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  Aiuta il Mondo - CLII - giovedì 19 gennaio 2006

Violenze nel sud della Thailandia mettono a rischio i diritti umani.


Due pubblici ufficiali thailandesi sono stati uccisi nel sud del paese il 3 ed il 4 gennaio di quest’anno. Proprio mercoledì 4 era l’anniversario di una sollevazione armata cominciata esattamente due anni fa con l’attacco di una base dell’Esercito Reale Tailandese nel distretto di Cho Airong da parte di un gruppo islamico. Riferisce la Reuters che Hama Masae, a capo di un villaggio nella regione al confine con la Malaysia, è stato ucciso martedì da un sicario armato di un fucile automatico AK-47.
Il giorno dopo è stato invece colpito a morte Maromae Masae, ex capo villaggio di Sungai Padi nella provincia di Narathiwat.
L’assassinio di questi due semplici amministratori locali porta a 1076 il numero dei morti nella rivolta che coinvolge le quattro province meridionali del paese: Yala, Songkhla, Pattani e Narathiwat. Queste province in passato formavano il Sultanato di Pattani, che all’inizio del ventesimo secolo fu annesso ai propri territori dal Regno del Siam, paese a maggioranza buddhista.
Circa l’ottanta per cento degli abitanti dell’ex Sultanato è di etnia malese, si professa musulmano e parla un dialetto Bahasa. Sin dagli anni della conquista siamese numerosi gruppi armati musulmani cominciarono a combattere per l’indipendenza, ma nell’ultimo periodo il livello della violenza negli scontri è paurosamente aumentato.
Il 4 gennaio 2004 un gruppo armato ha attaccato una base dell’Esercito Reale Thailandese nel distretto di Cho Airong, provincia di Narathiwat. Durante questa azione sono state rubate 400 armi e uccisi quattro soldati, mentre venti scuole della zona venivano date alle fiamme.
Nei due anni trascorsi da quella data si sono susseguite diverse azioni di guerriglia, ma nessun gruppo si è mai fatto avanti per rivendicare gli atti di violenza o fare delle richieste politiche, rendendo in questo modo più difficile il compito di ristabilire l’ordine da parte del governo centrale. L’unico obiettivo raggiunto è stato solamente quello di arrestare alcuni sospetti militanti che mai hanno ricondotto ai vertici del gruppo.
Rohan Gunaratna, analista dell’Istituto di Studi Strategici e di Difesa di Singapore (IDSS) ha detto alla Reuters: “Noi pensiamo che il terrorismo stia crescendo ad una velocità preoccupante, ed è solo questione di tempo prima che attacchino anche Bangkok”. Gunaratna afferma inoltre che per migliorare la situazione il governo thailandese dovrebbe collaborare con i dirigenti dei partiti politici musulmani della regione e con il principale stato confinante, la Malaysia.
Responsabili del governo centrale sostengono invece che la zona stia lentamente tornando alla normalità. L’ex vice primo ministro Chidchai Vanasatidya, responsabile della sicurezza nel sud del paese, ha dichiarato alla Reuters che molti degli attentatori sono stati arrestati, e che il governo ritiene di aver risolto il quaranta per cento del problema.
La regione, nella quale vige la legge marziale, è presidiata da circa trentamila militari. I metodi utilizzati dall’esercito sono stati recentemente definiti da Amnesty International lesivi dei diritti umani. L’organizzazione afferma che le autorità sono ricorse alla detenzione arbitraria ed alla tortura dei sospetti. Inoltre le forze dell’ordine non sarebbero in grado di condurre delle operazioni investigative adeguate per porre fine agli attacchi contro buddhisti e musulmani. Nel suo rapporto Amnesty riporta una dichiarazione dell’ex primo ministro Anand Panyarachun, secondo il quale nell’ottantacinque per cento dei casi di uccisioni di civili le autorità non sono state capaci di trovare i colpevoli.
Come ha affermato, secondo Amnesty International, un giovane attivista thailandese: “Se vuoi la pace hai bisogno di concentrarti sulla giustizia e sui diritti umani”.

Il Primo Ministro thailandese, Thaksin Shinawatra, ha affermato nei giorni scorsi che Somchai Neelaphaijit, avvocato musulmano impegnato nel campo della difesa dei diritti umani scomparso nel 2004, potrebbe essere stato ucciso da ufficiali del governo.
Lo riporta la BBC, ricordando che l’avvocato era noto per le critiche che muoveva al governo centrale sulle operazioni di polizia nel sud del paese.
La zona meridionale della Thailandia è infatti da anni teatro di scontri tra ribelli musulmani e autorità statali. Thaksin ha detto alla AFP: “So che Somchai è morto, e più di quattro ufficiali governativi sono coinvolti, ma stiamo ancora raccogliendo le testimonianze e le prove”. Nessuno degli attuali sospetti è stato al momento accusato di omicidio, ma solo di detenzione illegale e furto; uno di loro è già stato condannato. Non si sa nemmeno se le nuove indagini possano coinvolgere altri ufficiali del governo.  Secondo la moglie, come scrive la Reuters, Somchai sapeva di essere in pericolo di vita prima di scomparire nel marzo di due anni fa. Allora aveva da poco accusato la polizia di aver costretto cinque uomini da lui difesi a bere urina per fargli confessare di essere membri dei gruppi di rivoltosi islamici delle province del sud.
Intanto il governo ha chiesto aiuto alla vicina Malaysia per porre termine alle violenze nella turbolenta zona di confine a maggioranza musulmana.
La polizia, riferisce la Reuters, ha scoperto che un’autobomba scoppiata qualche giorno fa, uccidendo tre persone, è stata azionata da un telefono cellulare registrato in Malaysia. Il ministro delle Comunicazioni thailandese, Sora-at Klinpratoom, discuterà del problema con il proprio omologo malese probabilmente prima di un incontro tra i vertici delle agenzie di telecomunicazioni dei due paesi, previsto per il 18 gennaio a Bangkok.


 


articolo tratto da www.warnews.it 

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