::: ST - Storia e Statistica dello Sport :::
  Recensioni e discussioni a ruota libera...

::: ScRiVeRE di CinEmA :::



Quando sei nato non puoi più nasconderti


"IRRISOLTO" - L'ultimo film di Giordana ha alcune sequenze molto belle, come l'annegamento del bambino e il suo ripescaggio da parte dei clandestini: una letterale rinascita che giustifica il bel titolo poetico del film. E in generale ho trovato azzeccato il ritratto della famiglia borghese del Nord Italia, con un Alessio Boni, attore che non ho mai amato particolarmente, molto credibile. Ma il film sconta alcune debolezze tipiche del cinema italiano odierno: una certa fragilità narrativa (nonostante la premiata ditta Rulli-Petraglia), l'incapacità di tratteggiare personaggi archetipici che trascinino lo spettatore nel racconto, e soprattutto una correttezza politica di fondo che inficia uno sguardo realmente autentico su un tema, come quello dell'immigrazione, in cui è facile cadere nelle trappole dell'ideologia, da un lato come dall'altro. Anche il finale, più che aperto, mi sembra irrisolto, in un film complessivamente sopravvalutato dalla critica dopo i bei "I Cento Passi" e "La Meglio Gioventù". Nella media del cinema italiano, e la media, si sa, non è un granché.   ()

Giulio (Napoli), 24 novembre 2005


Madagascar


"PIACEVOLE" - Da tempo Dreamworks e Pixar si sfidano a colpi di cartoon sempre più sofisticati tecnicamente, e che tendono a rivolgersi più agli adulti che non ai bambini. L’ultimo nato della factory di Spielberg è Madagascar, storia di quattro animali in fuga dallo zoo di New York, che si ritrovano nella sopracitata isola africana pronti a riscoprire l’istinto selvaggio sopito da troppi agi e comodità. Il film è divertente e ben ritmato, specialmente nella prima parte, e se i protagonisti principali sono il leone e la zebra, spettano alla giraffa Melman le battute più riuscite; ci sono un’overdose di citazioni (da New York New York a Cast Away) e alcuni personaggi di contorno sono azzeccati, come i pinguini cattivissimi. Peccato che nella seconda parte il film ceda a qualche melensaggine tipicamente disneyana che affievolisce la sana, ironica cattiveria della pellicola: in definitiva un cartoon piacevole e rilassante, tale da far dimenticare anche l’ambigua morale di fondo, secondo cui gli animali sarebbero più felici serviti e riveriti allo zoo, che non liberi nel loro habitat naturale.  ()

Giulio (Napoli), 26 ottobre 2005


La bestia nel cuore


"SENSIBILIZZANTE" - Cosa può esserci al limite della sensibilità umana?
Cristina Comencini dal titolo sembra confermarci un ossimoro, dove solo la sensibilità può rispondere. Film eccellente, con narrazione incalzante dall' inizio alla fine, attimi di umorismo o quello che si potrebbe meglio definire come un "comicismo", debitore di atti interpretativi puntuali firmati dall'angelo Finocchiaro. Non esiste umorismo, neanche comicità. Non ci si prende in giro, ma si ruotano fili di un discorso e di aspetti umani che si sfiorano senza aggredirsi. Il sentirsi non vedente in un ambiente artistico, musicalmente concepito come nucleo in cui ruota tutto l'essere, e forse con la E maiuscola, come un non-sentirsi parte di un ricordo celato da maschere familiari, abusi di psiche cadaverica, porta, come affermerebbe Nietzche ad essere moralisti in un contesto che necessita immoralità.
Ed è questo che tocca: un miraggio di inquadrature che spaziano nei labirinti sensibili e sensibilizzati dell'atmosfera come dell'animo umano. E se non è di cuore che si sta parlando, è di e con la consapevolezza che, intorno a quelle immagini la speranza di una notte di capodanno, si possa rendere luminosità a quella giustizia divina che si cela intorno ad esso, seppur sognato accecato ed illusorio come può essere una racconto cinematografico dai respiri a volte disincantati ed altre avvolto da un rigore carnalmente, ma alcuni lo definirebbero tecnicamente "bestiale". A voi il limite.

Denise, 27 ottobre 2005


Good night and good luck





"LIBERAL" - Era dai tempi di Tutti gli uomini del Presidente che il cinema americano non affrontava in maniera così diretta il tema del giornalismo responsabile: Goodnight and good luck, seconda prova registica di George Clooney, si candida sin da ora ad essere uno dei film più importanti dell’anno. All’ultima Mostra di Venezia ha incantato tutti con il suo stile sobrio ed asciutto, l’impegno civile di chiara impronta liberal, le interpretazioni magistrali di tutto il cast. Attraverso la storia del giornalista Edward Murrow – un grandissimo David Strathairn – che per primo denunciò gli abusi del senatore McCarthy, Clooney ci regala un film prezioso ma anche raro, perché in netta controtendenza rispetto a molte pellicole usa e getta dei nostri tempi. Un film che dalla durata (appena 90 minuti), alla colonna sonora jazzata, alla fotografia in bianco e nero, sembra già un classico, fuori dal tempo e dalle mode. E quella che nel finale superficialmente sembra essere la solita denuncia della tv cattiva maestra, in realtà è proprio un inno alla televisione come strumento di libertà e democrazia, quando ben utilizzato: come a dire, la colpa non è del mezzo in sé, ma di chi la fa (male). In definitiva, un film che dovrebbero vedere tutti, specialmente i nostri giornalisti che da tempo hanno dimenticato cosa significhi avere la responsabilità di informare e formare l’opinione pubblica.   ()

Giulio (Napoli), 22 ottobre 2005


Romanzo criminale


"QUASI-CAPOLAVORO" - Incalzante e febbrile. Torna finalmente il crime-movie anni '70, che fu il genere esportato oltreoceano che fece conoscere il nostro cinema al mondo. Il film di Placido è un ritorno al passato; prova lo è che la vicenda parte proprio ambientata in quegli anni '70 e in quelle strade umide e pericolose, rappresentando la nascita di una gang criminale dalle sue radici, partendo dall'infanzia.
La banda della Magliana, peraltro mai nominata esplicitamente nel film, nasce cresce e si estinguerà in venti anni, vivendo sullo sfondo di un periodo socio-politico oscuro, ben rappresentato e palpabile, in cui vengono a darci mano documenti e immagini di repertorio catalizzati dalla tv.
Tra tradimenti e complotti, sparatorie e vendette, intrighi politici e indagini poliziesche, e spaccati di vita privata dei protagonisti, il film è un martello che picchia forte il ferro sull'incudine e che lascia pochi attimi di respiro allo spettatore, trainato da una splendida colonna sonora e ben rappresentato da una fotografia livida e umidiccia, di grande caratura.
Placido, ispirato nell'impianto narrativo a "C'era una volta in America" di Leone, ha realizzato un film riuscito nell'intento del titolo che lo presenta, appunto "romanzo..." E si fa vedere senza avere la presunzione primaria di una collocazione storica precisa e puntuale, senza pretese politiche e sociali, ma che comunque mostra davvero la condizione dell'Italia.
Una storia "vera" mostrata come dagli occhi dei protagonisti, quel crescere insieme ai margini, che li rende uniti nell'inesorabile distruzione di sangue "fuori" e niente "dentro"; quasi un viaggio parallelo alla storia, che ti lascia l'amaro dentro per la loro fine e per l'Italia martorizzata di quegli anni.
Brillantemente trascinanti i tre (Favino, Rossi Stuart e Santamaria) che regalano ai personaggi una gamma di emozioni intense ed alternanti da lasciarti completamente conquistato...anche il ruolo minore affidato a Riccardo Scamarcio è assolutamente azzeccato e fortemente credibile.
Unica nota stonata, purtroppo contro tutte le aspettative, è la scarsa performance (rispetto alle sue potenzialità) di Stefano Accorsi e la sua relazione con Patrizia forse un po' forzata. Ma un piccolo dettaglio non poi così grave non si nota neanche in un "quasi capolavoro" come questo.

