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Dalla visione dell’ultimo film di Lars Von Trier lo spettatore ricava una
sensazione di forte straniamento, dovuta principalmente all’uso dell’Automavision®,
nuova tecnica di ripresa ideata dallo stesso regista e basata
sull’impostazione automatica e gestita da un computer, di gran parte dei
parametri fotografici.
I continui cambi, apparentemente arbitrari, dell’angolazione e del punto di
vista della macchina da presa, e le frequenti variazione dei valori
luministici e cromatici (sui quali, in nome delle regole dell’Automavision®,
è proibito intervenire) destabilizzano e raffreddano fortemente la
percezione dello spettatore. La resa visiva del film risulta così casuale,
distaccata, quasi lasciata a se stessa, cosa che, se da un alto rafforza
l’impressione di verità e di presa diretta su personaggi e ambienti,
dall’altro impedisce un reale coinvolgimento emotivo nel film e rende
difficile anche un’attenzione puramente intellettuale. Von Trier sceglie,
come peraltro ha sempre fatto, di ridere in faccia alle più ovvie regole
cinematografiche, disinteressandosi della continuità spaziale e temporale e
adottando una messa in scena che si fa sempre più imprendibile e sfuggente.
Abbandonando i toni drammatici e la maggiore cura formale degli ultimi film,
la regia di Von Trier raggiunge qui un altissimo livello di astrazione,
rafforzando l’impressione che i personaggi siano semplici pedine manipolate,
e non persone dotate di dignità umana e drammatica.
Fin dall’incipit, la voce fuori campo prende in giro gli spettatori,
scegliendo di giocare la partita a carte fin troppo scoperte e denunciando
immediatamente l’essenza di “commedia” del film stesso, su cui non ci sarà
alcun bisogno di riflettere: sarà semplicemente una messa in scena
dell’intimità. Lo spettatore non ci crede, o almeno non del tutto, e sorride
preparandosi a seguire quella che si rivelerà essere effettivamente una
commedia (almeno su questo il narratore non ha imbrogliato), scritta
piuttosto bene e moderatamente cinica e divertente ma sulla quale non è
affatto facile farsi un’idea precisa.
Il Grande Capo appare, col procedere del racconto, sempre più come una presa
in giro da parte dell’autore, del tutto consapevole e apertamente dichiarata
agli spettatori che si sentono in difficoltà e non capiscono se il film che
stanno guardando chieda di essere preso sul serio oppure no. È la solita
confusione interpretativa e percettiva che si prova di fronte ai film di Von
Trier e che qui si rafforza per l’esilità e il tono leggero della vicenda
narrata, niente di più che un racconto arguto e senza grandi sorprese sulla
gestione del potere e i rapporti umani.
Si potrebbe ovviamente discutere, in termini sicuramente positivi, della
cattiveria insita nella storia, raccontata peraltro in maniera brillante e
precisa ma si ha come l’impressione di aver abboccato ad un amo lanciato da
Von Trier agli spettatori che dal suo ultimo film si aspettavano una
commedia “cinica e intelligente”. Così, a voler prendere il film sul serio,
si nota la scrittura sottile e velenosa del regista danese, concentrata
questa volta su una storia di giochi di potere e di sistematico rifiuto
delle responsabilità che proprio dal potere derivano e sulla
caratterizzazione ironica di personaggi surreali e spiazzanti.
Von Trier riduce al minimo il suo coinvolgimento empatico nei confronti dei
protagonisti, adotta una messa in scena impersonale e raggelata e usa una
voce fuoricampo che, invece di invitare gli spettatore ad entrare nel
racconto, li mette in guardia consigliando loro di mantenere le distanze e
di non fidarsi troppo di ciò che vedono.
La stessa tecnica dell’Automavision® e soprattutto il suo valore dal punto
di vista cinematografico non sono facilmente comprensibili: vale la pena
analizzare, come fin qui si è tentato di fare, le sue implicazioni a livello
di messa in scena? Oppure l’Automavision® è uno scherzo e non c’è proprio
nulla su cui riflettere in un film girato “col pilota automatico”?
La capacità di Von Trier di far sentire così profondamente in crisi i propri
spettatori merita comunque ammirazione e Il Grande Capo, come le sue opere
precedenti, risulta estremamente stimolante proprio per la sua ambiguità
crudele e fastidiosa. Sia che lo si stronchi, sia che lo si esalti, si ha
comunque l’impressione che Von Trier abbia vinto e che sia pronto a ridere
in faccia allo spettatore, caduto in tutte le trappole, interpretative e
percettive, che lo stesso autore ha predisposto.
Limitarsi a notare l’ambiguità della messa in scena può sembrare però
alquanto riduttivo oltre che vigliacco perchè solleva dalla responsabilità
di esprimere un’dea compiuta sul film e di difenderla; rispondere alla
domanda “cos’è Il Grande Capo?” è veramente difficile e tuttavia, per
onestà, bisogna provare. Il Grande Capo è una commedia che domanda allo
spettatore di interrogarsi su cosa voglia dire, per un film, essere una
commedia e soprattutto essere una commedia di Lars Von Trier. Il Grande Capo
costringe chi lo guarda a fare i conti con le proprie aspettative e le
proprie idee di spettatore e di cinefilo, di amante o di detrattore dei film
dell’autore danese.
È ovvio che di ogni film possano esistere molteplici interpretazioni ma Il
Grande Capo dà l’impressione netta e feroce che ognuna di esse possa essere
quella sbagliata e che, anche con tutta l’onestà intellettuale e
l’attenzione possibili, non si possa riuscire a scioglierne i nodi i maniera
soddisfacente.
Quello di Von Trier è un cinema cattivo e sadico che tuttavia non andrebbe
rifiutato o snobbato come inutile perchè è un cinema che nonostante tutto
vuole svegliare gli spettatori e lo fa prendendoli a schiaffi, obbligandoli
a cercare incessantemente, senza trovarlo, il senso di ciò che vedono
attraverso un percorso di torturante ambiguità umana e cinematografica.
Giudizio:
 
(legenda).
di Valentina Alfonsi,
8 febbraio 2007. |