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The Science of Sleep
è un film lieve, malinconico e nello stesso tempo allegro, quasi buffo; un
film che cammina sollevato da terra, grazie ad un umorismo bellissimo e alla
creatività tenera e colorata della messa in scena.
C’è forse, nella prima
parte, poca originalità nella presentazione dei protagonisti Stéphane e
Stéphanie, due artisti frustrati da un lavoro che non li soddisfa e che non
dà valore alle loro capacità; ma il leggero disappunto dovuto ai dettagli
più prevedibili nella caratterizzazione dei personaggi lascia ben presto il
posto allo stupore di fronte alle immagini create dalla mente di Stephane,
dai suoi sogni e dalle sue immaginifiche visioni ad occhi aperti che
costituiscono il cuore del film. Per Stéphane, disegnatore e aspirante
inventore di strane macchine, non c’è distinzione tra vita vissuta, sognata
o immaginata: le tre dimensioni si fondono insieme dando vita ad un flusso
ininterrotto di visioni sorprendenti che passano dal comico al malinconico,
dal surreale al romantico.
Stéphane non fugge dalla realtà cercando rifugio nei sogni
(indifferentemente ad occhi chiusi o aperti), semplicemente vive la sua vita
attraverso di essi, i sogni sono il suo modo di rapportarsi alle cose e di
comprenderle; è infatti attraverso i sogni che comunica con Stéphanie, che
la ama e la cerca. Ed è proprio con l’ingresso nella storia di Stéphanie e
dei suoi sogni, fusi con quelli di Stéphane, che il film acquista una
maggiore profondità di senso chiarendo come le immagini oniriche prodotte
dalla mente dei due siano influenzate dal loro modo di essere artisti. O è
al contrario l’arte di Stéphane e Stéphanie che si nutre dei loro sogni e ne
trae ispirazione? In altre parole, Stéphanie sogna i pupazzetti in feltro
perchè li crea oppure li crea perchè li sogna? Probabilmente non c’è
risposta, arte, sogno e vita sono così strettamente legati da essere
indistinguibili.
The Science of Sleep
è una vera è propria visione, romantica, creativa e buffa ma
soprattutto estremamente concreta, letteralmente materializzata da Stéphane
attraverso una fantasia fortissima: ed è proprio questa la particolarità più
sorprendente dei suoi sogni, la concretezza. Gli ambienti sognati e
immaginati da Stéphane non sono sfumati ed evanescenti, ma costruiti
materialmente con cartone, colla e stoffa; il ragazzo crea direttamente con
il pensiero, producendo sogni e visioni che danno forma alla sua vita e in
questo modo la sua esistenza diventa un’opera d’arte (del resto il film
stesso è in gran parte formato dalle visioni fantastiche di Stéphane, che
gradualmente prendono il sopravvento sulla realtà). Le costruzioni mentali
di Stéphane sono puro fare artistico, è un fare concreto e reale, un
costruire all’interno di una dimensione fantastica e immateriale; quello di
Stéphane è un pensiero onirico produttivo che dà vita ad una realtà diversa,
più rassicurante, quasi infantile (basta pensare agli studi di cartone della
Stéphane TV ma anche alla camera da letto di Stéphane, che pur
essendo reale non stonerebbe affatto dentro uno dei suoi sogni).
Stéphane si
definisce inventore, desidera creare oggetti nuovi, come la macchina per
viaggiare un secondo avanti e indietro nel tempo o il trasmettitore di
pensieri, è un sognatore pratico, anche quando si offre di aiutare Stéphanie
propone di usare cellophane, cotone e cartone. L’arte di Stéphanie,
similmente a quella del suo amico e innamorato, non è affatto concettuale o
astratta: la ragazza cuce il feltro colorato e Stéphane adora proprio queste
sue particolari abilità manuali, si innamora di lei non per attrazione
fisica immediata (e infatti all’inizio è più interessato all’amica Zoe) ma
perchè affascinato dalle sue creazioni, e un momento particolarmente bello
del film è il sogno di Stéphane dedicato all’arte di Stéphanie, alle sue
tenere e rassicurante creature di feltro con le grandi cuciture a vista.