Daria (Grottaferrata - Roma), 26 ottobre 2005


La tigre e la neve


"PIATTO" - Dopo il successo de "La vita è bella" e il flop di "Pinocchio", Roberto Benigni prova con "La tigre e la neve" a ritrovare gli equilibri del film che gli valse tre Oscar, questa volta ambientando le vicende nella recente guerra in Iraq. Il protagonista della storia è un poeta, Attilio (Benigni), padre di due figlie. Il suo amore profondo verso Vittoria (Braschi), lo porta in Iraq in piena guerra dove la donna si trova in stato di coma a causa di un incidente bellicoso. Qui trova un collega, Fuad (Reno); i due nonostante l' amicizia che li lega, hanno opinioni contrastanti se non opposte sull'esistenza umana. Da questo momento Attilio si impegnerà nel salvare la vita della donna amata. "La tigre e la neve" è un film non riuscito in cui Benigni, nonostante il tentativo, non riesce a ripetere gli schemi de "La vita è bella" e realizza una pellicola superficiale e incongruente. Il tentativo di realizzare un film sulla poesia, di per se interessante, sfocia in realtà in citazioni fini a se stesse e del tutto prive di profondità o di interesse letterario e cinematografico. Il film non è e non crea poesia, semplicemente la cita. Le vicende narrate da Benigni, inoltre, sono del tutto prive di congruenza e di sensibilità nel loro svilupparsi. La mancanza di sensibilità, ancor più accentuata dall'atteggiamento egocentrico se non egoista del regista/protagonista, sta nel rappresentare una guerra moderna e piena di contraddizioni, senza porre alcuna attenzione su coloro che questa guerra l'hanno vissuta in maniera drammatica. Se l'espediente del gioco ne "La vita è bella", poteva in parte giustificare alcuni atteggiamenti semplicistici, qui l'artifizio del "poeta disattento" non funziona ed anzi alla lunga diventa inaccettabile. In generale, inoltre, la storia non coinvolge e gli spunti comici piazzati qua e là non solo sanno di già visto ma soprattutto non divertono. I due protagonisti, piuttosto piatti nelle loro psicologie, sono poco interessanti e difficilmente si prova empatia per loro. Anche la figura di Fuad, che a priori poteva essere molto interessante nella sua visione pessimistica della vita, è in realtà una delle meno riuscite a causa del profondo strato di superficialità che circonda tutto il film. Anche le recitazioni, se si esclude lo stesso Benigni (che del resto interpreta "se stesso"), non sono convincenti e Jean Reno sembra essere, in più di una circostanza, fuori ruolo. Deludente anche la colonna sonora di Nicola Piovani, che così come il regista, ha cercato di avvicinarsi il più possibile allo score con il quale vinse l'Oscar, ma anche in questo caso ne esce fuori qualcosa di già sentito. "La tigre è la neve" è dunque un film che non convince in nessun aspetto, forse sarebbe preferibile che un personaggio dall'inequivocabile carisma come Benigni, uscisse da quell'alone dorato di grandezza che lo circonda, per ritrovare uno spunto, magari anche meno impegnativo, che potrebbe rilanciarlo.   ()

Salvatore (Meta - Napoli), 23 ottobre 2005

"DICHIARAZIONE d'AMORE" - Un lungo viaggio da Roma a una Baghdad in guerra nella viva speranza di poter aiutare a guarire la moglie morente. E' un amore straripante, devastante, vincente quello che Benigni - uomo, attore e personaggio - canta in questo suo nuovo film. E' amore, è continua fiducia e speranza in quell'amore, è fiducia che quell'amore possa vincere tutto, ogni cosa, anche la più brutta. Che sia un conflitto, una malattia o uno sterminio, affrontandola col sorriso, con la gioia, l'entusiasmo, l'allegria e anche un po' di ingenuità, la serenità è più vicina. Una favola, d'accordo, ma allo stesso tempo una reale e benefica rivalutazione di quella magnifica cosa che è il Sorriso. Citazioni di Hikmet, brani di musiche diverse, poeti e animali in sogno: tutto per rendere più grande questa lunga, nuova, dichiarazione d'Amore alla Vita di Roberto Benigni. Si sorride, si ride, ci si commuove, si riflette. Straordinaria immagine è la testa di Attilio (Benigni), recluso in un campo di prigionia americano in Iraq, che scivola e s'accomoda sulla testa di un uomo arabo dai pochi denti e la barba di qualche giorno. Siamo tutti uguali. Ricchi e poveri, neri e bianchi, giovani e meno giovani. Non dovrebbe essere solo la guerra, il pericolo della morte, a ricordarlo. Benigni ci riesce regalando questo indimenticabile momento. 
 (½)

Matteo, 3 novembre 2005

"FEL(L)IN(IAN)O" - Con altre leggi, senza ironia la sua firma è Benigni e questa volta lo segna con zampa fel(l)in(ian)a. Non si cerca di capire il perchè degli avvenimenti, rischiando di cadere in quell'abisso ipocrita ed ipocondriaco del giudizio ma lo si racconta, lo si narra come una preghiera, perchè non lo si desidera o perchè lo si fa sognando? 
La tigre e la neve rivela e fa riemergere solo alla fine quel già di aspettato a metà della narrazione, con la stessa finta ingenuità fanciullesca.
E la poesia non c'entra? I film di Benigni non sono più poetici, di poesia ci si contorna solo la pellicola e quel nastro argenteo che colora di nominations, di poesia ci si tuffa solo descrivendo il protagonista Attilio con i suoi sogni d'amore, d'unione, di reciproco desiderio che richiama quel gusto da satyricon, nobile di interrompere il flusso di finta e (a volte si vorrebbe che fosse così), teatrale compassione nei confronti di un conflitto. 
La poesia entra in ballo, ballando col suo stesso firmatario, non solo dentro il film ma anche nel suo farsi, nel suo fuori. 
Come Attilio spiega ai suoi studenti il come (fare poesia, essere poeti o solamente-ed è poco?- essere ed esserlo-Poesia-), La tigre e la neve sono debitrici e profane di spiegarne,svelarne,sbiancarne il perchè, anche se questo era, in un primo tempo sentimento ed insieme significato appeso ad una corda, come un amico sentito e richiamato improvvisamente dall'istinto di repressione (anche artistica se la si comprende), ed insegu(ì)to e portato, come dallo stesso vento d'inquadrature, rinchiuso in una gabbia o nuvola di ... che solo Vittoria alla fine poteva incontrare.
Un film-continuazione che aspetta anche la nuova stagione e Storia cinematografica piena di ironia, "buon"senso e gusto cinico ma "benignano".

Denise, 5 dicembre 2005


La fabbrica di cioccolato


"GIOIELLO & OSCURO" - Esistono pochi registi in grado di proiettare lo spettatore in un universo magico e fiabesco, ed uno di questi è senz’altro Tim Burton. Anche quando, come in questo caso, la materia da cui il regista attinge non è un parto esclusivo della sua fantasia, Burton riesce a trasformarlo in qualcosa di assolutamente personale: così se l’originale era una zuccherosa favola per bambini, ora diventa un’esplorazione del lato oscuro dell’ennesimo freak nato da un’artista mai conciliato nel mondo in cui vive. Dopo un inizio narrativamente un po’ farraginoso, con alcune lungaggini di troppo – come il racconto delle gesta del giovane Willy Wonka – la storia prende letteralmente il volo con l’entrata in scena di Wonka/Johnny Depp: pelle bianchissima, vestito in maniera assurda con grossi occhiali e cappello, l’anfitrione della magica fabbrica elimina uno dopo l’altro tutti i bambini e i loro insopportabili genitori, con l’aiuto degli spassosi Oompa Loompa, a cui spettano gli esilaranti numeri musicali di accompagnamento.
Come il mostruoso pinguino di Batman il ritorno, come il detective da incubo di Sleepy Hollow, i comportamenti del protagonista hanno origine da un trauma infantile, costretto ad indossare un terrificante apparecchio per i denti dal padre dentista; fa dunque capolino l’eterna storia di emarginazione e solitudine del diverso, che rappresenta il vero cuore poetico di tutti i film del regista, che non rinuncia anche ad altri leitmotiv (come la neve) assolutamente caratteristici della sua filmografia. Il film si chiude con un happy end come nell’originale, ma l’abbraccio tra padre e figlio, con annesso rumore dello strofinarsi dei guanti e dei vestiti di latex, è un gioiello insieme di humour nero e romanticismo struggente. ()

Giulio (Napoli), 26 ottobre 2005.


Non bussare alla mia porta


"(IN/S)CONTRO GENERAZIONALE" - A vent’anni da Paris, Texas, Wim Wenders ritrova Sam Shephard, per raccontare la storia di un attore sul viale del tramonto che improvvisamente si scopre padre e parte alla ricerca del figlio mai conosciuto. Il regista si affida alla forma narrativa da lui privilegiata,ovvero il road-movie, ma lo stile ora è dimesso e malinconico, come il protagonista, giunto a compiere un bilancio sulla propria vita. La riflessione, come sempre in Wenders, da particolare si fa universale, e la città di Butte, dove chiunque vi arriva è solo di passaggio, diventa allegoria della vita stessa, e ci ricorda che tutti siamo di passaggio in questo mondo, e i figli sono traccia e testimonianza della nostra esistenza. La storia procede con ritmi lenti e situazioni ai limiti del paradosso, la colonna sonora – come sempre curatissima – è più vicina al country e al blues che non al rock: Wenders nel suo (per ora) ultimo film americano esorcizza la propria personale visione della vecchiaia e della morte, e mette in scena l’incontro/scontro generazionale; così il viaggio finale chiude il film in segno inverso e opposto rispetto alle premesse, con i figli che vanno alla ricerca del padre e, per estensione, delle proprie radici. ()

