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Negli ultimi mesi del 2005 il Nepal è entrato in
una nuova fase critica. Il Paese è stato testimone di violenze, di stragi e
di torture da parte dell'esercito ufficiale nepalese. Da questi episodi sono
nate alcune grosse manifestazioni di protesta nelle maggiori città. Ma
sembra non bastare...
Nuove violazioni dei diritti umani
Tre ufficiali dell’esercito nepalese sono stati ritenuti responsabili per le
torture inferte a Maina Sunuwar, una bambina di 15 anni incarcerata perché
sospettata di essere una ribelle maoista e morta l’anno scorso durante la
detenzione. Il tribunale ha condannato il colonnello Bobby Khatri e i
capitani Amit e Sunil Adhikary a sei mesi di reclusione, e al pagamento di
un risarcimento di 1500 dollari ai famigliari della bambina, secondo quanto
riportato dal sito della Bbc.
L’accusa è quella di aver violato il divieto di tortura e di non aver
rispettato le procedure previste in caso di decesso di un prigioniero: dopo
la morte della giovane, tenuta in custodia in una baracca a Kravepalanchok,
a nord-est della capitale Kathmandu, i tre non avrebbero informato i loro
superiori, ne inviato alcuna comunicazione ai famigliari.
Da quasi dieci anni violenti scontri tra le forze della monarchia
costituzionale del re Gyanendra e quelle dei ribelli maoisti si susseguono
nel Paese. Gli insorti reclamano la convocazione di un’assemblea costituente
che stabilisca un nuovo assetto costituzionale, scontrandosi, attraverso
azioni di guerriglia e imboscate, con le truppe dell’esercito reale,
finanziato da Stati Uniti, India e Gran Bretagna, preoccupati che i maoisti
possano avere la meglio. Episodi di gravi violazioni dei diritti umani, come
quello di cui si sono resi responsabili i tre ufficiali nepalesi, sono stati
più volte denunciati dagli osservatori internazionali presenti sul
territorio. Malgrado ciò non si è ancora registrato alcun intervento
significativo da parte delle Nazioni Unite: l’organizzazione si è
semplicemente limitata a incoraggiare il dialogo tra le parti, senza
disporre alcuna misura concreta per bloccare la continua guerriglia che,
secondo fonti Bbc, avrebbe causato fino ad oggi circa 11mila morti.
Manifestazioni di piazza contro violenze e stragi
Lunedì 19 dicembre 2005. Siamo nel mese di Poush anno domini nepalese 2062.
Sulla strada di Poulchowk sciamano migliaia di persone, il traffico sembra
quello regolare e caotico di un giorno lavorativo: migliaia di motociclette,
taxis ed auto e tempos, i mini autobus che schizzano lungo le strade
fermandosi ad ogni alzata di mano di un qualsiasi passeggero che voglia
lasciarsi sballottare da un triciclo formato gigante.
Alle 9 si é fermato tutto: nell'improvviso silenzio, rotto ad intermittenza
dai lanci delle pietre provenienti dall´istituto di ingegneria della locale
universitá che si disintegravano sull´asfalto, si potevano sentire i
movimenti degli uomini della polizia armata che appesantiti dai fucili e
dagli scudi antiproiettile rasentavano cauti il muro di cinta esterno del
giardino dell'istituto e tentavano di schivare la sassaiola ed attaccare i
rivoltosi.
Assiepati lungo la strada, dalla parte opposta, davanti alle saracinesche
abbassate, decine e decine di passanti assistevano alle manovre, muti,
mentre altri poliziotti, un centinaio di metri più a sud, deviavano il corso
del traffico facendolo girare su sè stesso per tenere sgombra l'area dove
l'azione aveva luogo.
Da diversi giorni a Kathmandu e a Patan, ma non solo, anche fuori nei
diversi capoluoghi dei distretti, scene di dimostrazioni di questi tipo si
ripetono, simili nella dinamica e uguali perfino nell´orario di inizio.
L'ultima miccia che ha fatto riesplodere i movimenti di protesta è stato il
massacro di giovedì sera a Nagarkhot dove 12 persone hanno perso la vita per
mano di un soldato che, in abiti civili, dopo essersi ripetutamente
accapigliato coi locali, ha imbracciato un fucile e verso sera davanti ad un
tempio in cui si celebrava il Dhanyan Purnima con almeno 400 persone – come
riporta il quotidiano The Himalayan - ha fatto fuoco sui presenti
lasciandone sul terreno almeno 12 cui si aggiungono 19 feriti.
