotto di visioni sorprendenti che passano dal comico al malinconico, dal surreale al romantico.
Stéphane non fugge dalla realtà cercando rifugio nei sogni (indifferentemente ad occhi chiusi o aperti), semplicemente vive la sua vita attraverso di essi, i sogni sono il suo modo di rapportarsi alle cose e di comprenderle; è infatti attraverso i sogni che comunica con Stéphanie, che la ama e la cerca. Ed è proprio con l’ingresso nella storia di Stéphanie e dei suoi sogni, fusi con quelli di Stéphane, che il film acquista una maggiore profondità di senso chiarendo come le immagini oniriche prodotte dalla mente dei due siano influenzate dal loro modo di essere artisti. O è al contrario l’arte di Stéphane e Stéphanie che si nutre dei loro sogni e ne trae ispirazione? In altre parole, Stéphanie sogna i pupazzetti in feltro perchè li crea oppure li crea perchè li sogna? Probabilmente non c’è risposta, arte, sogno e vita sono così strettamente legati da essere indistinguibili.
The Science of Sleep è una vera è propria visione, romantica, creativa e buffa ma soprattutto estremamente concreta, letteralmente materializzata da Stéphane attraverso una fantasia fortissima: ed è proprio questa la particolarità più sorprendente dei suoi sogni, la concretezza. Gli ambienti sognati e immaginati da Stéphane non sono sfumati ed evanescenti, ma costruiti materialmente con cartone, colla e stoffa; il ragazzo crea direttamente con il pensiero, producendo sogni e visioni che danno forma alla sua vita e in questo modo la sua esistenza diventa un’opera d’arte (del resto il film stesso è in gran parte formato dalle visioni fantastiche di Stéphane, che gradualmente prendono il sopravvento sulla realtà). Le costruzioni mentali di Stéphane sono puro fare artistico, è un fare concreto e reale, un costruire all’interno di una dimensione fantastica e immateriale; quello di Stéphane è un pensiero onirico produttivo che dà vita ad una realtà diversa, più rassicurante, quasi infantile (basta pensare agli studi di cartone della Stéphane TV ma anche alla camera da letto di Stéphane, che pur essendo reale non stonerebbe affatto dentro uno dei suoi sogni).
Stéphane si definisce inventore, desidera creare oggetti nuovi, come la macchina per viaggiare un secondo avanti e indietro nel tempo o il trasmettitore di pensieri, è un sognatore pratico, anche quando si offre di aiutare Stéphanie propone di usare cellophane, cotone e cartone. L’arte di Stéphanie, similmente a quella del suo amico e innamorato, non è affatto concettuale o astratta: la ragazza cuce il feltro colorato e Stéphane adora proprio queste sue particolari abilità manuali, si innamora di lei non per attrazione fisica immediata (e infatti all’inizio è più interessato all’amica Zoe) ma perchè affascinato dalle sue creazioni, e un momento particolarmente bello del film è il sogno di Stéphane dedicato all’arte di Stéphanie, alle sue tenere e rassicurante creature di feltro con le grandi cuciture a vista.
Le opere di Stéphanie ricordano alcuni cartoni animati di incantevole fattura come Tom e Vicky, serie americana trasmessa dalla Melevisione; e il riferimento a questo tipo di produzione artistica rivolta ai bambini è sottolineato da Stéphane quando, proponendo a Stéphanie di usare il cellophane per rappresentare l’acqua su cui navigherà la sua arca di stoffa, dice “come nei cartoni animati russi”. Stéphane impara ad amare Stéphanie conoscendo la sua arte e partecipando alla sua creazione, permettendole di entrare nelle sue visioni rendendole così ancora più concrete perchè condivisibili, così l’acqua che esce dal rubinetto è davvero fatta di cellophane agli occhi dei due ragazzi e dello spettatore.
Sia Stéphanie che Stéphane prediligono materiali caldi, amichevoli: per lei il feltro, che riempie la sua stanza con tantissimi rotoli colorati, per Stephane soprattutto carta e cartone (innanzitutto i disegni di Disastrology, poi la struttura, curata fin nei dettagli più impensabili, di Stéphane TV, le automobili, la città che compare dalle finestre come fosse un libro pop-up per bambini). È lo stesso Michel Gondry, in un’intervista pubblicata su XL, a confermare la concretezza della vita onirica di Stéphane, anche e soprattutto dal punto di vista delle sue scelte di messa in scena: “Io non ho nessun preconcetto rispetto agli effetti speciali, ma per raccontare i sogni di Gael, che poi sono i miei sogni, avevo bisogno di invenzioni da toccare con mano”. Altro punto di forza del film, oltre alla straordinaria creatività visiva, sono la delicatezza e l’ironia con cui Gondry racconta l’amore tra i suoi protagonisti, con attenzione particolare ai gesti, agli sguardi, alle emozioni più nascoste: Stéphane che dice a Stéphanie “mi piace quando piangi perchè poi devi metterti gli occhiali” o che, guardando per la prima volta il cavallino di feltro le domanda “come si chiama?”, dando per scontato che la ragazza gli abbia dato un nome, proprio come fanno i bambini con i loro giocattoli.
C’è nel film una forte componente ironica e buffa, a tratti anche comica soprattutto nei personaggi di Stèphane e dei suoi colleghi di lavoro: si ride per l’assurdità delle situazioni raccontate e per il modo in cui il protagonista, sempre stupito e malinconicamente sperduto, le affronta. Il titolo italiano, L’Arte del Sogno, è fortunatamente pertinente al contenuto e al senso del film (al contrario dell’orribile Se mi lasci ti cancello in cui era stato trasformato Eternal Sunshine of the Spotless Mind, titolo del precedente film di Gondry); il titolo originale però, The Science of Sleep, cioè La Scienza del Sonno, mette a fuoco non tanto il legame tra arte e sogno, che resta comunque di fondamentale importanza, quanto la pratica del sonno, il dormire e la conseguente produzione di immagini oniriche come momento di acquisizione di conoscenza su se stessi e sul mondo: Stéphane comprende infatti di amare Stéphanie attraverso i suoi sogni e anche la sua attività di disegnatore non è per lui tanto importante quanto quella di inventore e costruttore di oggetti, in sogno e nella vita reale.
Il film diventa pian piano una giostra di visioni, perdendo gradualmente il contatto con le regole della vita reale e creando un contesto dolce e leggero all’interno del quale non è importante capire come Stéphane e Stéphanie riescano a fondere sogni e fantasie, non è importante sapere se la macchina per viaggiare un secondo nel tempo funziona davvero: ciò che conta è entrare in quel flusso di fantasie con i due protagonisti, per riuscire a toccarle col pensiero, ad entrare negli studi di cartone di Stéphane TV o a giocare con i morbidi e adorabili oggetti di feltro cuciti da Stéphanie.

Giudizio:  (legenda).  
di Valentina Alfonsi, 28 gennaio 2007.

FILES di CINEMA

[Scheda di L'arte del sogno su Imdb.com]  [Scheda di Gael Garcìa Bernal su Imdb.com]
[Scheda di Michel Gondry su Imdb.com]  [Speciale Gondry su Spietati.it]

il CINEMA FRANCESE su SCRIVEREdiCINEMA

ANNO 2006
[Recensione di Cuori]  [Recensione di L'amore sospetto]

ANNO 2005
[Recensione di La marcia dei pinguini]

Gransito Movie Awards 2007 - Settimo anno.

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