Giulio (Napoli), 22 ottobre 2005


Oliver Twist


"LONDINESE" - Arriva sul grande schermo una nuova trasposizione del classico dickensiano "Oliver Twist", questa volta diretta da un maestro del cinema come Roman Polanski. La storia, più o meno già nota, tratta di un ragazzino di 10 anni, orfano di entrambi i genitori: Oliver Twist. Dopo una permanenza in orfanotrofio, Oliver viene adottato, ma la sua permanenza con la famiglia non è certo delle più felici, a causa dell'egoismo della matrigna e dell'insensibiltà del fratellastro. Fuggito, il ragazzo giunge a Londra dove conosce un gruppetto di coetanei, grazie ai quali e soprattutto grazie all'aiuto del "capo" della banda, l'anziano Fagin, riesce ad avere di che nutrirsi e ad imparare l'"arte" del furto. Proprio durante una marachella dei suoi amici, viene ingiustamente arrestato, ma per una volta la fortuna è dalla sua parte e Oliver viene preso in cura da una ricca e raffinata famiglia locale. Ancora una volta Polanski riesce a realizzare un film coinvolgente ed emozionante, che prende lo spettatore e lo porta dritto nella Londra ottocentesca e nelle sue caratteristiche ambientazioni senza mai essere buonista o retorico. I personaggi, costruiti in maniera ineccepibile, nascondono infinite sfaccettature, su tutti spicca la splendida figura di Fagin, un anziano dall'aspetto repellente, che suscita emozioni contrastanti nello spettatore; il suo personaggio è tra l'altro interpretato da un eccezionale Ben Kingsley che offre una prova splendida. Uno dei punti forti della pellicola è l'ambiguità delle emozioni che suscita, per cui si è portati a provare sentimenti differenti per uno stesso personaggio in situazioni diverse; tutto ciò è garantito proprio dalla tridimensionalità dei personaggi. Ottimo il cast (su cui spicca come già scritto Kingsley) così come le scenografie londinesi e la eccellente fotografia. Da lodare il compositore Portman che è riuscito a creare una colonna sonora perfetta e particolarmente coinvolgente. In definitiva il film di Polanski mostra una bellezza classica e rigorosa ma forse poco contemporanea, il che ne diminuisce la potenza espressiva. La storia è affascinante ma purtroppo non offre niente di particolarmente innovativo alla cinematografia. Insomma un film bellissimo che però non può essere equiparato ai capolavori del regista polacco come "Il pianista" o "Chinatown".   ()

Salvatore (Meta - Napoli), 22 ottobre 2005


Replica a "londinese" - Sono d'accordo con te quando dici che il regista ci ha dato un ottimo affresco dell'Inghilterra dell'800 ma credo anche che abbia tralasciato di accentuare certi particolari sul modo di vivere degli inglesi che rendono il film mancante di una certa coerenza col libro e abbia dato poco spazio a certe scene soffocando così l'emotività e la passione che irrompono dalle pagine di Dickens. Penso anche che la bellezza del film non sia poco contemporanea poiché film tratti da libri sul mondo inglese ottocentesco ne sono stati girati molti (Wilde) e questo forse ne rispecchia il lato con più contraddizioni e ipocrisia della società inglese del tempo che tocca anche il mondo infantile (un esempio è la scena in cui i gendarmi posano delicatamente a terra il piccolo Oliver svenuto fuori del tribunale lasciandolo così, fortunatamente soccorso dal suo benefattore). 

Boris (Rosà - Vicenza), 30 ottobre 2005


La sposa cadavere


"DELIZIA INCOMPLETA" - L'estro creativo di Tim Burton, già quest'anno autore di uno dei film più belli della stagione: "La fabbrica di cioccolato", delizia ancora gli spettatori con "La sposa cadavere", utilizzando la tecnica dello stop motion, già impiegata dal regista californiano in "Nightmare before Christmas". Victor e Vittoria (voci originali: J. Depp e E. Watson), due giovani provenienti da famiglie di ceto opposto, sono costretti dai genitori, ad unirsi in un matrimonio vantaggioso per le rispettive famiglie. Tra i due si accende subito la scintilla dell'amore, ma le difficoltà di Victor nel memorizzare la formula nuziale, ritardano la cerimonia. Sarà proprio durante una prova che il giovane poggerà la fede nuziale sulla radice di un albero, ma in realtà si tratta del braccio della Sposa Cadavere (voce originale: H.Bonham-Carter), con la quale si ritrova legato in matrimonio. Esteticamente "La sposa cadavere" lascia stupefatto anche il regista più smaliziato. In effetti con questo film, Burton dimostra di aver migliorato la tecnica dello stop motion e di averla portata a livelli sopraffini. L'effetto straordinario delle luci sugli oggetti, le movenze e soprattutto la gestualità dei piccoli pupazzi protagonisti, raggiungono un livello prossimo alla perfezione. Straordinaria ed intelligente è l'idea alla base del film: il mondo dei vivi rappresentato in antitesi con quello dei morti. Ma al contrario dell'immaginario comune, è proprio il mondo sotterraneo dei defunti ad essere colorato, emozionante e "pieno di vita"; sulla terra, invece, i viventi trascorrono le loro grigie giornate nella più assoluta noia e monotonia. Tratto da una fiaba popolare russa, il racconto di per se affascinante, manca in qualcosa, ed è forse l'eccessiva brevità della pellicola che in se mette parecchia carne al fuoco, a non consentire ai registi (T. Burton e M.Johnson) di "completare" quello che è un film delizioso ma appunto incompleto. Manca infatti quel livello di definizione dei personaggi e soprattutto dei rapporti fra essi, che invece era meglio sviluppato ne "La fabbrica di cioccolato". In effetti è in generale che quest'opera può considerarsi inferiore rispetto a "Charlie and the chocolate factory" in cui l'ironia, la profondità dei temi e l'emotività portavano a parlare quasi di capolavoro.   ()

Salvatore (Meta - Napoli), 31 ottobre 2005

"COLORE VIVO" - Il mondo dei vivi è spento, il mondo dei morti è acceso. Il mondo dei morti è talmente vivo da travolgere di vita il mondo dei vivi. Questo è il significato dell'ultima, meravigliosa, opera di Tim Burton. Un film d'animazione frutto di anni e anni di duro lavoro al perfezionamento della stop motion, tecnica affascinante e molto cara al visionario e sognante regista di Burbank. La Sposa Cadavere man mano che la pellicola avanza è sempre più bella. (Personaggio e film). Nel sotterraneo e allegro mondo dei morti si torna a cantare quasi come in un vecchio cartoon disneyano. E' la vita, la passione, l'allegria che Burton infonde nella popolazione del mondo sotterraneo la vera anima del film che lo riempie di un incantevole colore vivo.   ()

Matteo, 30 novembre 2005


Niente da nascondere


"SPIAZZANTE" - All’ultimo festival di Cannes ha vinto il premio per la miglior regia, anche se molti fra gli addetti ai lavori avrebbero preferito che ottenesse il massimo riconoscimento: eppure Niente da nascondere (Caché) di Michael Haneke – che peraltro si pone ai vertici della filmografia del regista austriaco – ci sembra appartenere ancora una volta a quel filone di opere dove a dominare è la provocazione fine a sé stessa.
La storia è presto nota: un critico letterario riceve alcune inquietanti videocassette, accompagnate da strani disegni, che incrinano a poco a poco la tranquillità della sua famiglia. L’abilità di Haneke è quella di disintegrare le certezze dello spettatore sin dall’inizio, confondendo l’immagine cinematografica con quella televisiva registrata, e costruendo attorno a questa trovata stilistica un tipico meccanismo da film giallo; tuttavia il cortocircuito emotivo tra il passato individuale del protagonista e quello collettivo di un’intera nazione che si macchiò di gravi colpe nei confronti della popolazione algerina, appare alquanto sterile e inerte, mentre il film è assai più efficace quando descrive la dissoluzione della famiglia alto-borghese, grazie soprattutto alla superba prova degli attori, Daniel Auteil e Juliette Binoche. Una menzione particolare va fatta anche alla scenografia e alla fotografia, che comunicano esattamente quel sentimento di estraneità che progressivamente si instaura tra i personaggi: sia la casa che lo studio televisivo sono arredate con scaffali di libri dappertutto, e immerse in una luce bianchissima, raggelante, per sottolineare la vacuità e la superficialità dei rituali borghesi, come le cene fra amici o le discussioni intellettualistiche; una puntuale messa in scena di quella patina di conformismo che nasconde (da cui il titolo originale) i segreti di un passato rimosso e taciuto, e che non va rivelato nemmeno alle persone più vicine. A spezzare lo stile algido e limpido del film intervengono un paio di sequenze cruente, che come spesso accade nelle opere di Haneke, sono di una gratuità così evidente che si ha il sospetto che il regista le abbia messe appositamente per scioccare e basta, così come l’enigmatico finale, in cui molti critici vi hanno letto ambizioni metafisiche, sembra più voler spiazzare ancora una volta lo spettatore, che una reale esigenza espressiva e narrativa.  (
½)

Giulio (Napoli), 3 novembre 2005.


 

In her shoes - Se fossi lei


"BEN CURATO" - La commedia che non ti aspetti! "In her shoes" è la classica conferma di come gli americani siano insuperabili nel costruire commedie brillanti. La storia, quella dell'eterno ed inevitabile conflitto tra sorelle, è in sé piuttosto banale e prevedibile, ma ha il merito di essere sorretta da una lunga serie di battute imprevedibili e divertenti, a volte quasi da applauso. La regia di Curtis Hanson è ben curata ed il film ha un buon ritmo e le tre protagoniste (Cameron Diaz, la sorella scapestrata, Tony Collette, la sorella complessata, e Shirley MacClaine, la nonna uscita fuori dal nulla) offrono un'ottima performance che evita di far scivolare nel cliché i personaggi da loro interpretati. Insomma, per un film poco pubblicizzato e, sulla carta, non molto originale, non ci si può proprio lamentare. "Nei vostri panni" andrei a vederlo!  [dall'anteprima nazionale a Roma del 7/10]

Luca (Lavinio - Roma), 8 novembre 2005.


I fratelli Grimm e...


