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Due pubblici ufficiali thailandesi sono stati uccisi nel sud del paese il 3
ed il 4 gennaio di quest’anno. Proprio mercoledì 4 era l’anniversario di una
sollevazione armata cominciata esattamente due anni fa con l’attacco di una
base dell’Esercito Reale Tailandese nel distretto di Cho Airong da parte di
un gruppo islamico. Riferisce la Reuters che Hama Masae, a capo di un
villaggio nella regione al confine con la Malaysia, è stato ucciso martedì
da un sicario armato di un fucile automatico AK-47.
Il giorno dopo è stato invece colpito a morte Maromae Masae, ex capo
villaggio di Sungai Padi nella provincia di Narathiwat.
L’assassinio di questi due semplici amministratori locali porta a 1076 il
numero dei morti nella rivolta che coinvolge le quattro province meridionali
del paese: Yala, Songkhla, Pattani e Narathiwat. Queste province in passato
formavano il Sultanato di Pattani, che all’inizio del ventesimo secolo fu
annesso ai propri territori dal Regno del Siam, paese a maggioranza
buddhista.
Circa l’ottanta per cento degli abitanti dell’ex Sultanato è di etnia
malese, si professa musulmano e parla un dialetto Bahasa. Sin dagli anni
della conquista siamese numerosi gruppi armati musulmani cominciarono a
combattere per l’indipendenza, ma nell’ultimo periodo il livello della
violenza negli scontri è paurosamente aumentato.
Il 4 gennaio 2004 un gruppo armato ha attaccato una base dell’Esercito Reale
Thailandese nel distretto di Cho Airong, provincia di Narathiwat. Durante
questa azione sono state rubate 400 armi e uccisi quattro soldati, mentre
venti scuole della zona venivano date alle fiamme.
Nei due anni trascorsi da quella data si sono susseguite diverse azioni di
guerriglia, ma nessun gruppo si è mai fatto avanti per rivendicare gli atti
di violenza o fare delle richieste politiche, rendendo in questo modo più
difficile il compito di ristabilire l’ordine da parte del governo centrale.
L’unico obiettivo raggiunto è stato solamente quello di arrestare alcuni
sospetti militanti che mai hanno ricondotto ai vertici del gruppo.
Rohan Gunaratna, analista dell’Istituto di Studi Strategici e di Difesa di
Singapore (IDSS) ha detto alla Reuters: “Noi pensiamo che il terrorismo stia
crescendo ad una velocità preoccupante, ed è solo questione di tempo prima
che attacchino anche Bangkok”. Gunaratna afferma inoltre che per migliorare
la situazione il governo thailandese dovrebbe collaborare con i dirigenti
dei partiti politici musulmani della regione e con il principale stato
confinante, la Malaysia.
Responsabili del governo centrale sostengono invece che la zona stia
lentamente tornando alla normalità. L’ex vice primo ministro Chidchai
Vanasatidya, responsabile della sicurezza nel sud del paese, ha dichiarato
alla Reuters che molti degli attentatori sono stati arrestati, e che il
governo ritiene di aver risolto il quaranta per cento del problema.
La regione, nella quale vige la legge marziale, è presidiata da circa
trentamila militari. I metodi utilizzati dall’esercito sono stati
recentemente definiti da Amnesty International lesivi dei diritti umani.
L’organizzazione afferma che le autorità sono ricorse alla detenzione
arbitraria ed alla tortura dei sospetti. Inoltre le forze dell’ordine non
sarebbero in grado di condurre delle operazioni investigative adeguate per
porre fine agli attacchi contro buddhisti e musulmani. Nel suo rapporto
Amnesty riporta una dichiarazione dell’ex primo ministro Anand Panyarachun,
secondo il quale nell’ottantacinque per cento dei casi di uccisioni di
civili le autorità non sono state capaci di trovare i colpevoli.
Come ha affermato, secondo Amnesty International, un giovane attivista
thailandese: “Se vuoi la pace hai bisogno di concentrarti sulla giustizia e
sui diritti umani”.
Il Primo Ministro thailandese, Thaksin Shinawatra, ha affermato nei giorni
scorsi che Somchai Neelaphaijit, avvocato musulmano impegnato nel campo
della difesa dei diritti umani scomparso nel 2004, potrebbe essere stato
ucciso da ufficiali del governo.
Lo riporta la BBC, ricordando che l’avvocato era noto per le critiche che
muoveva al governo centrale sulle operazioni di polizia nel sud del paese.
La zona meridionale della Thailandia è infatti da anni teatro di scontri tra
ribelli musulmani e autorità statali. Thaksin ha detto alla AFP: “So che
Somchai è morto, e più di quattro ufficiali governativi sono coinvolti, ma
stiamo ancora raccogliendo le testimonianze e le prove”. Nessuno degli
attuali sospetti è stato al momento accusato di omicidio, ma solo di
detenzione illegale e furto; uno di loro è già stato condannato. Non si sa
nemmeno se le nuove indagini possano coinvolgere altri ufficiali del
governo. Secondo la moglie, come scrive la Reuters, Somchai sapeva di
essere in pericolo di vita prima di scomparire nel marzo di due anni fa.
Allora aveva da poco accusato la polizia di aver costretto cinque uomini da
lui difesi a bere urina per fargli confessare di essere membri dei gruppi di
rivoltosi islamici delle province del sud.
Intanto il governo ha chiesto aiuto alla vicina Malaysia per porre termine
alle violenze nella turbolenta zona di confine a maggioranza musulmana.
La polizia, riferisce la Reuters, ha scoperto che un’autobomba scoppiata
qualche giorno fa, uccidendo tre persone, è stata azionata da un telefono
cellulare registrato in Malaysia. Il ministro delle Comunicazioni
thailandese, Sora-at Klinpratoom, discuterà del problema con il proprio
omologo malese probabilmente prima di un incontro tra i vertici delle
agenzie di telecomunicazioni dei due paesi, previsto per il 18 gennaio a
Bangkok.
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