|
|
In un giardino pubblico, una sera del 1801 a M.., Heinrich von Kleist
incontrò il signor C.. Lo aveva già visto diverse volte intrattenere nella
piazza del mercato il popolo con il suo allegro teatro di marionette.
Attraverso questo saggio, basato sull'incontro di Kleist con questo signor C
e con il dialogo tra loro, si osserva subito l'accostamento dei movimenti
delle marionette alla danza, ad un'ottima danza. Emergerà il pensiero del
drammaturgo, per il quale i movimenti dei personaggi potevano contare più
delle parole.
Le marionette hanno
movimenti graziosi, ogni movimento è caratterizzato da un centro di
gravità, e il loro movimento non è governato da una miriade di fili, ma è
sufficiente governare il centro di gravità della marionetta e risulta
semplice.
L'attività del macchinista si inizia a rivelare complicata, non
insignificante professione di un'arte per le masse.
Partendo dalla citazione delle protesi per la ricostruzione di arti umani
perduti, Kleist vede negli uomini che costruiscono le protesi la figura
chiave per regalare al fantomatico signor C un'intera marionetta che
risponde alle sue esigenze. La marionetta così costruita presenterà
vantaggi persino rispetto a un ballerino in carne e ossa, perchè non
sarebbe viziata e tutte le sue membra non sarebbero altro che pendoli
governati dal centro di gravità.
Le marionette dell'inerzia della materia, proprietà più avversa di tutte
alla danza, non sanno nulla; alle marionette il terreno serve solo a
sfiorarlo, come gli elfi; gli uomini invece ne hanno bisogno per posarsi su
di esso e riposarvisi. All'uomo risulta impossibile riprodurre la grazia
racchiusa in un manichino.
Viene affrontato poi l'episodio che riassume la visione di Kleist racchiusa
in questo saggio: un giovane dopo aver fatto un bagno, rivolse uno sguardo
verso un grande specchio mentre poneva il piede su di uno sgabello per
asciugarlo, in quel momento quel movimento gli ricordò una famosa statua,
il giovinetto che si toglie la spina dal piede. Poco dopo egli arrossì e
mostrò il piede una seconda volta, il suo tentativo fallì. Provò tante
altre volte, invano, non era in grado di riprodurre lo stesso movimento.
Quel giovane passò giornate intere davanti allo specchio e un motivo di
fascino dopo l'altro lo abbandonava; in un anno scomparì ogni traccia della
grazia che i suoi occhi in precedenza emanavano.
Segue, in chiusura, la descrizione di una sfida di scherma tra un abile
schermitore (Kleist parla qui in prima persona) e un orso, l'orso si rivela
imbattibile, la sua serietà fece perdere la calma a quel bravo schermitore;
ancora una volta è la Grazia ad avere la meglio, quella che l'uomo ha
perduto.
|
|