"CONTAMINANTE GILLIAM" - Irriverente Gilliam. Mirabolante avventura che attraversa un po' tutte le favole,passando da Cenerentola a cappuccetto rosso sino ad Hansel e Gretel,con un tocco di humour inglese tipico del cinema dei Monty Python. Contaminante Gilliam, artefice visionario di 'Brazil',che mescola sullo sfondo Napoleonico ben delineato, fantasy stile Harry Potter, commedia, horror, superstizioni, storie d'amore. Matt Damon e Heath Ledger reggono bene ma il vero collante è l'istrionico Peter Stormare, le finte formule magiche dei fratelli finiscono per scontrarsi con la strega Monica Bellucci, fantasia e realtà nell'inesorabile scontro del cinema firmato Terry Gilliam.

Alessio (La Spezia), 18 novembre 2005


Crash





"NON-LASCIA-INDIFFERENTI" - Dopo aver sceneggiato lo straordinario "Million dollar baby" di Eastwood; Haggis esordisce alla regia con il suo primo lungometraggio cinematografico: "Crash". Un film indipendente, costato poco più di 6 milioni di dollari. Raccontare la vicenda dei personaggi è molto complicato e riduttivo; ad ogni modo il film narra le vita di semplici uomini e donne di Los Angeles che alla fine sono destinate a scontrarsi. Di qui il titolo "Crash". L'opera di Haggis è splendida. I personaggi, tutti raccontati in maniera incredibilmente intelligente, non possono lasciare indifferenti; la loro profondità e complessità introspettiva li rende affascinati e reali. Non c'è un eroe e non c'è un anti-eroe. Ogni individuo non è bianco e non è nero, ed è così che sono i protagonisti della pellicola. Inutile sottolineare la bellissima sceneggiatura di un maestro come Haggis che avevamo conosciuto con il capolavoro di Eastwood: "Million dollar baby". Niente è lasciato al caso; ogni evento apparentemente irrilevante può diventare determinante, ogni azione avrà una reazione. La grandezza di questo film sta anche nel modo straordinario in cui le vicende si intersecano tra loro, dando allo spettatore l'impressione di seguirne una soltanto. La capacità di scavare nella vita delle persone in maniera così semplice ma straordinariamente efficace, lascia a bocca aperta. Anche la regia di Haggis, forse un pò sopra le righe (il che non deve rappresentare necessariamente un difetto) riesce a far immedesimare lo spettatore sin
dai bellissimi titoli di testa. "Crash" è un film che infatti riesce a coinvolgere ma soprattutto a far pensare; cosa importante dato che sono trattati temi scottanti come il razzismo e le paure del dopo 11 settembre. Unico difetto, la ridondanza con cui è raccontata la prima parte, ma ben presto il livello della pellicola si eleva su livelli altissimi. Non c'è ottimismo nè pessimismo; ma analisi delle cose. Tutti possono cambiare, in meglio o in peggio. Tutto ciò che è appare, inganna, così che lo spettatore si trova di fronte a personaggi che crede di conoscere ma che in realtà nascondono una propria complessa realtà, una realtà descritta in maniera essenziale ma splendida. Molto belle le musiche di accompagnamento e solide le interpretazioni.. "Crash" è un film stupendo che potrebbe anche dire la sua nella notte degli oscar.   ()

Salvatore (Meta-Napoli), 19 novembre 2005.


Flightplan


"MACCHINOSO" - Dopo l'11 settembre, l'argomento del volo in aereo è diventato indubbiamente scottante e ricco di spunti drammatici. Anche "Flightplan" con la brava J.Foster, prova a trattare questo tema.
Berlino. Kyle (Foster) è una madre che da poco ha perso il marito, morto in seguito a una caduta. Dopo il decesso, Kyle vuole dare al marito una sepoltura in terra americana, dove egli è originario; ma durante il volo per gli states sua figlia di 6 anni scompare misteriosamente, comincerà allora una difficile ricerca. Ben presto si scopre che il nome della bambina non è registrato e a bordo nessuno sembra credere alla donna.
"Flightplan" così come molti thriller degli ultimi anni, si presenta come un film interessante, con un prologo, non eccezionale ma di sicuro impatto.
Purtroppo però il vincolo forzato dell'aereo, comincia a farsi sentire anche
sulle vicende che restano tutto sommato piatte e prive di momenti alti. Inoltre non è presente neanche quella sensazione claustrofobica che certamente la contestualizzazione poteva portare. Un tema importante
trattato dal film è il razzismo che provano i passeggeri nei confronti di due passeggeri a bordo. Purtoppo però anche questo argomento è trattato in
maniera superficiale e in alcun modo interessante. Il grande difetto del film, è l'eccessiva macchinosità nella spiegazione del mistero, un difetto che rende le vicende inverosimili e poco credibili. Tutto sommato comunque il film riesce a coinvolgere e può inserirsi in quel filone di thriller di qualità
media che Holliwood sforna con una certa continuità.   ()

Salvatore (Meta-Napoli), 19 novembre 2005.


Mary


"BUIO MA NON TROPPO" - Quanto può essere forte il bisogno di fede di un individuo? Parte da questa premessa l’ultimo film di Abel Ferrara, gran premio della giuria alla 62esima Mostra di Venezia. Le storie di un regista che gira un film scandalo sulla vita di Gesù, dell’attrice che impersona Maria Maddalena, e di un famoso anchorman televisivo, sono il pretesto per un saggio-inchiesta sui molteplici modi di rapportarsi a Dio e alla religione, dove però le emozioni contano molto più dei concetti e delle teorie. Il cinismo del regista, l’indifferenza del giornalista, il turbamento emotivo dell’attrice sono solo l’abbrivio per un cammino verso la fede non privo di ostacoli, dove ognuno dei protagonisti attraverserà un personale percorso di dolore per approdare ad una faticosa salvezza. Spezzoni del film nel film alternati ad interventi di autentici esperti di questioni religiose, ardite libertà di montaggio, carrellate fulminee, ossessivi inserti sonori che squarciano il silenzio: l’anarchia formale riflette perfettamente il caos e la confusione dei tempi moderni, uno stile convulso e ipnotico che procede per accumulo di idee e immagini, affrancandosi da qualsiasi rigida struttura narrativa. Il nuovo Ferrara è passato per film assai discutibili (Blackout), o completamente fallimentari (New Rose Hotel), prima di ottenere il risultato che si era prefissato, e sequenze come quelle degli attacchi dei fondamentalisti, o quella in cui Forest Whitaker, analogamente all’Harvey Keitel del Cattivo Tenente, rivela tutta la propria umana fragilità in chiesa al cospetto di Dio, non si dimenticano facilmente.
Il buio, da sempre uno dei connotati stilistici preferiti dal regista, invade lo schermo sin dai titoli di testa, ma rispetto al passato c’è una maggiore serenità, l’attesa di una luce che illumini i percorsi esistenziali e dia un senso alle angosce dei personaggi. L’uomo che più di chiunque altro è andato a fondo nel descrivere l’abiezione umana, e nell’esplorazione del Male che ne governa le azioni, ci regala una possibilità di redenzione in un’opera complessa, inquieta, e imbevuta di autentica passione e commozione.  (½)

Giulio (Napoli), 21 novembre 2005.


Elizabethtown


"[un po'] TROPPO LUNGO" - Alterno Crowe. Cameron Crowe l'alterno talento del regista, un tempo critico musicale della rivista Rolling Stone,viene confermato dalla realizzazione di Elizabethtown un 'on the road' agrodolce accompagnato da una colonna sonora di tutto rispetto. L'autore del completo e ottimamente ben riuscito Almost Famous ci propone un disperato Orlando Bloom alle prese con fallimenti lavorativi,la morte inaspettata del padre e l'incontro con la stravagante Kirsten Dunst. Scorre bene,anche se il film forse è un po' troppo lungo,tanti (forse troppi) i temi trattati,spicca però l'analisi del figlio che dopo aver perso il padre,impara a conoscerlo.

Alessio (La Spezia), 22 novembre 2005



"DIVERTENTE" - Parenti amici e tanti guai. Nuova commedia americana sul senso della vita e sull’amore in cui vediamo il giovane Orlando Bloom impegnato in un tentativo di suicidio rimandato causa la morte del padre nel paese natale. Il protagonista parte dunque per recuperare la salma paterna con un volo notturno in cui incontrerà la bellissima hostess Kirsten Dunst. Conosceremo tutta la famiglia e i parenti tra veglie funebri, feste di matrimonio, situazioni divertenti e un po’ imbarazzanti in cui è sempre difficile esprimere liberamente le proprie opinioni per tirar fuori idee e sentimenti che uno ha dentro di sé anche se vanno contro il pensiero collettivo. Kirsten farà reinnamorare Bloom della vita attraverso una telefonata lunga ore, frasi dette e solo pensate e con un lungo tour guidato in macchina per riscoprire le piccole e grandi bellezze della provincia americana. Il regista Crowe ci regala così uno squarcio di quello che è il suo Paese in un film divertente e ironico in cui si alternano sullo schermo attori vecchi e nuovi che fanno comunque la loro bella figura per cercare di rendere al meglio l’opera un po’ lunga che si perde leggermente nei dialoghi a volte un po’ scontati ma ottimamente accompagnato dalla colonna sonora che enfatizza varie scene che portano alla riflessione sulla felicità e sull’importanza dell’amore vero.

