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Al nome di Paul Verhoeven, la prima parola che viene in mente è
provocazione. Sin dai suoi primi film olandesi infatti, così come per le
pellicole filmate ad Hollywood, questo regista si è caratterizzato per la
sua ambiguità e il suo anticonformismo, risultando spesso, agli occhi di una
certa critica vecchio stampo, irritante, volgare, erotomane, sadico,
nazista.
Con Black Book Verhoeven torna in Olanda per firmare un episodio poco
noto della Resistenza, durante la Seconda Guerra Mondiale: lo scandalo del
film sta nel mostrare nazisti non soltanto come cattivi da fumetto, ma anche
capaci di amare ed essere generosi con i propri nemici; in una parola,
“buoni”. E se a questo aggiungiamo che la Resistenza si macchia di crimini
analoghi ai feroci tedeschi, et voila, ecco a voi le immancabili
discussioni. Ma al di là delle polemiche fini a se stesse, allo spettatore
Verhoeven consegna un thriller spionistico di buona fattura, dal solido
impianto narrativo e con una protagonista eccellente, Carice Van Houten, una
scoperta per il pubblico internazionale, nella parte della spia infiltrata
tra i tedeschi. Dall’apprendistato hollywoodiano il regista acquisisce la
capacità di tenere inchiodata l’attenzione del pubblico, principalmente
attraverso un montaggio mozzafiato: qua e là si intravedono cedimenti
spettacolari che inevitabilmente fanno pendere il film sul versante della
superficialità, a scapito della compattezza e dell’analisi storica. Ma è
altresì vero che il cinema di Verhoeven sa guardare (letteralmente) più in
basso degli altri, affrancando il film dalla sensazione di deja vu:
quanti avrebbero osato girare una scena come quella della decolorazione dei
peli pubici? Verhoeven si sporca le mani con materiali bassi per puntare in
alto, e a confermarlo potremmo citare certi picchi splatter del finale, o la
controversa – e a tratti insostenibile – sequenza delle umiliazioni che la
protagonista deve subire dai suoi compagni a guerra finita, credendola una
doppiogiochista. Un pugno allo stomaco che non lascia indifferenti, che è
poi la vera mission del cinema verhoeviano, essere memorabile, esistere,
nella sua incombente e viscerale drammatizzazione.
Giudizio:
 ½ (legenda).
di Giulio Ragni,
9 marzo 2007. |