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  Aiuta il Mondo - CXLVII - mercoledì 27 aprile 2005

Togo: elezioni caotiche portano venti di guerra civile.


Togo, venti di guerra civile.

Qualunque sia l'esito delle presidenziali di domenica, sarà il Togo a uscire sconfitto: è questa l'inquietante sensazione che regna nel paese dopo le soprendenti dichiarazioni del Ministro degli Interni François Boko, che in una conferenza stampa tenuta la scorsa notte ha suggerito la creazione di un governo di unità nazionale con a capo un leader dell'opposizione ed il varo di una nuova Costituzione, sottolineando come tenere le elezioni domenica sarebbe un "suicidio". Il Ministro è stato immediatamente destituito, ma la tensione nel paese aumenta di ora in ora.
L'uscita di Boko è giunta come un fulmine a ciel sereno per il governo togolese, che negli ultimi giorni ha fatto mostra di estrema sicurezza tranquillizzando l'opinione pubblica sul regolare svolgimento delle elezioni. L'allarme lanciato da Boko, che ha sostenuto come fonti del ministero diano per possibile lo scoppio di una guerra civile, non è piaciuto al presidente ad interim Abass Bonfoh, che ha immediatamente destituito Boko affidando il dicastero al Ministro della Giustizia Katari Foli Bazi. 
Il problema è che le parole di Boko riflettono drammaticamente la realtà: numerose fonti parlano di giovani armati di coltelli e bastoni che ormai da settimane girano per le strade di Lomé e si dicono pronti a dare il via ad una rivolta popolare qualunque sia il risultato delle consultazioni di domenica. E in un'atmosfera del genere gli appelli del Segretario Generale dell'ONU Kofi Annan, che ha chiesto che le elezioni si svolgano in un clima sereno e senza brogli, suonano terribilmente inadeguate. 
Da parte sua il governo non mostra cedimenti, almeno in apparenza: oggi si sono aperte ufficialmente le conultazioni, con il voto dei circa 12.000 soldati e poliziotti che domenica saranno schierati presso i seggi per evitare disordini. A questo punto sembra difficile che le autorità togolesi decidano di tornare indietro, anche perché i sostenitori di Faure Gnassingbe hanno fretta di sanzionare il loro ritorno al potere.
Sono pochi infatti i dubbi sull'esito delle consultazioni di domenica: a meno di clamorose sorprese, dai seggi dovrebbe uscire vincitore il figlio del defunto dittatore Gnassingbe Eyadema, già nominato presidente dalle Forze Armate subito dopo la morte del padre ma poi dimessosi di fronte alle proteste dell'opposizione interna e della comunità internazionale. 
Dopo essersi attivata per far fallire il golpe istituzionale di Faure, la comunità internazionale si è però sostanzialmente disinteressata delle consultazioni, organizzate in fretta e furia in 60 giorni per rispettare i dettami della Costituzione. Il tempo troppo stretto concesso alla Commissione Elettorale per l'organizzazione delle presidenziali ha portato a vistose irregolarità denunciate dall'opposizione politica.
Un'opposizione che ha però pochi mezzi per far valere le proprie istanze, se si eccettuano le manifestazioni popolari. Il partito di maggioranza RPT (Rassemblement du Peuple Togolais), che ha scelto come candidato Faure Gnassingbe, ha in mano le redini del potere e controlla saldamente sia la presidenza ad interim che il governo e la Commissione Elettorale. In queste condizioni è piuttosto difficile pensare che le elezioni siano state organizzate in maniera imparziale. Il problema non è tanto l'esito delle elezioni, in cui il principale candidato dell'opposizione Emmanuel Akitani Bob non sembra avere molte possibilità, ma quello che verrà dopo. Buona parte della popolazione è stanca della dittatura di Gnassingbe Eyadema, durata ben 38 anni, e non vuole la continuazione della dinastia familiare. Le feroci proteste organizzate dall'opposizione in questi ultimi mesi in cui hanno perso la vita decine di manifestanti sono un esempio della determinazione nell'impedire il passaggio di poteri a Faure.
Dall'altra parte della bilancia c'è l'esercito, fedele al vecchio Eyadema fino all'ultimo e che vede nella successione di Faure la possibilità di mantenere intatto il proprio potere. Nonostante una recente intervista di Faure alla rivista "L'Intelligent", in cui il candidato prende in parte le distanze dal colpo di mano in suo favore organizzato dalle Forze Armate, queste ultime non si fidano di altre figure politiche proprio per il legame stretto che avevano con il defunto dittatore. 
Alla morte di Eyadema l'esercito, uno dei meglio addestrati di tutta l'Africa, ha già dimostrato di poter influenzare le istituzioni togolesi a proprio piacimento. Solo una decisa reazione della comunità internazionale potrebbe far desistere le Forze Armate da nuovi colpi di mano, ma un eventuale sollevamento della popolazione a Lomé darebbe all'esercito il pretesto per poter dare il via ad una pesante repressione. Tutte ragioni sufficienti per prevedere un futuro a tinte fosche per il paese.