Boris (Rosà - Vicenza), 4 dicembre 2005


L'arco


"POESIA FOLGORANTE" - Un bellissimo film, intenso, sincero e soprattutto poetico. Ancora una volta il grande regista coreano kim-ki-duk, già autore dei bellissimi "ferro 3" e "la samaritana", ci colpisce al cuore, ma non con le parole dei protagonisti, bensì attraverso delle bellissime immagini. Il film, presentato all' ultimo festival di cannes nella sezione un certain regard, racconta l' amore di un vecchio pescatore per una giovane donna, reclusa fin da bambina nel suo barcone. Ed è proprio grazie allo strumento emblematico del film, l' arco, che scaglia frecce d' amore e di morte allo stesso tempo, che il vecchio esprime tutto il suo amore per la ragazza; a volte lo usa come uno strumento musicale da cui escono dolci note, a volte lo trasforma in un'arma micidiale, pronta a scacciare le insidie degli uomini che provano a mettere le mani sulla ragazza. Il sogno del pescatore di sposare la ragazza si infrange quando il vecchio non può e non riesce a scacciare l 'ultima vera insidia: quella del primo amore. Lo ripeto, kim-ki-duk è un autore straordinario e riesce ad esprimere con le immagini quelle emozioni inesprimibili a parole. I due protagonisti, il pescatore interpretato da jeong jeons-hwang e la ragazza dalla giovane han yeo-reum, danno il meglio di sè e le loro espressioni sono folgoranti come sono folgoranti le frecce scagliate dal vecchio pescatore innamorato.

Federica (Ancona), 23 novembre 2005.


La marcia dei pinguini


"ON THE ROCKS" - Meritato Jacquet. Documentario "on the rocks" sul ciclo vita del magnifico pinguino imperatore nel deserto antartico. La marcia dei pinguini raccoglie un meritato e sicuro successo,per un prodotto che resta in sospeso tra documentario e film,con la voce trasformista fuori campo di un caparbio Fiorello che tenta di alleviare i toni di un impresa drammatica e romantica che si compie al terzo giorno di ogni anno. Poesia e tenerezza s'alternano nel tentativo di relazione e trasmissione di se stessi nell'apocalittico scenario,noi stiamo a guardare idealizzando.

Alessio (La Spezia), 24 novembre 2005.


Harry Potter e il calice di fuoco


"CUPO-ADOLESCENZIALE" - Gotico. Altro capitolo della saga del maghetto con gli occhiali portato sul grande schermo in un nuovo anno nella prestigiosa scuola di magia e stregoneria di Hogwarts. In questo episodio l’istituto accoglie tra le proprie mura i partecipanti del “Torneo tre maghi” a cui prenderà parte anche Harry in via del tutto straordinaria. E’ cambiato inoltre il professore di difesa contro le arti oscure che cercherà di aiutare il protagonista nelle 3 difficili prove della competizione a cui si aggiungono anche varie difficoltà che sorgeranno tra lui e l’amico Ron. È tempo inoltre dei primi turbamenti per i 3 protagonisti che vivono la loro adolescenza tra litigi con gli amici, la difficoltà di trovare una ragazza da invitare al ballo della scuola e le piccole
incomprensioni con se stessi. Harry alla fine darà prova di altruismo e coraggio salvando il compagno in un attimo di disinteresse verso la coppa del torneo che proietterà poi entrambi in un macabro cimitero ai piedi della lapide del padre di tu-sai-chi (la cui statua ricorda il mietitore di anime). L’oscuro signore (un mostruosamente bravo Ralph Fiennes) tornerà finalmente a prendere corpo grazie ad un incantesimo, ucciderà Cedric e duellerà assieme a Harry ancora una volta salvato dai propri genitori che gli consentiranno quindi di riattraversare la passaporta. Il regista, l’inglese Mike Newell, si trova qui a suo agio nel delineare un Harry Potter come ragazzino normale. Da al film una tonalità fatta di atmosfere cupe (già forse accennate nel film precedente) e gotiche che sfociano, in certe scene, nell’horror con sguardi paurosamente assenti, sangue che scorre, fantasmi e intrighi vari. La lunghezza del film non annoia né si fa sentire ed è anzi presente quella continuità con i precedenti episodi che non diventa banalità della quale si parla di solito quando si nomina la parola sequel. Spettacolari gli innumerevoli effetti speciali usati in questo film, per esempio il combattimento con il drago che si arrampica sui tetti, il torneo di Quiddich e il nebbioso labirinto con le pareti semovibili. Certo è che i Potteriani più fedeli al testo steso da J. K. Rowling avranno qualcosa da ridire per i numerosi tagli a certe parti più o meno importanti e alle variazioni rispetto al libro che migliorano o peggiorano la qualità del prodotto finale.

Boris (Rosà - Vicenza), 6 dicembre 2005


Chicken Little


"SENZA PRETESE" - Dopo il mediocre "Mucche alla riscossa", anche la Disney ha detto addio alla tecnica 2D e il battesimo della terza dimensione arriva con "Chicken Little". Vittima di uno sfortunato incidente, Chicken Little, un piccolo pulcino, crede che il cielo stia cadendo; preso per matto dall'intera comunità animalesca, Chicken si ritrova abbandonato soprattutto dalla fiducia del padre. Qualche tempo dopo però il pulcino si prenderà una bella rivincita. Questo film conferma il momento no della Disney che negli ultimi anni sembra davvero in crisi se si eccettua il divertente ed interessante "Le follie dell'imperatore". Questo è infatti un film modaiolo che non da alcuna importanza all'intelligenza dello spettatore (anche quella di un bambino a cui è evidentemente indirizzata la pellicola), cercando invece di ammaliarlo con citazioni o autocitazioni e con canzoni celebri ed orecchiabili. E' un film soprattutto senza profondità e senza pretese se non l'incasso. Sono lontani i tempi dei grandi film Disney come "La bella e la bestia" o "La Sirenetta", o i classici del passato, che stimolavano molto di più l'intelletto anche di un bambino. Anche la morale che ovviamente ci aspettiamo tutti della casa Disney è abbozzata superficialmente. Le scene sono montate freneticamente come se il regista avesse voluto girare un video-clip di 90 minuti piuttosto che un film (aspetto sottolineato anche dalla sovrabbondanza di musiche). Mancano i dialoghi, manca l'emozione e manca la fantasia; tutte qualità che i film Disney avevano. Siamo lontani anni-luce dalla qualità dei film Pixar e tutto sommato anche i cartoni Dreamworks gli sono superiori.   ()


Salvatore (Meta-Napoli), 8 dicembre 2005


Manderlay


"vonTrier IMPRESSIONA ANCORA" - Secondo capitolo della trilogia sull'America, "Manderlay" segna il ritorno di Lars von Trier e di Grace, la protagonista di "Dogville" con la differenza che ad interpretarla ora è Bryce Dallas Howard (che abbiamo conosciuto con lo splendido "The Village" di M. Night Shyamalan) che sostituisce Nicole Kidman. Dopo l'abbandono shock di Dogville, il clan di Grace e Grace stessa si mettono in viaggio per l'America. Giungono a Manderlay, un piccolo paese dell'Alabama. Qui è ancora in vigore la schiavitù ma la donna ha tutte le intenzioni di cambiare le cose; riuscirci risulterà però molto complicato… Se la mancanza delle scenografia, già vista in "Dogville" non colpisce lo spettatore; il film colpisce eccome! Ancora una volta infatti von Trier conferma la sua genialità e sin dall'inizio si rimane impressionati dalla sua intelligenza e acutezza nell'analisi della società. I dialoghi sono davvero magnifici ma soprattutto fanno pensare. La narrazione del regista olandese è spietata ed estremamente malinconica della realtà umana, ma altrettanto realistica. Grace è mossa da ideali positivi e sinceramente genuini, però forse è impossibile cambiare le cancrene della società; anche quando le sembra di fare passi avanti nei suoi scopi, si ritrova con nuovi problemi ancora più difficili da sormontare. Manderlay è una città che rappresenta benissimo l'America profonda, in cui molti pregiudizi sono ancora da estirpare; le fondamenta di questa città si basano su una suddivisione psicologica, tanto triste quanto inquietante. E' possibile rompere le catene del potere? E' possibile uscire dagli schemi mentali che l'uomo stesso si è imposto? Queste sono solo due delle infinite domande che Lars von Trier presenta agli spettatori, mettendone in discussione ideologie e pregiudizi.
Come "Dogville", anche "Manderlay" è un film da metabolizzare e che di certo non lascia indifferenti. Da vedere e da pensare.   ()

Salvatore (Meta-Napoli), 8 dicembre 2005.


