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La scelta
di assegnare un premio allla memoria ad Orson Welles per il contributo che
ha saputo dare alla cosiddetta settima arte, può sembrare a prima vista una
scelta scontata e persino banale. Ma a ben vedere Welles, forse il più
grande regista assieme a Kubrick e Hitchcock – nel senso più propriamente
tecnico della parola regista – rischia di essere per le nuove generazioni
esclusivamente l’autore di Quarto Potere, capolavoro indiscusso puntualmente
ai vertici delle classifiche stilate da esperti e riviste del settore.
Ma nell’opera di Welles, tanto come attore che come regista, ritroviamo
un’idea di cinema straordinaria per lucidità e coerenza, in netta
contrapposizione con i fautori duri e puri del “realismo” a tutti i costi,
che tenta vanamente di replicare appunto la realtà in una mimesi perfetta.
L’opera di Welles è stata piuttosto la celebrazione della finzione,
dell’illusione, del trucco: basti ricordare l’aneddoto, tra leggenda e
verità, secondo cui Welles avrebbe recitato una volta sola con il suo vero
naso(!), per capire che la sua cifra stilistica è tutt’uno con la sua
concezione filosofica dell’arte, come racconta anche F for fake, ideale
testamento spirituale, dissacrante e malinconico insieme, di sé e della sua
opera.
L’attrazione di Welles per i personaggi ossessivi, titanici lo ha
accompagnato lungo tutta la sua carriera, dall’amato Shakespeare che ha
riletto innumerevoli volte, prima al teatro e poi al cinema, al mancato
Cuore di Tenebra che avrebbe dovuto essere il suo esordio cinematografico, a
Charles Foster Kane, il mefistofelico Mr. Arkadin, lo sporco poliziotto
Quinlan e poi tutte le sue interpretazioni solo come attore, a volte in
grandi film (celebre la sua apparizione ne Il Terzo uomo di Carol Reed), più
spesso in film mediocri o dimenticabili solo per finanziare i propri
progetti, anche in questo precursore. Perché la storia di Welles è anche – o
soprattutto – la storia affascinante e contraddittoria del cinema americano,
della scintilla creativa che si viene a creare tra l’autore e il produttore;
dopo Quarto Potere nessun film del Nostro è sopravvissuto integro, sempre
manipolato, tagliato, arbitrariamente cambiato dai produttori. Eppure la sua
forza, le sue invenzioni linguistiche ci sono arrivate tutte: l’uso
sistematico del grandangolo a focale corta, la profondità di campo, il
montaggio innovativo, le fonti di luce impossibili, il piano-sequenza
utilizzato in senso barocco ed espressionistico come rilettura dello spazio
e del tempo. E lunga è la lista delle opere incomplete e mai finite come The
deep o il maledetto Don Quixote, sintomo di un vitalismo irrequieto che non
poteva essere digerito dalla politica dei grandi studios.
Vanesio, inguaribile bugiardo, dall’enorme mole, non sempre tenero con i
suoi colleghi, Welles, per dirla con una battuta di un suo film, “a suo modo
era un grande uomo”, e a ricordarcelo fortunatamente ci sono i suoi film.
Colui che fece credere a milioni di americani che i marziani stessero
invadendo la terra affidandosi unicamente al potere suadente della propria
voce, ha lasciato un segno ben più profondo del pur grande Quarto Potere, e
un vuoto che il cinema troppo piccolo di oggi non sembra in grado di
colmare. [Giulio
(Napoli), 24 aprile 2006]
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