SCRIVERE DI CINEMA. Recensioni sui film della stagione cinematografica 2005/2006.
  Gransito Movie Awards 2006
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Gransito Movie Awards 2006
PREMIO ALLA MEMORIA A ORSON WELLES
 

La scelta di assegnare un premio allla memoria ad Orson Welles per il contributo che ha saputo dare alla cosiddetta settima arte, può sembrare a prima vista una scelta scontata e persino banale. Ma a ben vedere Welles, forse il più grande regista assieme a Kubrick e Hitchcock – nel senso più propriamente tecnico della parola regista – rischia di essere per le nuove generazioni esclusivamente l’autore di Quarto Potere, capolavoro indiscusso puntualmente ai vertici delle classifiche stilate da esperti e riviste del settore.
Ma nell’opera di Welles, tanto come attore che come regista, ritroviamo un’idea di cinema straordinaria per lucidità e coerenza, in netta contrapposizione con i fautori duri e puri del “realismo” a tutti i costi, che tenta vanamente di replicare appunto la realtà in una mimesi perfetta. L’opera di Welles è stata piuttosto la celebrazione della finzione, dell’illusione, del trucco: basti ricordare l’aneddoto, tra leggenda e verità, secondo cui Welles avrebbe recitato una volta sola con il suo vero naso(!), per capire che la sua cifra stilistica è tutt’uno con la sua concezione filosofica dell’arte, come racconta anche F for fake, ideale testamento spirituale, dissacrante e malinconico insieme, di sé e della sua opera.
L’attrazione di Welles per i personaggi ossessivi, titanici lo ha accompagnato lungo tutta la sua carriera, dall’amato Shakespeare che ha riletto innumerevoli volte, prima al teatro e poi al cinema, al mancato Cuore di Tenebra che avrebbe dovuto essere il suo esordio cinematografico, a Charles Foster Kane, il mefistofelico Mr. Arkadin, lo sporco poliziotto Quinlan e poi tutte le sue interpretazioni solo come attore, a volte in grandi film (celebre la sua apparizione ne Il Terzo uomo di Carol Reed), più spesso in film mediocri o dimenticabili solo per finanziare i propri progetti, anche in questo precursore. Perché la storia di Welles è anche – o soprattutto – la storia affascinante e contraddittoria del cinema americano, della scintilla creativa che si viene a creare tra l’autore e il produttore; dopo Quarto Potere nessun film del Nostro è sopravvissuto integro, sempre manipolato, tagliato, arbitrariamente cambiato dai produttori. Eppure la sua forza, le sue invenzioni linguistiche ci sono arrivate tutte: l’uso sistematico del grandangolo a focale corta, la profondità di campo, il montaggio innovativo, le fonti di luce impossibili, il piano-sequenza utilizzato in senso barocco ed espressionistico come rilettura dello spazio e del tempo. E lunga è la lista delle opere incomplete e mai finite come The deep o il maledetto Don Quixote, sintomo di un vitalismo irrequieto che non poteva essere digerito dalla politica dei grandi studios.
Vanesio, inguaribile bugiardo, dall’enorme mole, non sempre tenero con i suoi colleghi, Welles, per dirla con una battuta di un suo film, “a suo modo era un grande uomo”, e a ricordarcelo fortunatamente ci sono i suoi film. Colui che fece credere a milioni di americani che i marziani stessero invadendo la terra affidandosi unicamente al potere suadente della propria voce, ha lasciato un segno ben più profondo del pur grande Quarto Potere, e un vuoto che il cinema troppo piccolo di oggi non sembra in grado di colmare.  [Giulio (Napoli), 24 aprile 2006]
 

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