Broken Flowers


"COMMEDIA PREGIATA" - Sin dagli esordi, il cinema di Jim Jarmusch ha trovato nella forma breve, in uno stile rapsodico e frammentario, in un minimalismo di sapore quasi zen, la propria cifra espressiva. La notizia è che per questa sua ultima fatica, il regista ha messo la propria estetica di filmaker underground al servizio dell’attore Bill Murray, firmando il suo film più accessibile ed universale, tanto lineare nello svolgimento del plot, quanto denso di echi e rifrazioni, lasciando allo spettatore spunti di riflessione immersi in un’ironica, compassata leggerezza. Murray è un single cinquantenne di nome Don Johnston, ricco e annoiato dalla vita, che scopre attraverso una lettera misteriosa di avere un figlio di diciannove anni. Il ritmo sonnacchioso – specie nella prima parte – sottolinea l’inerzia del protagonista in maniera impeccabile, con inquadrature statiche tenute sempre un attimo più del necessario, che evidenziano la solitudine e il vuoto emotivo del protagonista. Lo sguardo del regista è affettuoso nei confronti del personaggio, e Murray, con i suoi silenzi e le sue espressioni attonite e imbarazzate, sono il quid aggiuntivo ad una storia di per sé non particolarmente originale, che oltretutto sembra essere la dominante di questa stagione cinematografica, ovvero la scoperta della paternità come motivo di conoscenza di sé.
Jarmusch attua uno spostamento semantico di quello che è un suo cavallo di battaglia, l’incontro tra culture diverse, che in questa commedia diventa incontro tra tempi diversi: passato e presente si confrontano nel momento in cui Don decide di partire alla ricerca della verità, sprofondando in situazioni via via sempre più imbarazzanti e assurde con le sue ex amanti. L’abilità del regista è di lasciare in sottotraccia i mutamenti del presente: lutti, sentimenti repressi, radicali cambiamenti di vita degli antichi amori (tutte bravissime le attrici) sono appena sussurrate, e questo, rispetto a un cinema odierno che sembra non riuscire a fare a meno di mettere tutto in evidenza, è senz’altro un pregio. Questi cambiamenti stridono rispetto alla vita di Don che è rimasta sempre uguale, e da qui nasce il sorriso, ma è un sorriso amaro; non si muore dal ridere, come strillano i flani pubblicitari, è un sorriso che nasconde una smorfia di dolore, un sussulto dell’anima che può pesare come un macigno: la corsa finale di Don è l’indizio del mutamento avvenuto anche in lui, che prelude ad un epilogo che è sospeso solo per lo spettatore, ma (forse) illuminante per il protagonista.
Un simbolismo ora efficace nella sua concretezza (i fiori che appassiscono a casa di Don), ora divertente anche – o proprio per – la sua facilità (il protagonista che guarda il Don Giovanni, la figlia intraprendente della sua ex che si chiama Lolita) confermano una volta in più le due facce di questa commedia, che in ogni caso non potrebbe esistere senza Murray e il suo mood recitativo, ormai musa incontrastata di tutto il cinema indipendente americano.  (½)

Giulio (Napoli), 11 dicembre 2005.


Ti amo in tutte le lingue del mondo


"COMUNQUE PIACEVOLE" - Cosa c'è da dire sull'ultimo film di Pieraccioni? Storia studiata nei particolari! O almeno... Questo è quello che ci vuole far credere l'autore. Piacevole sicuramente, e non mancano le battute divertenti, i personaggi curiosi, i piccoli colpi di scena! Ma ho l'impressione che non basti. Scorre bene, ci si mette dalla parte del protagonista, quasi convincente! Perchè allora bisogna così semplificare il tutto alla fine? Un pò deludente il PRE- VISSERO FELICI E CONTENTI, ma almeno non scivola subito via! E questi personaggi stereotipati hanno qualche caratteristica nuova, come la professione strana della giovane madre innamorata, come tutta la banda della lavanderia, e perchè no?! Le strane lingue che va a cercare la ragazzina(il maldiviano)! Io l'ho visto e non mi son pentita... Consiglio di passare dal cinema, se non altro ... Vi è un bene di fondo e un ottimismo di cui abbiamo tutti veramente bisogno in questo 2000 spento e ormai privo di sogni a lunga durata.
 

Valeria (Reggio Calabria), 18 dicembre 2005.
 


"PIERACCIONIANO doc" - Sufficientemente Pieraccioni. Film di Natale e titolo accattivante,gli ingredienti alla Pieraccioni li ritroviamo tutti: a partire dalla stesura della sceneggiatura con Veronesi,alla presenza della stangona di turno meglio se straniera, cast di amici da Barbara Enrichi a Massimo Ceccherini (fortunatamente in veste diversa) al ritrovato 'laureato' Rocco Pappaleo,forse le gag migliori le ritroviamo con lui. Aggiungiamo un collante come Panariello che porta avanti la scena balbettando,per finire condiamo con un bel pizzico di animali che fanno sempre tanta tenerezza. Trama sicuramente più elaborata e convincente dell'ultimo Il paradiso all'improvviso,dovuto forse ad una maturità o alla mossa astuta di spostare il punto d'osservazione agli occhi di una sedicenne! Curiosità,con la presenza del cantautore Francesco Guccini si realizza un altro sogno dopo quello di aver in un suo film, la voce 'over' di Mario Monicelli nel Ciclone.

Alessio (La Spezia), 2 gennaio 2006.


Natale a Miami


"FUTURO DA CULT" - La coppia - non coppia. Dopo ben 23 film fatti,con Natale a Miami,Neri Parenti ci vuol gia far rimpiangere quella che diventerà di sicuro il serial popolare cult del nostro cinema all'italiana, soppesandone certamente la qualità. Le smanie sessuali ne fanno da padrona,Boldi e De Sica sicuramente in bella forma ,si alternano e s'intrecciano come sempre in storie parallele,supportati dall'innesto di un azzeccato Massimo Ghini.
Gag per tutti i gusti e dialetti della nostra penisola,il film è forse tra
i migliori della coppia - non coppia,diretto,sorridente ma soprattutto leale
nei riguardi di un pubblico che a Natale ha voglia di ridere digerendo il
blockbuster Hollywoodiano.
 

Alessio (La Spezia), 26 dicembre 2005

 

A History of violence


"PERTURBANTE" - Tom (Viggo Mortensen), un uomo mite con moglie e figli, diventa improvvisamente un eroe per i media dopo aver sventato una rapina nel suo locale. Ma non tutto è come sembra... Della trama è meglio non raccontare altro, perché con un regista come Cronenberg le soluzioni più scontate sono sempre evitate; così, quello che superficialmente sembra l’ennesimo thriller hollywoodiano, in realtà è un film sottile come il filo di un rasoio, scolpito con uno stile vibrante e feroce.
Sin dal piano-sequenza iniziale, il regista canadese carica il film di un’atmosfera perturbante, che rivela tutto l’orrore che si cela dietro un’apparente, banale normalità. Al centro del film c’è l’ossessivo tema cronenberghiano dell’identità con le sue trasformazioni; ma se in passato tali meccanismi venivano esteriorizzati attraverso le mutazioni del corpo, ora tutto è introflesso nel protagonista e nei suoi comportamenti. Molte sono le sequenze da antologia: quelle di violenza, secche e brutali, che non risparmiano alcuni dettagli pulp; le due scene erotiche, dove il sesso diventa strumento privilegiato per raccontare i rapporti di coppia tra Tom e la moglie, passando da un’intima complicità a una rabbiosa, istintiva sopraffazione; e un finale ricco di tensioni, tutto giocato sugli sguardi, i gesti e la musica di Howard Shore perfettamente intonata.
Le recitazioni sono tutte azzeccate, sia Viggo Mortensen e Maria Bello per la sobria intensità, sia Ed Harris e William Hurt per le grandiose caratterizzazioni dei killer. Cronenberg da par suo orchestra il tutto sapientemente, riuscendo addirittura in un paio di sequenze a mostrare un umorismo sardonico che smorza la tensione quasi insopportabile della pellicola. Dunque un film che è insieme odissea di un cambiamento interiore e parabola sull’orrore del quotidiano, ma anche metafora di un paese la cui paura nasce da un peccato originale di violenza e dolore: un’opera complessa e stratificata che è consigliabile come antidoto alla visione degli stucchevoli pamphlet a senso unico di un Von Trier qualsiasi. E l’immagine di Mortensen, sporco del sangue dei suoi nemici, con un ghigno dalla piega crudele stampata sul volto, è una di quelle che fanno grande e necessario il cinema.   ()

Giulio (Napoli), 27 dicembre 2005.

 

Me and you and everyone we know


"SOVRACCARICO" - Miranda July è una nota artista d’avanguardia della scena newyorkese, e Me and you… rappresenta il suo esordio nel lungometraggio, che ha ottenuto buon successo e numerosi premi nei circuiti festivalieri internazionali. E il motivo è facilmente intuibile, perché il film racconta una storia vecchia come il mondo – la ricerca dell’amore e della felicità – con uno stile originale, che mescola umorismo bizzarro, tenerezze e poesia. Tuttavia, la storia d’amore tra la timida artista e il commesso fresco di separazione con due figli a carico, si sviluppa in maniera piuttosto faticosa, poiché il film si perde nel raccontare troppo i personaggi secondari, e lo stile surreale certo non facilita l’identificazione con i personaggi. Inoltre, benché la neoregista mostri un innegabile talento visivo, si ha la sensazione di assistere ad un sovraccarico di simboli non sempre necessari, solo per tendere al poetico e al meraviglioso (l’uccellino, il pesciolino rosso, il disegno al computer, e si potrebbe continuare): le singole scene sono come dei quadri che prendono vita sullo schermo, ma è un po’ come avere delle perle senza il filo per farne la collana.
Trattandosi di un’opera prima non potrà che migliorare, ma la July deve ancora comprendere la differenza tra cinema e videoarte, se vuole aspirare ad entrare in quel posto al sole che è il giovane cinema indipendente americano.   ()

Giulio (Napoli), 27 dicembre 2005.

