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La composizione
E' probabile che Pietro Bembo, già negli ultimi anni del
Quattrocento, mentre era impegnato nella cura delle edizioni di Petrarca e
Dante, avesse cominciato a riflettere sulla generale questione della
lingua. Bembo sostenendo la pubblicazione di Petrarca e Dante,
affermava implicitamente l'idea che accanto al patrimonio dei greci e dei
latini vi fosse ormai un patrimonio di scrittori in volgare, di classici
italiani; infatti nell'edizione del Canzoniere compare un'appendice, anonima
ma certamente di Bembo, in cui si discutono alcuni aspetti della lingua e
dello stile di Petrarca, che costituisce un primo nucleo dei ragionamenti
che l'autore farà negli anni successivi.
Pietro Bembo lavorò al suo dialogo negli anni in cui soggiornò a Ferrara
(1502-03), dove si legò di profonda amicizia con Ludovico Ariosto, e
soprattutto durante la sua permanenza alla corte di Urbino. E' proprio alla
fine di quel soggiorno che egli annuncia di aver terminato i primi due
libri dell'opera, i quali cominciarono a circolare tra amici e
conoscenti.
Bembo soltanto nel periodo di ritiro, prima a Venezia e poi a Padova, a
partire cioè dal 1519, riprese la stesura del terzo libro che fu terminata
nel 24; finalmente le Prose furono stampate nel 1525 ed
immediatamente di diffusero in tutta Italia.
Le finzioni del dialogo
Il dialogo tra Carlo Bembo, Giuliano de' Medici, Federigo Fregoso ed Ercole
Strozzi viene ambientato nel 1502; Bembo fece uscire le Prose con una dedica
"al cardinale de' Medici che poi fu creato Sommo Pontefice e detto
Clemente VII", la quale vuol far credere, contro quanto risulta
nella realtà, che la decisione di dedicare l'opera al cardinale Giulio
fosse stata presa prima che questi fosse eletto papa; si può dunque
stabilire che il dialogo si snoda entro tre finzioni: la prima
riguarda i protagonisti, la seconda le circostanze, la terza la data di
composizione. E' evidente che la finzione è un elemento
caratterizzante il dialogo come genere letterario, ma in questo caso essa
assume un significato particolare. L'autore rivela una precisa volontà di
ambientare il tutto nei primi anni del secolo, come se volesse dimostrare
che le Prose si collocano idealmente nel momento iniziale
della questione della lingua, in concomitanza della grande crisi
politica e culturale.
Il primato della scrittura e l'idea di
modello
Fin dalle prime battute del dialogo il problema che l'autore si pone verte
sulla lingua da utilizzare nella scrittura letteraria; Bembo è un
intellettuale che ha accettato in pieno l'idea che la letteratura è una
forma di comunicazione alta, che circola solo all'interno di una
élite di buona formazione culturale.
Nel libro I delle Prose, dopo aver liquidato abbastanza rapidamente
la questione della sopravvivenza del latino come lingua della cultura,
l'autore imposta il problema dal punto di vista storico, è la storia della
scrittura che fa emergere, quei testi che hanno la forza di riassumere in
sé il meglio della produzione del passato e di dare completezza nuova a
tali esperienze; vengono fuori i nomi di Dante, Petrarca e Boccaccio.
Considerando il libro II, fin dal suo esordio Carlo Bembo, focalizzando
l'attenzione sulle due componenti di qualsiasi scrittura, ovvero il
contenuto e la forma, chiarisce che si interesserà soltanto della
seconda perché la cultura umanistica ha già dimostrato di avere le carte
in regola per quanto riguarda le idee; la nuova cultura italiana si deve
sviluppare sul piano linguistico, stilistico e retorico.
Nella ricerca di una norma di grammatica, di lessico e di stile, Dante si
presenta come il modello più debole, perché la sua lingua non ha limiti;
stabilito che la lingua poetica volgare ha trovato in Francesco Petrarca
il suo vertice, e la prosa in Giovanni Boccaccio, è basandosi sui
loro scritti che Pietro Bembo definisce, nel libro II, la retorica
dell'italiano, la quale si differenzia profondamente da quella scolastica e
latina.
L'autore focalizza la sua attenzione sulla retorica applicata alle opere
letterarie, su quei caratteri che riguardano la fonetica, il ritmo, la
versificazione, la rima e la scelta delle parole. E' questo uno dei punti di
forza delle Prose della volgar lingua, che le rese un'opera in
qualche modo attesa dalla cultura letteraria italiana; dopo Bembo si
ebbe un testo su cui studiare la retorica applicata all'italiano e,
studiando il terzo libro, una vera e propria grammatica dell'italiano.
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