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L’ultima affascinante
opera di David Lynch prende corpo lentamente nelle sue quasi tre ore di
durata, dissemina segni di inquietudine lungo il suo destrutturato percorso
narrativo, scava implacabile nella mente dello spettatore portandolo su
strade nuove e del tutto sconosciute.
INLAND EMPIRE
non racconta
una storia, mette in scena una donna. Non le vicende che riguardano quella
donna, o la sua vita, ma semplicemente lei, Nikki Grace (Laura Dern),
il suo corpo, la sua anima, la sua coscienza, il suo essere.
Protagonisti del film sono così le emozioni di Nikki, i suoi desideri, i
suoi terrori. Tale scelta determina una totale astrazione: se fosse
possibile e sensato un paragone con la letteratura, si potrebbe dire che
INLAND EMPIRE non è un testo in prosa ma un testo poetico. Ad una poesia
non si chiede necessariamente di raccontare una storia, ma di
costruire immagini, suggestioni ed emozioni attraverso le parole: con
INLAND EMPIRE David Lynch scrive una poesia sull’anima di una donna
usando però non il linguaggio verbale ma il linguaggio cinematografico in
maniera anti-classica, astratta, per certi aspetti simbolica. Non esiste
prima e non esiste dopo, non c’è logica apparente: si procede per salti
intellettualmente incomprensibili eppure emotivamente chiarissimi.
L’uso del digitale produce una forte impressione di verità, di realismo in
un contesto del tutto irreale e straniato, soprattutto nella prima parte a
casa di Nikki, durante il colloquio con la misteriosa Ospite. La macchina a
mano, le inquadrature traballanti, gli interni ripresi frontalmente
esagerandone la profondità di campo, i volti deformati da primissimi piani
estremamente ravvicinati fanno apparire le stanze vuote della villa di Nikki
come una sorta di acquario spettrale.
Come già detto, David Lynch usa, per il suo ritratto di donna in forma di
poesia, il linguaggio cinematografico, scelta ribadita dall’espediente del
“film nel film” che innesca la caduta vertiginosa di Nikki dentro la sua
coscienza: il percorso della protagonista si nutre infatti delle suggestioni
messe in campo dal film che il regista Kingsley Stewart (Jeremy Irons) vuole
realizzare, remake di un altro film mai terminato per la morte misteriosa
dei due protagonisti e a sua volta ispirato ad una storia di origine
polacca.
Nikki passa attraverso una serie di sfasamenti spaziali e temporali, vede se
stessa dal di fuori, si sdoppia, si osserva agire nel passato e nel futuro,
nei corpi di altre donne; tutti i personaggi femminili potrebbero in fondo
non essere altro che lei: le ragazze che si materializzano come fantasmi o
piuttosto come demoni sono forse altre se stessa di cui Nikki ha
paura, sono i suoi pensieri rifiutati, i suoi desideri cancellati. La Doris
Side di Julia Ormond è un desiderio di morte inconsciamente rivolto verso di
sé, attraverso quel cacciavite che dovrebbe essere usato per uccidere
qualcun’altro e che invece è già piantato nel suo ventre e che alla fine
darà la morte cinematografica a Nikki.
Apparentemente il viaggio di Nikki attraverso i corpi e le coscienze delle
donne che abitano dentro di lei inizia quando l’Ospite la invita a
cancellare la se stessa di oggi per saltare alla se stessa di domani che
otterrà la parte nel film di Stewart ma in realtà i personaggi da incubo che
tormentano la mente di Nikki prendono corpo prima del suo effettivo ingresso
in scena, sono già presenti nella scena iniziale dell’uomo e della donna dai
volti misteriosamente sfumati, nell’inquietantissima sit-com dei Conigli: i
fantasmi della sua coscienza la precedono e la seguono, popolano il suo oggi
e il suo domani, la dominano completamente. E forse quello sguardo instabile
e allucinato che abita le stanze della sua casa durante l’incontro con
l’Ospite, che le sta addosso e la scruta appartiene proprio a lei, è Nikki
che si guarda agire, parlare, immaginare il suo futuro.
L’Inland Empire di Nikki, il suo impero interiore, è una
stratificazione di coscienze, appartenenti alle donne che vivono e
combattono dentro di lei, alle donne passate, alle donne future e alle donne
che lei, come attrice, può interpretare e a cui può dare vita.
Nikki attraversa se stessa e giunge, nella danza che prende corpo sui titoli
di coda, ad un’ipotesi di riconciliazione che fonde elementi di vita
vissuta, sognata, immaginata, recitata, pensata: una riconciliazione con se
stessa per la quale Nikki deve morire, deve uccidersi (per mano di Doris
Side o di ciò che rappresenta) anche se solo nella finzione cinematografica
per poi rinascere, tornare al punto di partenza, ricominciare guardando
negli occhi la se stessa di domani, finalmente salva, che sorride seduta sul
divano. Per giungere alla sua morte, temuta ma desiderata come una
liberazione, Nikki ha affrontato il male che è parte di lei, la violenza,
tutto ciò di cui ha paura e che vorrebbe buttare all’esterno come
mostruosità da censurare.
Il ballo conclusivo di INLAND EMPIRE è però davvero una
riconciliazione? O vuole invece mostrare come la coscienza di Nikki si sia
definitivamente frantumata, come le sue molteplici identità siano impazzite?
Forse l’unica salvezza possibile, l’unica vera riconciliazione risiedono
nella disgregazione totale del proprio essere.
Seppur col timore di semplificare troppo, il film potrebbe essere definito
una messa in scena allegorica, quasi una fiaba simile alle storie narrate
dall’Ospite sui bambini perduti, sulla nascita del male e la visione della
fine del mondo: anche Nikki ha assistito alla fine del mondo, l’ha vista
dentro se stessa come demolizione spontanea, naturale e inarrestabile, come
autodistruzione e suicidio di quella che credeva essere la sua identità.
Ci si chiede se avrebbe davvero senso tentare di sciogliere i fili che
compongono l’intricatissimo tessuto di INLAND EMPIRE, separare i vari
percorsi “narrativi” intrecciati nel film: c’è talmente tanto in INLAND
EMPIRE che si rischierebbe di perdersi o peggio di ridurre questo lirico
flusso di immagini ad un rebus, ad un puzzle da ricomporre. Si avrebbe
qualcosa di simile alla triste versione in prosa di una poesia e si
negherebbe l’essenza stessa di un film che sembra tanto più ostico quanto
più si tenta di ricondurlo a strutture narrative e visive che non gli
appartengono. Dice Laura Dern: “Penso che per David il film rappresenti un
viaggio nella coscienza che c’entra con la morte e la rinascita, la memoria
e il presente...” (intervista a Laura Dern a cura di Max Renna, in
“duellanti”, n. 32, febbraio 2007, p. 23).
Se si accetta la natura poeticamente astratta di INLAND EMPIRE tutto
sembra infinitamente meno complesso, si abbandona la logica a favore di un
tipo di comprensione più libera ed empatica e si può accompagnare Nikki nel
suo spaventoso eppure bellissimo tuffo all’interno del suo essere donna,
attrice, corpo e anima.
Giudizio:
   (legenda).
di Valentina Alfonsi,
3 marzo 2007. |