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Nella regione dei Grandi Laghi vi sono 60.000 profughi rwandesi che
attendono di rientrare in patria. Si tratta di persone fuggite dal Rwanda a
seguito della guerra civile tra il 1990 e il 1993 e, soprattutto del
genocidio del 1994, quando si stima che almeno in 1.250.000 abbandonarono il
paese. Nel corso degli anni molti profughi sono rientrati, spesso non su
base volontaria, bensì in seguito allo scoppio della guerra nella
Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire) e ad azioni di sgombero forzato
messe in atto dai paesi che ospitavano i campi profughi.
Coloro che ancora sono nei campi rischiano di subire una sorte analoga. I
paesi che li ospitano e le istituzioni internazionali che si occupano di
profughi stanno dando segni di intolleranza della situazione. Per i
rifugiati rwandesi c'è dunque il rischio che vengano a mancare i fondi, la
protezione e che siano costretti a rimpatriare, nonostante i rischi, una
volta rientrati, di subire violazioni dei diritti umani.
La situazione si è aggravata alla fine del 2002, quando, dopo un incontro
tra il governo rwandese, quello della Tanzania e l'Agenzia Onu per i
rifugiati, la stessa Agenzia ha spostato il suo impegno da un semplice
"facilitare il rimpatrio volontario" dei profughi a un
"promuovere attivamente il rimpatrio volontario" dei medesimi, con
l'esito però che il rientro a casa rischia di non essere più tanto
"volontario".
Dieci anni dopo il genocidio Amnesty International ritiene che in Rwanda
ancora non vi siano quelle condizioni che possano garantire ai profughi un
rimpatrio sicuro. Sono stati registrati casi di persone che, una volta
rientrate in Rwanda, sono state arrestate e talvolta uccise. Il sistema
giudiziario nel 'paese delle mille colline' è ancora ampiamente
congestionato, decine di migliaia di detenuti attendono da anni il processo,
organizzazioni per i diritti umani sono state messe in condizioni di non
poter più operare.
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