Le opere di Stéphanie ricordano alcuni cartoni animati di incantevole
fattura come Tom e Vicky, serie americana trasmessa dalla Melevisione;
e il riferimento a questo tipo di produzione artistica rivolta ai bambini è
sottolineato da Stéphane quando, proponendo a Stéphanie di usare il
cellophane per rappresentare l’acqua su cui navigherà la sua arca di stoffa,
dice “come nei cartoni animati russi”. Stéphane impara ad amare Stéphanie
conoscendo la sua arte e partecipando alla sua creazione, permettendole di
entrare nelle sue visioni rendendole così ancora più concrete perchè
condivisibili, così l’acqua che esce dal rubinetto è davvero fatta di
cellophane agli occhi dei due ragazzi e dello spettatore.
Sia Stéphanie che Stéphane prediligono materiali caldi, amichevoli: per lei
il feltro, che riempie la sua stanza con tantissimi rotoli colorati, per
Stephane soprattutto carta e cartone (innanzitutto i disegni di
Disastrology, poi la struttura, curata fin nei dettagli più impensabili,
di Stéphane TV, le automobili, la città che compare dalle finestre
come fosse un libro pop-up per bambini). È lo stesso Michel Gondry,
in un’intervista pubblicata su XL, a confermare la concretezza della
vita onirica di Stéphane, anche e soprattutto dal punto di vista delle sue
scelte di messa in scena: “Io non ho nessun preconcetto rispetto agli
effetti speciali, ma per raccontare i sogni di Gael, che poi sono i miei
sogni, avevo bisogno di invenzioni da toccare con mano”. Altro punto di
forza del film, oltre alla straordinaria creatività visiva, sono la
delicatezza e l’ironia con cui Gondry racconta l’amore tra i suoi
protagonisti, con attenzione particolare ai gesti, agli sguardi, alle
emozioni più nascoste: Stéphane che dice a Stéphanie “mi piace quando piangi
perchè poi devi metterti gli occhiali” o che, guardando per la prima volta
il cavallino di feltro le domanda “come si chiama?”, dando per scontato che
la ragazza gli abbia dato un nome, proprio come fanno i bambini con i loro
giocattoli.
C’è nel film una forte componente ironica e buffa, a tratti anche comica
soprattutto nei personaggi di Stèphane e dei suoi colleghi di lavoro: si
ride per l’assurdità delle situazioni raccontate e per il modo in cui il
protagonista, sempre stupito e malinconicamente sperduto, le affronta. Il
titolo italiano, L’Arte del Sogno, è fortunatamente pertinente al
contenuto e al senso del film (al contrario dell’orribile Se mi lasci ti
cancello in cui era stato trasformato Eternal Sunshine of the
Spotless Mind, titolo del precedente film di Gondry); il titolo
originale però, The Science of Sleep, cioè La Scienza del Sonno,
mette a fuoco non tanto il legame tra arte e sogno, che resta comunque di
fondamentale importanza, quanto la pratica del sonno, il dormire e la
conseguente produzione di immagini oniriche come momento di acquisizione di
conoscenza su se stessi e sul mondo: Stéphane comprende infatti di amare
Stéphanie attraverso i suoi sogni e anche la sua attività di disegnatore non
è per lui tanto importante quanto quella di inventore e costruttore di
oggetti, in sogno e nella vita reale.
Il film diventa pian piano una giostra di visioni, perdendo gradualmente il
contatto con le regole della vita reale e creando un contesto dolce e
leggero all’interno del quale non è importante capire come Stéphane e
Stéphanie riescano a fondere sogni e fantasie, non è importante sapere se la
macchina per viaggiare un secondo nel tempo funziona davvero: ciò che conta
è entrare in quel flusso di fantasie con i due protagonisti, per riuscire a
toccarle col pensiero, ad entrare negli studi di cartone di Stéphane TV
o a giocare con i morbidi e adorabili oggetti di feltro cuciti da
Stéphanie.
Giudizio:
  (legenda).
di Valentina Alfonsi,
28 gennaio 2007. |