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Il governo messicano considera le popolazioni della selva con ostilità e
indifferenza, come problema politico-militare di ordine pubblico. Non si
ritiene certo coinvolto nelle loro difficoltà e nelle loro necessità.
Sovranità e integrità territoriale è ciò di cui si occupa.
Nella selva chiapaneca, zona impervia, ricca di un biodiversità unica al
mondo, situata nel profondo sud del Messico, vicino alla zona di confine con
il Guatemala, anche il più banale degli spostamenti è difficoltoso. Il
groviglio di piante fa della selva uno dei posti più impenetrabili
dell'intero continente latino-americano. Qui vivono le comunità indigene
zapatiste.
Le stesse comunità autoctone che nel gennaio del 1994 fecero il cosiddetto
levantamiento, la sommossa popolare capeggiata dall'Esercito Zapatista di
Liberazione Nazionale (EZNL) per difendere i loro diritti e far conoscere al
mondo la loro esistenza.
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Strutture scarse di numero e scadenti di qualità
alle quali si accede a pagamento, alle quali, cioè, è impossibile
accedere.
Uno dei problemi primari da risolvere è quello sanitario. In Chiapas ancora
oggi si muore di difterite, di gastroenterite, di una semplice diarrea o di
influenza. L'aspetto più impressionante è la difficoltà per un indigeno
di farsi accettare in un ospedale governativo. Il Chiapas è una delle
regioni più povere del mondo, con livelli molto alti di malnutrizione,
assenza di assistenza sanitaria e degli altri servizi essenziali. Ma la
forza delle comunità è stata quella di organizzarsi in caracol, il
coordinamento dei municipi autonomi, creando una sorta di stato parallelo
che dà la possibilità, a chi fa parte della comunità e non, anche di
curarsi.
"La sanità è uno dei maggiori problemi ancora aperti al quale le
comunità stanno lavorando da tempo. Le comunità hanno anche raggiunto
diversi obiettivi positivi - racconta la giornalista di Rebeldia Gloria
Munoz Ramirez, molto vicina ai capi indigeni chiapanechi - Stiamo
organizzando un servizio sanitario di base in tutti i municipi e regioni
poiché la salute è una delle priorità nelle comunità che
resistono".
"Sarà tutto completamente autonomo e aperto a tutti. - ricorda Gloria
- Nelle comunità non ci sono medicinali, non ci sono ambulanze, non esiste
la possibilità di avere cure veloci. Tutto questo purtroppo è una cosa
assolutamente normale, ma che deve cambiare".
La stragrande maggioranza delle strutture sanitarie pubbliche non è in
grado di fornire un'assistenza sufficiente alla popolazione. Le poche
strutture funzionanti sono private e di conseguenza molto costose ed
inavvicinabili per le popolazioni indigene del Chiapas. Nell'ultimo anno,
quando sono stati avviati i caracoles e sono entrate in funzione le giunte
di buon governo (gli organismi di controllo delle comunità), "i
centri di salute del governo hanno incrementato i soprusi nei confronti dei
nostri compagni e compagne, a cui fanno molte domande, ma non forniscono
nessuna assistenza. Per questo motivo la nostra gente ha paura di rivolgersi
alle cliniche ufficiali. Per questo motivo sono nate delle strutture
zapatiste", dichiarano i responsabili del governo autonomo che, insieme
alle comunità, progettano un piano di prevenzione delle malattie oltre che
di cura.
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La "medicina tradizionale": forse una
scelta motivata; certamente una necessità imposta dalla mancanza di
alternative.
"L'educazione alla prevenzione è una cosa essenziale nelle nostre
comunità" ribadiscono dai caracoles. Fino ad alcuni mesi fa la
prevenzione sanitaria nelle comunità <<era molto diseguale. Ogni
municipio lavorava per sé e ce n'erano alcuni che non avevano niente, né
case di salute (piccole costruzioni che fungono da pronto soccorso) né
medici. Oggi ognuno dei sei municipi dichiarati ha una sua clinica in cui si
svolgono corsi per operatori sanitari che in futuro assisteranno tutte le
comunità.
<<Ma non dimentichiamo la tradizione, nei caracoles si lavora alla
preparazione di corsi di erboristeria>>. Le cliniche autonome
(chiamiamole così, ma sono solo dei piccoli edifici adibiti a pronto
soccorso), come nella maggior parte dei centri d'assistenza comunitari, non
hanno medici né infermieri. Sono gestite da "promotori di salute"
delle comunità che realizzano anche le campagne di vaccinazione e medicina
preventiva.
"El Trabajo" è l'unico villaggio che ha un dottore. Si tratta di
un medico praticante che si sta impegnando a svolgere il servizio sociale
civile. <<I problemi sanitari si sono aggravati nelle comunità degli
sfollati, in cui la difficoltà di applicare misure igieniche si somma
all'impossibilità di coltivazione e questo dà luogo ad una grave carenza
alimentare>>, fanno sapere i cooperanti internazionali sul posto.
La vita quotidiana insidiata dalla malattia; la
malattia come condizione normale di vita. Necessità e problemi degli aiuti.
"La denutrizione è causa di morte per i più deboli. Il tasso di
mortalità infantile è molto elevato. Le donne sono l'anello debole della
società. Molte di loro muoiono durante il parto. La carenza di igiene è un
problema grave e strutturale: in Chiapas mancano quasi totalmente le
latrine, le fognature e l'acqua potabile. Il governo messicano non
costruisce ospedali per gli indios, li abbandona al loro destino"
conclude Gloria.
In questa regione rurale del paese esiste ancora oggi un effettivo rischio
di ammalarsi di colera. Non meno frequenti sono le infezione di epatite A e
B e la salmonella. Queste malattie sono provocate, nella maggioranza dei
casi, dal consumo di alimenti non sicuri dal punto di vista igienico. L'anno
2004 è stato dal punto di vista delle infezioni un anno da dimenticare in
questa regione del Messico. Oltre all'epatite, dilagante, alla salmonellosi
e ad altre malattie di natura infettiva, si è avuto un enorme sviluppo del
morbillo e della Dengue, una malattia tropicale di origine virale. E' stato
molto importante, ma lo è ancora, il lavoro che stanno facendo delle
cooperanti catalane nella zona nord del Chiapas. Fanno fisioterapia, in
condizioni disagevoli. Non hanno bisogno di medicinali, il loro è un lavoro
strettamente manuale; lo stanno insegnando anche ad alcuni membri delle
comunità.
Lo scambio culturale che si produce nel corso dei massaggi ha aspetti
inattesi: né gli uomini né le donne delle comunità indigene sono abituati
a "farsi toccare" a scopo terapeutico, tanto meno osano denudarsi.
Una pratica semplice e scontata diventa così un confronto di modelli di
esistenza.
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