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IL GRANDE CAPO    (di Lars von Trier, 2006).

Dalla visione dell’ultimo film di Lars Von Trier lo spettatore ricava una sensazione di forte straniamento, dovuta principalmente all’uso dell’Automavision®, nuova tecnica di ripresa ideata dallo stesso regista e basata sull’impostazione automatica e gestita da un computer, di gran parte dei parametri fotografici.
I continui cambi, apparentemente arbitrari, dell’angolazione e del punto di vista della macchina da presa, e le frequenti variazione dei valori luministici e cromatici (sui quali, in nome delle regole dell’Automavision®, è proibito intervenire) destabilizzano e raffreddano fortemente la percezione dello spettatore. La resa visiva del film risulta così casuale, distaccata, quasi lasciata a se stessa, cosa che, se da un alto rafforza l’impressione di verità e di presa diretta su personaggi e ambienti, dall’altro impedisce un reale coinvolgimento emotivo nel film e rende difficile anche un’attenzione puramente intellettuale. Von Trier sceglie, come peraltro ha sempre fatto, di ridere in faccia alle più ovvie regole cinematografiche, disinteressandosi della continuità spaziale e temporale e adottando una messa in scena che si fa sempre più imprendibile e sfuggente. Abbandonando i toni drammatici e la maggiore cura formale degli ultimi film, la regia di Von Trier raggiunge qui un altissimo livello di astrazione, rafforzando l’impressione che i personaggi siano semplici pedine manipolate, e non persone dotate di dignità umana e drammatica.
Fin dall’incipit, la voce fuori campo prende in giro gli spettatori, scegliendo di giocare la partita a carte fin troppo scoperte e denunciando immediatamente l’essenza di “commedia” del film stesso, su cui non ci sarà alcun bisogno di riflettere: sarà semplicemente una messa in scena dell’intimità. Lo spettatore non ci crede, o almeno non del tutto, e sorride preparandosi a seguire quella che si rivelerà essere effettivamente una commedia (almeno su questo il narratore non ha imbrogliato), scritta piuttosto bene e moderatamente cinica e divertente ma sulla quale non è affatto facile farsi un’idea precisa.
Il Grande Capo appare, col procedere del racconto, sempre più come una presa in giro da parte dell’autore, del tutto consapevole e apertamente dichiarata agli spettatori che si sentono in difficoltà e non capiscono se il film che stanno guardando chieda di essere preso sul serio oppure no. È la solita confusione interpretativa e percettiva che si prova di fronte ai film di Von Trier e che qui si rafforza per l’esilità e il tono leggero della vicenda narrata, niente di più che un racconto arguto e senza grandi sorprese sulla gestione del potere e i rapporti umani.
Si potrebbe ovviamente discutere, in termini sicuramente positivi, della cattiveria insita nella storia, raccontata peraltro in maniera brillante e precisa ma si ha come l’impressione di aver abboccato ad un amo lanciato da Von Trier agli spettatori che dal suo ultimo film si aspettavano una commedia “cinica e intelligente”. Così, a voler prendere il film sul serio, si nota la scrittura sottile e velenosa del regista danese, concentrata questa volta su una storia di giochi di potere e di sistematico rifiuto delle responsabilità che proprio dal potere derivano e sulla caratterizzazione ironica di personaggi surreali e spiazzanti.
Von Trier riduce al minimo il suo coinvolgimento empatico nei confronti dei protagonisti, adotta una messa in scena impersonale e raggelata e usa una voce fuoricampo che, invece di invitare gli spettatore ad entrare nel racconto, li mette in guardia consigliando loro di mantenere le distanze e di non fidarsi troppo di ciò che vedono.
La stessa tecnica dell’Automavision® e soprattutto il suo valore dal punto di vista cinematografico non sono facilmente comprensibili: vale la pena analizzare, come fin qui si è tentato di fare, le sue implicazioni a livello di messa in scena? Oppure l’Automavision® è uno scherzo e non c’è proprio nulla su cui riflettere in un film girato “col pilota automatico”?
La capacità di Von Trier di far sentire così profondamente in crisi i propri spettatori merita comunque ammirazione e Il Grande Capo, come le sue opere precedenti, risulta estremamente stimolante proprio per la sua ambiguità crudele e fastidiosa. Sia che lo si stronchi, sia che lo si esalti, si ha comunque l’impressione che Von Trier abbia vinto e che sia pronto a ridere in faccia allo spettatore, caduto in tutte le trappole, interpretative e percettive, che lo stesso autore ha predisposto.
Limitarsi a notare l’ambiguità della messa in scena può sembrare però alquanto riduttivo oltre che vigliacco perchè solleva dalla responsabilità di esprimere un’dea compiuta sul film e di difenderla; rispondere alla domanda “cos’è Il Grande Capo?” è veramente difficile e tuttavia, per onestà, bisogna provare. Il Grande Capo è una commedia che domanda allo spettatore di interrogarsi su cosa voglia dire, per un film, essere una commedia e soprattutto essere una commedia di Lars Von Trier. Il Grande Capo costringe chi lo guarda a fare i conti con le proprie aspettative e le proprie idee di spettatore e di cinefilo, di amante o di detrattore dei film dell’autore danese.
È ovvio che di ogni film possano esistere molteplici interpretazioni ma Il Grande Capo dà l’impressione netta e feroce che ognuna di esse possa essere quella sbagliata e che, anche con tutta l’onestà intellettuale e l’attenzione possibili, non si possa riuscire a scioglierne i nodi i maniera soddisfacente.
Quello di Von Trier è un cinema cattivo e sadico che tuttavia non andrebbe rifiutato o snobbato come inutile perchè è un cinema che nonostante tutto vuole svegliare gli spettatori e lo fa prendendoli a schiaffi, obbligandoli a cercare incessantemente, senza trovarlo, il senso di ciò che vedono attraverso un percorso di torturante ambiguità umana e cinematografica.
Giudizio:    (legenda).  
di Valentina Alfonsi, 8 febbraio 2007.

FILES di CINEMA

[Scheda di Il grande capo su Mymovies.it]
[Scheda di Lars von Trier su Mymovies.it]  [Lars von Trier su Wikipedia]  [Dogma95 su Wikipedia]

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  ANNO 2006
[Recensione di Il grande capo]  [Recensione di Dopo il matrimonio]  [Recensione di Le mele di Adamo]

  ANNO 2005
[Recensione di Manderlay]

  ANNO 1996
[Recensione di Le onde del destino]

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2006 - Il grande capo.
2005 - Manderlay.
1996 - Le onde del destino.

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