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Giacomo Leopardi si dedicò alla stesura delle Operette
morali nel 1824: da gennaio a novembre ne scrisse venti, con notevole
rapidità di elaborazione; nel 25 ne scrisse un'altra, nel 1827 ne compose
altre tra cui il Dialogo di Plotino e Porfirio.
Intanto l'opera cominciava ad essere conosciuta attraverso la pubblicazione
di tre Operette nel numero del gennaio 1826 dell'Antologia. Leopardi
iniziò a cercare un editore e si rivolse allo Stella; l'editore
milanese si mostrò titubante e in un primo momento si limitò a fare
ripubblicare sul Nuovo Ricoglitore le tre Operette già
comparse. Alla fine propose al poeta di Recanati di pubblicare l'opera a
fascicoli nella collana Biblioteca amena; Leopardi rispose risentito: "Colla
schiettezza dell'amicizia, le confesso che mi affligge un poco l'intendere
il pensiero che Ella ha, di stampare le mie Operette morali nella Biblioteca
amena [...] un libro di argomento profondo e tutto filosofico e metafisico,
trovandosi in una Biblioteca per Dame, non può che scadere infinitamente
nell'opinione, la quale giudica sempre dai titoli più che dalla sostanza".
La lettera testimonia alcuni fatti rilevanti: Leopardi si dimostra
attaccatissimo alla sua opera, la definisce prettamente filosofica,
la proposta dell'editore Stella denuncia la sua difficoltà a trovare una
collocazione editoriale per le Operette morali e la sua perplessità di
fronte al particolare contenuto filosofico, Leopardi infine considera la sua
opera del tutto organica, non una raccolta di prose sparse.
Finalmente nel 1827, l'editore Stella stampa in un volume le Operette
morali del conte Giacomo Leopardi. Nel 1834 l'editore Piatti di Firenze
fece una seconda edizione, in cui comparvero, oltre alle venti già
pubblicate da Stella, le due scritte da Leopardi nel 1832, Dialogo d'un
venditore d'almanacchi e di un passeggere e Dialogo di Tristano e di
un amico. Giacomo cominciò a correggere una copia stampata in vista
dell'edizione parigina che non si fece; le sue volontà furono raccolte da
Ranieri che nel 1845 fece stampare le Operette morali, inserendo quelle
composte nel 25 e nel 27, omesse dalle prime due edizioni e togliendone una
del 24, così che nella edizione definitiva le prose furono ventiquattro.
Le fonti e la pluralità dei modelli
Giacomo Leopardi, negli abbozzi, fa il nome di Luciano di Samosata
come uno degli ispiratori del tono delle Operette morali e della
scelta del genere; questi era uno scrittore di cultura e lingua greca, nato
intorno al 125 d.C. che ha lasciato alcune raccolte di brevi scritti
satirici, ricchi di situazioni comiche o paradossali.
Fare un discorso complessivo sulle fonti è tuttavia difficile, praticamente
impossibile, l'autore deriva da una quantità enorme di spunti, di
suggestioni, di citazioni; nelle Operette, al di là di alcuni
riferimenti precisi si riversò tutta la sapienza filologica, storica
e letteraria di Leopardi.
Una grande varietà di modelli letterari agisce nelle Operette morali,
soddisfacendo l'esigenza di variazioni di tonalità stilistiche e di
registri linguistici.
Lo stile delle Operette morali
La particolarità della prosa leopardiana che immediatamente colpisce il
lettore è l'uso di termini arcaici; questa presenza di arcaismi può
sembrare in contraddizione con le stesse affermazioni di Leopardi riguardo
alla prosa moderna, ma raramente si troveranno i latinismi e i trecentismi
crudi, più frequentemente Leopardi impiega quei vocaboli che la lingua
moderna ancora conserva, seppure con significato diverso da quello
antico.
Un altro elemento importante per comprendere l'arte delle Operette,
è il ritmo. Nella varietà delle forme letterarie e dei temi il carattere
che rende compatta l'opera è il tono, per lo più uniformemente legato ad
un livello medio, che vuole esprimere il distacco, il disincanto del
narratore. Oltre alle scelte lessicali, ciò che contribuisce alla
costruzione di questo tono, né alto né basso, è proprio la particolare musicalità
della pagina; basta considerare l'utilizzazione della punteggiatura per
rendersene conto: può apparire insolito l'uso del punto e virgola, ma ci si
accorge presto che la punteggiatura oltre ad avere il suo naturale
significato sintattico, ha lo scopo di creare delle pause ritmiche.
Bisogna sottolineare che alla base della grandezza dell'opera di Leopardi,
si colloca questa sensibilità eccezionale di accordare tra loro gli
elementi del pensiero con quelli dello stile.
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