 

King Kong


"IMPRESSIONANTE ANCHE SE ALLUNGATO" - King Kong di Peter Jackson (remake del film omonimo del 1933) è un' opera colossale, per impegno economico (oltre 200 milioni di dollari il budget stimato), per scenografie, per effetti speciali. Il regista neozelandese uscito trionfalmente dalla trilogia del Signore degli Anelli che gli ha dato fama e Oscar a valanga ha voluto fare le cose in grande per coinvolgere ed emozionare gli spettatori dall'inizio alla fine della pellicola. Di qui la scelta, purtroppo discutibile, di portare a 3 ore la lunghezza del film che nella sua forma originale ne prevedeva una sola. Infatti il desiderio palese di Jackson di impressionare gli spettatori si manifesta in sequenze che nonostante un indiscutibile valenza tecnica e registica, risultano poco significative e del tutto eliminabili. Se però si esclude questo difetto seppur importante, il film è di indiscutibile valore cinematografico, soprattutto dal punto di vista tecnico. Un esempio è costituito da Kong, realizzato in maniera mirabile, anche se i suoi comportamenti rischiano in alcuni momenti di farlo assomigliare a un uomo piuttosto che ad un animale selvaggio. Tuttavia nella maggior parte dei casi la sua figura è del tutto riuscita. Altrettanto non si può dire di alcuni personaggi secondari che appesantiscono inutilmente di dialoghi la storia.  Merita un appunto anche la regia di Peter Jackson, anche in questo caso infatti la sua tendenza alla spettacolarità e alla magnificenza risulta essere in alcuni punti (fortunatamente pochi) ridondante e decisamente autocompiaciuta. Inattaccabili invece gli effetti speciali che rimandano nella loro particolarità a quelli "primitivi" che avevano caratterizzato la pellicola del 1933. Inutile sprecare commenti sulla colonna sonora di James Newton Howard che praticamente accompagna tutti i minuti del film. Nonostante il poco tempo avuto a disposizione per realizzare l'intero score (appena poche settimane prima l'uscita nelle sale, il compositore sarebbe dovuto essere Shore, poi licenziato da Jackson per "differenti visoni creative"), Howard è riuscito a creare momenti di tensione per le scene di azione, ma ha dato il suo meglio nei pezzi più intimi e riflessivi, quando il pianoforte diventa protagonista, raggiungendo un livello di poeticità unico.  Degno di nota la conclusione del film che però ancora una volta nel tentativo di essere particolarmente struggente finisce per sembrare leggermente forzata.  "King Kong" è comunque un film apprezzabile e un infinito piacere per gli occhi. ()

Salvatore (Meta-Napoli), 5 gennaio 2006.

 

Lady Henderson presenta


"INTERMITTENTE" - La shakesperiana Judy Dench e un impagabile Bob Hoskins duettano deliziosamente in una sceneggiatura fluida, rubano la scena e caratterizzano stereotipando gli azzeccati personaggi di contorno. Regia di mestiere per Stephen Frears,che si destreggia egreggiamente nella realizzazione di un film classico,che mescola realismo documentario e messinscena teatrale. Sicuramente la seconda parte del film,non ha la stessa vitalità della prima; ironia da teatro e dramma sbalzano a intermittenza. Da vedere.

Alessio (La Spezia), 16 gennaio 2006.

 

Match Point


"INGRANAGGI PERFETTI" - Woody Allen trasferisce il suo cinema da New York a Londra e passa dalla brillante commedia a un perfetto noir. Una direzione attenta ai particolari rende il film sempre vivo, mai banale e scontato. La storia di un giovane ex-tennista (Chris) che si rimette in gioco dando lezione di tennis ai ricchi inglesi; il suo nuovo allievo è un giovane di buonissima famiglia (Tom), con il quale presto legherà. Entra nella sua famiglia e conosce la sorella (Chloe) che sposerà senza passione, passione che ritrova personificata in pieno dalla cognata Nola. Ben presto Chris e Nola si ritrovano arroventati in una passione che non si può sapere dove li porterà. Nola rompe con Chris perché lui ha un'altra ma anche perché già si può vedere che la bionda americana è l'unica vera perdente di questo film. Non viene mai accettata dalla (possibile) suocera e quindi per forza di cose è destinata a non arrivare, come non a caso non arriverà mai nella sua carriera di attrice. Chris si ritrova diviso tra una moglie che desidera un figlio da lui, ma con la quale lui non riesce più ad andare a letto con passione e una ragazza che gli incarna la passione più trasgressiva e incontrollabile ma alla quale non riesce (e non vuole) a dare garanzie per il futuro. Qui si innesta il noir, il drammatico, il vero punto di rottura inatteso del film sottolineato da cupe arie liriche. Chris non riesce a lasciare quell'agiata e sicura vita che vede riflessa negli occhi della moglie e allora di nascosto si arma di un fucile da caccia del futuro-suocero e va a casa di Nola. Non svelo gli avvenimenti del finale per non rovinarlo a chi volesse vedere questo meccanismo dagli ingranaggi perfetti. La scena d'apertura teorizza sulla fortuna che può o non può assisterti nei momenti decisivi della vita, come quella che può far cadere la pallina da tennis che sbatte contro la rete da una parte o dall'altra del campo. E' la fortuna a determinare spesso i destini degli esseri umani, questo è il messaggio che Allen inserisce in suo questo riuscitissimo film londinese. Ottime a mio parere le intrepretazioni di Jonathan Rhys-Meyers (Chris) e della lanciatissima Scarlett Johansson (Nola).    ()

Matteo, 16 gennaio 2006.
 


"ASCIUTTO E RIUSCITO" - "Match Point" di Woody Allen è un film asciutto e spietato, il cui scopo è analizzare le negatività non solo della società ma anche dell'uomo. Parla di successo e di ipocrisia, di destino e di falsità. Molto interessante la metafora tennistica: una pallina che rimbalza sul nastro della rete può ritornare indietro o finire nel campo avversario, è solo questione di fortuna, la stessa fortuna che condiziona fortemente la vita umana (un altro argomento fondamentale trattato dalla pellicola). In prima analisi il film può essere diviso in due parti: la prima in cui è raccontata l'ascesa sociale del protagonista (J. Rhys-Meyers) e la sua doppia vita è un pò troppo dilungata e quasi ripetitiva, la seconda parte è al contrario inattesa e davvero bella. La regia di Allen non da spazio a estetismi inutili, essa è anzi asciutta, fredda, come sottolinea le assenza quasi totale della colonna sonora (ad eccezione di alcuni pezzi di musica lirica). Ottime le interpretazioni su cui spicca la sempre più brava Scarlett Johansson. E' un film pessimista, che ha indubbiamente il grande pregio di far riflettere, nonostante abbia l'apparenza di una storia banale. Tuttavia questo atteggiamento negativo non sempre è ben giustificato e tralaltro risulta un pò ridondante. In definitiva comunque "Match Point" è un film riuscito che trova la sua forza nell' indiscutibile attualità e verità dei suoi temi.   ()

Salvatore (Meta-Napoli), 18 gennaio 2006.


"BUON WOODY senza WOODY" - Woody Allen senza Woody Allen. Tra Dostoevsky e Hitchcock 'rimbalza' il Match Point. Sceneggiatura fine come la Royal Opera House e il Tate Modern,ritmo costante e una tensione che cresce nella giusta combinazione tra ambiente e narrazione,il migliore Woody Allen senza Woody Allen. Una lotta di classe esistenziale supportata da recitazioni senza sbaffatura,colonna sonora operistica da La Traviata a Il Rigoletto,dialoghi sicuramente da gustare nella versione originale. Come la pallina da tennis in bilico sopra la rete,sprofondiamo sui versanti del campo tra giudizi morali e sensi di colpa. Assolutamente da vedere.

Alessio (La Spezia), 21 gennaio 2006.


The New World


"NON RIUSCITO" - Misterioso e imperscrutabile, elusivo e solitario, Terrence Malick, con una manciata di film in trent’anni, è diventato un regista dal culto assolutamente meritato, così lontano dalle mode di Hol-lywood come dagli stereotipi dell’autore all’europea. Dispiace perciò ancora di più constatare che The New world è un film sostanzialmente non riuscito, perché se è vero che l’arte e la filosofia, attraverso la sensibilità e il raziocinio, illuminano la vita di noi comuni mortali grazie alla loro capacità di vedere la realtà profonda delle cose, per Malick, che è artista e filosofo insieme, la banalità del “messaggio” del film è una colpa grave.
Tecnicamente monumentale, lentissimo ed estenuante, The New World mette in scena l’eterno scontro tra natura e cultura, tra l’ordine primigenio dell’esistenza e la civiltà che annichilisce ogni cosa, riprendendo la leggenda di Pocahontas, che già aveva ispirato la Disney, al fine di sviscerare le contraddizioni che hanno portato alla scoperta di un Eden vagheggiato e irrimediabilmente perduto. La prima mezz’ora è straordinaria, con l’arrivo degli inglesi, la bellezza arcana delle immagini, tra fiumi maestosi e suggestivi tramonti, e l’incontro fra le opposte culture, raccontato con minuzia da antropologo. Poi qualcosa non torna, il substrato metaforico si fa forzatamente didascalico, e an-che stilisticamente non tutto funziona. Se la scelta di narrare la storia d’amore tra Pocahontas e il capitano John Smith con sguardi pudici e carezze innocenti è felice, così come anche le (rare) scene di battaglia anacronisticamente prive di dettagli sanguinolenti, le voci off dei protagonisti, in una sorta di sinfonia interiore, che tanto bene avevano reso ne La sottile linea rossa, alla lunga stufano, e cadono talora nel ridicolo, e lo stile sin troppo estetizzante rischia di trasformare le belle immagini in uno spot del National Geographic.  ()

Giulio (Napoli), 18 gennaio 2006.

