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BLOOD DIAMOND (di Edward Zwick, 2006). |
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Africa. Un villaggio di povera gente, capanne di paglia, terreno sabbioso,
uomini con vecchi vestiti e sandali. S., padre di famiglia, suo figlio D.,
che ogni mattina percorre 2 chilometri e mezzo per recarsi a scuola, sua
moglie e altre due figlie più piccole. Una vita povera, poco serena a causa
della costante minaccia della guerriglie, ma piena, basata sulla reciproca
fiducia. |
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Edward Zwick, un misconosciuto cineasta che dopo il buon successo de
"L'ultimo Samurai" con Tom Cruise, ci aveva abituati ai tipici blockbuster
hollywoodiani che fanno manbassa al box-office. Tra lo stupore generale
invece, il regista (e anche produttore) Zwick torna sugli schermi con "Blood
Diamond", un blockbuster questo sì , capace però di unire lo
spettacolo-entertainment con un bell'esempio di cinema di denuncia,
impegnato socialmente-politicamente e se vogliamo eticamente, senza strafare
con le intenzioni, anzi riuscendo a mantenere un certo raffinato equilibrio
tra i due elementi (e non è una cosa banale e scontata; uno degli ultimi
film di questa sostanza è stato il futurista "I figli degli uomini" di
Alfonso Cuàron). I rischi sono sempre quelli di banalizzare e volgarizzare
le tematiche da una parte e di incespicare in lunghi e noiosi "fuori onda"
fatti di “nomi” e “fatti”, che rischiano di mandare a monte l'intento
principale del film e cioè gli incassi al bottheghino. Blood Diamon da
questo punto di vista riesce laddove un film ricco di presupposti come "Syriana"
aveva fallito: abbassa, stempera con il dramma la sua potenziale carica di
denuncia per incontrare una fetta di pubblico più ampia. Il film riesce a
reggere gli oltre 140 minuti su cui è spalmata, non concedendo nulla o quasi
al contrappunto sentimentale della vicenda (i due belli non si baciano
nemmeno), e concentrandosi quasi totalmente sull'azione, sui combattimenti.
Ne escono così due ore di battaglie, rappresentate al limite del realismo
soft che le major consentono, e che pongono con discreta forza anzitutto il
tema delle numerose guerre civili che dilaniano il continente africano, e in
secondo luogo l'incresciosa situazione dell'importazione illegale di
diamanti in Europa, il cui flusso di denaro va ad alimentare violenze e
(come da titolo) sangue. Un'altra nota positiva infine, riguarda l'ottima
forma dell'intero cast; a partire dal sempre più bravo Leonardo Di Caprio
che dimostra la sua piena maturità artistica (come d'altronde aveva già
fatto in parte in "The Departed"), a Djimon Hounsou ottimo comprimario (già
spalla di Russel Crowe ne "Il gladiatore") per finire con una concreta e
ritrovata Jennifer Connelly. Un lodevole film di ricerca e di denuncia, al
quale il protagonista Di Caprio ha partecipato attivamente anche sul fronte
politico-sociale. |
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