L'indagine che l´esercito reale sta conducendo per verificare i fatti
lascia, a giorni di distanza dall'accaduto, l'opionione pubblica senza
risposte e chiarimenti. Le prove vengono confuse e l´esercito non intende
fornire per il momento spiegazioni pur dichiarandosi disposto a mettere a
disposizione fondi in denaro e non per gli aiuti alle famiglie delle
vittime.
Ma non basta. Le promesse suonano come parole a vuoto, una vecchia canzone
che tutti conoscono e sanno non si concretizzerà mai. Per la popolazione
nepalese questa è l'ennesima riprova della impunità di cui i membri
dell'esercito godono; impunità che permette loro di tenere comportamenti
intimidatori e ricattatori valendosi di coperture dall'alto e perpetrando
così una silenziosa violenza che tale rimane solo perchè la gente sente che
se si ribellasse l'appellativo di maoista non glielo toglierebbe nessuno e
la galera o la sparizione sarebbe la fine del tunnel.
Nel clima politico nepalese sta cambiando qualcosa. Forse. Il dubbio è quasi
obbligatorio perchè nessuno riesce ad essere ottimista in un paese che vede
i cambiamenti solo come segno di una retrocessione e non di uno sviluppo per
il bene comune.
I 12 punti dell'accordo sottoscritto fra i partiti più rappresentativi
nepalesi con le forze ribelli dei Maoisti a New Dehli ha fatto storcere il
naso al governo che non aspetta altro che il momento oppourtuno per far
cadere la falce sui partiti, eliminandoli. E' un vecchio gioco questo che
consiste nell'accusare i propri antagonisti perchè danno la mano alla causa
maoista, negando loro la funzione di forze politiche attive e
rappresentative del popolo, confinandoli ad un ruolo di sostenitori dei
ribelli anziché vedere la asserzione di una volontá politica che intende
porre fine al conflitto. Conflitto che ha tutta l´aria di essere come il
classico sassolino nella scarpa, che impedisce al governo di procedere con
le sue epurazioni ed espletare il suo ruolo di "redentore" del Paese.
Una malcelata insofferenza il governo la dimostra quando si dichiara
contrario alla estensione del coprifuoco adducendo che quello dichiarato dai
maoisti è cosa che interessa loro e loro unicamente, e che tale manovra
mostra soltanto quanto necessaria sia questa tregua per far fronte ai loro
conflitti interni ed alla loro "debolezza" come forza antagonista. E' di
oggi un rapporto apparso sul quotidiano The Kathmandu Post del vice
presidente del Consiglio dei Ministri in carica Dr. Tulsi Giri, che sfida
con arroganza partiti, forze ribelli e pubblica opinione. Giri ribadisce la
non riconciliazione coi sette partiti, che si basi sui 12 punti di accordo
con le forze ribelli coalizzati contro il regime, ed assicura che non vi
sarà alcun cessate il fuoco poiché "I Maoisti non ricorsero al governo
quando (a suo tempo) lo dichiararono e dunque un negoziato con loro potrebbe
essere solo il frutto di una fervida immaginazione".
Giri, alacre monarchico, sostiene la causa del re Gyanendra e da fedele
rappresentante del sovrano inneggia all'operato dello stesso che intende e
promette elezioni municipali nel prossimo 2006. Le sue dichiarazioni suonano
quasi minacciose quando afferma che "siamo in un regime di libertá, e non so
quanto possa ancora durare". Il Dr. Giri non può però non aver osservato con
apprensione la partecipazione entusiasta di migliaia e migliaia di persone
alle dimostrazioni di piazza quando i rappresentanti dei partiti chiamano
alla protesta.
A lui come agli altri uomini del re in seno al governo non deve essere
passato inosservato il nuovo sentimento di ribellione che la situazione
politica attuale provoca e rinvigorisce. Un piccolo incidente, quale quello
avvenuto alle spese del principe Paras la cui auto é stata presa di mira da
una fitta sassaiola da parte di dimostranti cui sono seguiti arresti
indiscriminati di studenti che arrestati, picchiati e poi rilasciati perché
innocenti, dimostra come la situazione possa pericolosamente prendere
un'altra piega. Una rivoluzione può anche iniziare sulle strade con una
piccola rappresaglia e poi scatenarsi come un incendio e divampare. E non
c'è esercito che tenga, si sa e poi si fa il conto dei martiri, un pò più in
là nel tempo, quando i fuochi sono spenti.
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