Faure Gnassingbe presidente nel caos.

La comunicazione dei dati definitivi delle elezioni presidenziali da parte della Commissione Elettorale Nazionale ha scatenato il putiferio a Lomé: l'elezione di Faure Gnassingbe a capo di stato non è stata infatti accettata dall'opposizione, che ha mobilitato i propri sostenitori alla resistenza. Il bilancio dei pesanti scontri che durano ormai da due giorni è di almeno 11 morti (alcune fonti parlano di 50 vittime) e 95 feriti. Con il rischio concreto che il paese precipiti nella guerra civile.
Contrariamente a quanto si pensava, i risultati definitivi delle elezioni sono stati comunicati già martedì mattina: Faure Gnassingbe avrebbe ottenuto il 60,22% dei voti, mentre il principale candidato dell'opposizione Emmanuel Akitani-Bob si sarebbe fermato al 38,19%; il candidato minore Harry Olimpio avrebbe preso lo 0,55% delle preferenze. Non sono passati neanche 10 minuti dalla proclamazione dei risultati, che una folla inferocita si è riversata per le strade di Lomé. I manifestanti hanno immediatamente alzato barricate con tutto quello che avevano a portata di mano, dando il via a scontri serrati a colpi di molotov, bastoni e machete con la polizia. 
Le forze dell'ordine hanno risposto sparando sulla folla. Al momento il bilancio provvisorio parla di 11 vittime (3 tra le forze di polizia) e 95 feriti, ma alcune fonti mediche (non confermate al momento) riferiscono di almeno una cinquantina di morti, mentre per l'opposizione il numero delle vittime sarebbe ancora più alto. Fonti locali riferiscono inoltre di un massiccio esodo di civili, che tramite la vicina frontiera terrestre di Aflao (a pochi km dalla capitale Lomé) si starebbero riversando in Ghana. 
Ad infuocare ancora di più i manifestanti sono arrivate le dichiarazioni dell'opposizione, che per bocca dei suoi leader ha apertamente disconosciuto i risultati delle elezioni, tanto che Akitani-Bob è arrivato ad autoproclamarsi presidente e ad invitare il popolo alla resistenza, anche a costo della vita.
Le autorità togolesi stanno incontrando grosse difficoltà nel riportare l'ordine nel paese, tanto che c'è il concreto rischio che il paese precipiti in una vera e propria guerra civile. Per ogni evenienza il Dipartimento di Stato americano ha invitato i propri concittadini ad evacuare il paese, anche in conseguenza degli assalti ad alcuni negozi francesi e all'ambasciata cinese portati ieri da alcuni manifestanti. 
La Francia è vista da molti sostenitori dell'opposizione come la spalla del regime di Faure Gnassingbe, dopo essere stata per 38 anni una fedele alleata del defunto dittatore Gnassingbe Eyadema. Già lunedì le autorità francesi avevano definito "soddisfacente" lo svolgimento delle elezioni; dichiarazioni confermate anche dai 150 osservatori dell'ECOWAS (Comunità Economica degli Stati dell'Africa Occidentale), che hanno confermato come i brogli e le irregolarità venute alla luce non abbiano comunque pesato in maniera eccessiva sul risultato finale. 
Un'analisi non condivisa dall'opposizione, che ha denunciato la sparizione di numerose urne elettorali e la proclamazione dei risultati definitivi nonostante numerose schede non siano state conteggiate. 
Neanche gli appelli alla calma del Segretario Generale dell'ONU Kofi Annan né l'offerta di un governo di unità nazionale da parte del neo-presidente Faure Gnassingbe hanno avuto effetto, visto che l'opposizione ha rifiutato qualsiasi compromesso con il partito dell'ex-dittatore. 
E' tramontata quindi anche la possibilità di un'intesa in seno all'esecutivo, proposta ieri dal presidente dell'Unione Africana Olusegun Obasanjo allo stesso Faure Gnassingbe ed al leader dell'opposizione in esilio Gilchrist Olympio. 
Le autorità hanno quindi cambiato strategia, dichiarando per bocca del neo-Ministro degli Esteri Folly Bazi Katari che i leader dell'opposizione saranno ritenuti personalmente responsabili dei disordini provocati dai propri sostenitori. I margini di trattativa tra le parti sembrano non esistere più anche perché buona parte della popolazione, stanca della dittatura di Eyadema (durata 38 anni), non è disposta a permettere l'ascesa al potere del figlio Faure, con o senza elezioni, anche a causa del golpe istituzionale di febbraio che lo ha visto protagonista. La parola sembra destinata a passare alle armi: il proverbiale esercito di Eyadema è chiamato a riportare l'ordine in un paese sconvolto da una crisi profonda, che in questi giorni sta esprimendo tutto il suo malcontento per le malversazioni compiute dal vecchio regime. 

Finestra di AiutailMondo sul Togo.


articoli tratti da www.warnews.it 

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