 


Replica a "non riuscito" - La caratteristica di Malick regista è forse quella di dare ai suoi personaggi una visione introspettiva per poi esternare i loro sentimenti ed emozioni, paure e angosce, per meglio coinvolgere lo spettatore e farlo sentire parte della situazione. Ce ne ha dato una buona prova con "La sottile linea rossa" che con questo nuovo film ha in comune la lunga durata e le scene di forte emotività. Avendo visto il trailer ci si aspettava forse un capolavoro fatto di grandi scene d'azione e dal forte pathos con momenti toccanti e dolci tra i protagonisti. Bisognerebbe forse vederlo 2 volte per comprenderne il pieno significato e le varie sfumature che esso assume. L'inizio è alquanto coinvolgente infatti e fa sperare in un ottimo prodotto destinato a diventare un colossal ma a lungo procedere si avverte una sgradevole sensazione di suspance in attesa del momento di una svolta caratteriale che il film non prende mai. La trama si fa più complicata e rimanda a situazioni difficili per i personaggi che non aiutano parlando il meno possibile e lasciando gran parte alla comprensione soggettiva dello spettatore. Permangono invece le immagini con sfondo la natura incontaminata degne di un documentario che a lungo andare portano alla noia di stare seduti e fanno cadere gli occhi prima incollati allo schermo. La lunga durata certo non aiuta per il godimento e l'approvazione della pellicola da parte del pubblico.   ()

Boris (Rosà -Vicenza), 10 febbraio 2006.

 

Lady Vendetta


"INTENSO" - Questione di stile. Ingiustamente snobbato dalla giuria all’ultima Mostra di Venezia, Lady Vendetta è la conferma che, più che nelle storie che si raccontano, è nella maniera di raccontare, che si gioca la sfida determinante per il linguaggio cinematografico; e di stile il regista coreano Park Chan –Wook ne ha da vendere.
Capitolo conclusivo di un’ideale trilogia sulla vendetta dopo Mr.Vendetta (recuperatelo assolutamente in DVD) e Old Boy, anche in Lady Vendetta a dominare sono segreti insopprimibili e nemesi ancestrali, seppure tutto sommato in modo meno truculento di quanto ci si potesse aspettare, forse perché stavolta il regista ha adottato un punto di vista femminile. La “dolce” Guem-Ja, analogamente al Taesu di Old Boy, deve affrontare un lungo percorso di prigionia, prima di veder soddisfatta la propria sete di vendetta nei confronti di un professore, che l’ha costretta ad assumersi la responsabilità di un omicidio. Dei tre film Lady Vendetta è il più formalista, in un certo senso il più tarantiniano, dove la trama eccessivamente scarnificata è un pretesto per un grande contenitore barocco e iperrealista, in cui il regista si diverte a mescolare efferatezze e humour nerissimo. Ma rivela un’abilità compositiva nelle immagini che non ha eguali, in cui tutti gli elementi, dal taglio delle inquadrature agli angoli di ripresa deformati, dalle splendide musiche al vertiginoso montaggio, concorrono alla perfezione estetica della pellicola. Il climax del film è nell’intensissima, insostenibile sequenza della vendetta collettiva, dove il regista sembra cercare la complicità giustizialista dello spettatore, salvo poi prenderlo di nuovo in contropiede (emblematica in tal senso la scena dello spuntino notturno): ciò che differenzia Guem-Ja dai predecessori è una pallida redenzione che sem-bra far capolino nell’allegorica sequenza finale, laddove in passato un destino funesto accoglieva nel suo abbraccio vittime e carnefici, egualmente peccatori e dannati.  (½)

Giulio (Napoli), 22 gennaio 2006..

 

I segreti di Brokeback Mountain


"MELODRAMMA" - Sgombriamo subito il campo dagli equivoci: I segreti di Brokeback Mountain non è un film western e non è un film sui gay. Non è un western perché non basta inanellare una serie di paesaggi da cartolina o filmare un pascolo per potersi un film definire tale. In secondo luogo la pellicola travalica la tematica gay, evitando accuratamente le trappole del film a tesi, senza dare giudizi pro o contro la causa omosessuale.
Il film è invero un melò convenzionale ma ben girato, che ha il suo punto di forza nelle interpretazioni degli attori. Se Jake Gyllenhall è oltremodo credibile nel mostrare il passaggio da un’attrazione sessuale ad un innamoramento vero e proprio, Heath Ledger, con un personaggio sempre più ombroso, scostante, dal tono di voce sempre più basso, divorato dal demone della solitudine e dalle cicatrici del passato, ci regala una interpretazione da Oscar. Ang Lee da par suo sciorina una serie di quadretti familiari efficaci e a tratti grotteschi, puntando sul lirismo della fotografia e qualche passaggio narrativo – come l’inevitabile tragedia finale – convincente nella sua sobrietà. Il pregio più evidente del film è la capacità di raccontare una storia d’amore fra uomini come se fosse una coppia “normale”, senza pregiudizi e stereotipi, con gli stilemi classici del cinema americano (ma Oliver Stone aveva già aperto la via nell’assai sottovalutato Alexander). Paradossalmente però, questo si rivela anche il suo limite. Un dubbio infatti assale alla fine della proiezione: se i protagonisti fossero stati un uomo e una donna, ci sarebbe stata tutta questa considerazione? ()
 

Giulio (Napoli), 30 gennaio 2006.

 

Munich

 


“E’ troppo fazioso”, “No, è politicamente corretto”, “E’ solo un thriller, non analizza in maniera approfondita la questione israelo-palestinese”… I commenti a uscita sala sull’ultimo film di Spielberg si sprecano, segno che l’opera è risultata davvero controversa, scontentando conservatori e progressisti, filo-israeliani come i simpatizzanti della causa palestinese.
Munich parte dall’attentato delle Olimpiadi di Monaco del 1972 compiuto dal commando “Settembre Nero”, che causò la morte di undici atleti israeliani, per raccontare la vendetta di Israele, soffermandosi sui dubbi, le esitazioni, di un manipolo di uomini costretti ad obbedire alla ragion di stato, in una missione che rimetterà in discussione le convinzioni, i rapporti umani, le loro stesse vite. Aldilà delle convinzioni politiche personali, il risultato finale è un film superbo, espressione del miglior cinema popolare americano, capace di stimolare la riflessione nello spettatore attraverso le emozioni che lo investono, grazie al contributo di un ottimo cast di non star, fluidi movimenti di macchina, grande senso drammaturgico e asciuttezza narrativa. L’adesione ad un modello di genere dona all’opera una connotazione universale, liberandola dall’opprimente tema: più che una critica contro Israele (che pure c’è), Spielberg ha realizzato un atto di denuncia contro l’apologia della violenza, contro la vendetta di stato (un velato riferimento a Bush e la guerra in Iraq?), intravedendo solo nella famiglia – onnipresente topos spielberghiano – il luogo dove rifugiarsi e sfuggire all’insensatezza di un odio che ha radici profonde. Un film di pace, in poche parole. In una sequenza il protagonista e un terrorista palestinese si parlano, ignorando l’uno l’identità dell’altro, rivendicando le ragioni della propria lotta, del diritto ad esistere; la sequenza, che sembra smentire quella della radio immediatamente precedente, è di lucido pessimismo (o realismo se preferite), perché ognuno è trincerato dietro le proprie idee, senza possibilità di un compromesso. E’ dunque vero che Spielberg non da soluzioni, ma se in tanti decenni non ci sono riusciti statisti, professionisti della politica o intellettuali, è arduo lasciare questo compito al cinema.
Nell’ultima parte del film il protagonista è vittima della propria paranoia: in una sequenza che cita La Conversazione di Coppola, distrugge la propria abitazione, preda dei propri fantasmi; il limite che separa vittime e carnefici, tra Monaco e la ritorsione successiva, si è assottigliato fino a diventare indistinguibile. E così anche il rifiuto di spezzare il pane nell’ultima scena sottolinea il dissidio tra un popolo funestato da infinite tragedie, e le responsabilità di un governo le cui scelte non sono sempre necessariamente condivisibili.  ()
 

 
 

Giulio (Napoli), 19 febbraio 2006
 

 

Prime

 


"DOPPIA-PERSONALITA' " - Qualche gag divertente, una commedia piuttosto azzeccata, né banale né volgare, che comunque non può prescindere dalla forza delle due attrici protagoniste che ne formano la vera essenza. Senza Uma Thurman e Meryl Streep questo Prime non avrebbe la stessa personalità. Giocato molto sugli equivoci e i doppi sensi riesce a non diventare troppo prevedibile. Meryl Streep, ma non è una novità, è una perfetta psicologa accomodante che si trasforma pian piano in suocera scomoda e dominata da tic e fobie. Non c'è il lieto fine e forse e meglio così, la chiusura adatta alla linea del film.   ()