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  Aiuta il Mondo - CXVII - martedì 11 gennaio 2005

Storico accordo di pace in Sudan.


Firmato accordo di pace tra governo e ribelli dopo oltre 20 anni.

L’accordo finale di pace per mettere fine al conflitto tra il governo di Khartoum e i ribelli indipendentisti del Sud è stato firmato poco fa a Nairobi, in Kenya, alla presenza di una ventina di capi di Stato. L’intesa – che chiude la guerra civile iniziata nel 1983, la più lunga dell’Africa – è stata sottoscritta dal vicepresidente sudanese Ali Osman Taha e da John Garang, capo del principale gruppo ribelli del Sud, l’Esercito di liberazione popolare del Sudan (Spla). 
L’accordo, firmato in una cerimonia al ‘Nyayo National Stadium’ della capitale del Kenya, conclude un estenuante negoziato avviato nell’ottobre 2002 sotto la forte pressione della comunità internazionale. Il nord – a maggioranza araba e musulmana – potrà mantenere in vigore la Sharìa (legge islamica) mentre il sud – a prevalenza animista e cristiana – avrà diritto a un periodo di sei anni di autonomia, con proprio governo ed esercito, al termine dei quali ci sarà un referendum per l’indipendenza. Un’intesa è stata definita anche per la spartizione dei proventi petroliferi al 50% tra le due parti, per la formazione di una nuova forza armata e per la partecipazione dei ribelli dello Spla all’esecutivo di Khartoum. Secondo alcune fonti lo stesso Garang – leader della ribellione indipendentista, che secondo alcuni avrebbe gestito in modo troppo personale questi anni di lotta armata – potrebbe assumere già da febbraio la carica di vicepresidente del Sudan. La pace firmata oggi tuttavia non comprende un accordo sul Darfur, la regione occidentale del Paese dove dal marzo 2003 milizie arabe locali – chiamate 'Janjaweed' – sono accusate di violenze e vessazioni con l’appoggio dei soldati governativi contro la popolazione civile nera, mentre almeno tre gruppi armati locali combattono contro l'esercito. La firma di oggi a Nairobi dovrebbe porre fine al conflitto iniziato nel 1983, quando lo Spla prese le armi contro il governo di Khartoum per rivendicare maggiore autonomia dai centri di potere arabi del nord. In realtà, al di là delle effettive differenze religiose e culturali tra le due parti, uno dei motivi di contrasto in oltre vent’anni di guerra è sempre stato rappresentato dagli enormi giacimenti petroliferi, che si trovano soprattutto nel sud Sudan. Secondo le stime più diffuse, due milioni di persone sono morte a causa della guerra – soprattutto per fame e malattie – e 4 milioni di civili sono sfollati in altre zone del Paese. Sembra che molti dei profughi interni si stiano preparando per tornare nel Sud.


donne rifugiate in campi profughi nel Sudan.


Dopo l'accordo si comincia a pensare ai milioni di profughi e sfollati.

L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur) è pronto ad avviare le operazioni necessarie per il rimpatrio di almeno 500.000 profughi sudanesi. Lo ha riferito, in una nota, l'ufficio keniano del commissariato Onu, precisando che lo storico accordo di pace siglato domenica tra il governo sudanese e gli indipendentisti del sud rappresenta solo il "passo iniziale" di un processo di ricostruzione della zona e della sua vita normale che sarà molto lungo e costoso. L'Acnur sottolinea che oltre a una pace stabile, sarà necessario che in Sud del Sudan vengano garantiti anche quei servizi e quelle infrastrutture distrutte da venti anni di guerra civile e assolutamente indispensabili per accogliere le centinaia di migliaia di persone (secondo alcune stime sono almeno 4 milioni gli sfollati e i profughi del ventennale conflitto sudanese) costrette a lasciare tutto. Si calcola che dal 1983 la guerra abbia provocato oltre due milioni di morti, soprattutto per fame e malattie.

Il presidente el-Bashir in visita nel sud dopo la firma degli accordi.

“Per la prima volta qui a Juba abbiamo visto il presidente Omar el-Bashir, che si è fermato a parlare con la gente, ha ascoltato le persone, assicurando che la guerra è davvero finita”: è il racconto alla MISNA di padre Pompeo Jugu, segretario del vescovo di Juba, la più importante città del Sud Sudan, dove ieri si è recato in visita il capo di Stato sudanese all’indomani dell’accordo sottoscritto domenica in Kenya tra il governo e i ribelli indipendentisti per mettere fine a 21 anni di guerra civile. “È stata una giornata di festa, con migliaia di persone per le strade ad accogliere il presidente” prosegue l’interlocutore, raggiunto telefonicamente a Juba, oltre 1.300 chilometri a sud di Khartoum. Anche la televisione di Stato sudanese ha trasmesso le immagini di el-Bashir che – con tunica bianca, in segno di pace – si è mostrato sorridente tra la gente che gli danzava intorno festeggiandolo. Intanto – secondo fonti di stampa – il capo di Stato maggiore delle forze regolari ha dato ordine ai militari di rispettare la tregua totale in tutte le regioni meridionali del Paese previste dall’intesa firmata due giorni fa a Nairobi con i ribelli dell’Esercito di liberazione popolare del Sudan (Spla). Il cessate-il-fuoco permanente – che almeno sulla carta mette fine al conflitto iniziato nel 1983 tra le forze di Khartoum e i ribelli – dovrebbe entrare in vigore oggi. El-Bashir si è recato in visita anche a Torit, verso il confine con l’Uganda, roccaforte degli indipendentisti e teatro in passato di violente battaglie tra l’esercito e l’Spla. L’accordo di pace non comprende però il Darfur, la regione occidentale dove dal marzo 2003 è in corso una guerra che ha provocato una gravissima crisi umanitaria. 

Finestra di AiutailMondo sul Sudan.


articoli tratti da www.misna.it e immagine da www.corriere.it 

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