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Nel delta del Niger, multinazionali dell'energia fanno grandi affari e
gruppi rivali si combattono per contendersene le briciole. A uso e consumo
del business, il governo nigeriano reprime violentemente disordini e
contestazioni, chiudendo gli occhi di fronte a gravi violazioni dei diritti
umani e a disastri ambientali.
E' tregua tra le etnie che da anni combattono nella regione petrolifera del
delta del Niger, contendendosi agevolazioni e contratti con i colossi
dell'industria estrattiva statunitense. La Nigeria è
infatti l'ottavo produttore di petrolio al mondo, oltre che uno dei
principali alleati di Washington e suo quarto fornitore. Malgrado la
sua enorme ricchezza naturale, però, il paese è uno dei più poveri
dell'Africa e la maggior parte della popolazione vive con meno di un dollaro
al giorno.
L'operazione Restore Hope ha riportato la pace tra le due comunità
rivali: gli Ijaw, la maggioranza della popolazione (tra cinque e otto
milioni) e gli Itsekiri, la minoranza accusata di essere favorita dal
governo nigeriano e dalle compagnie petrolifere, da cui riceverebbe un
miglior trattamento lavorativo. La lotta per accaparrarsi le briciole
dell'affare petrolio è stata causa di numerose uccisioni nella regione e ha
costretto le compagnie petrolifere a interrompere le estrazioni, diminuendo
anche del 40% la produzione giornaliera e mettendo in ginocchio migliaia di
famiglie.
Non sono rari i rapimenti di stranieri che lavorano per le compagnie
petrolifere e i furti di quantità ingenti di petrolio dagli oleodotti
locali, tanto che le perdite di greggio ammonterebbero a circa il 10% di
tutta la produzione nigeriana.
Se lo stato difende gli interessi delle
multinazionali invece dei diritti della popolazione.
La tregua recente è stata presentata come il risultato di una decisione
improvvisa delle due comunità della zona, che avrebbero deciso di deporre
le armi dopo l'omicidio di due dipendenti americani della Chevron Texaco il
23 aprile scorso. In realtà, la decisione è parsa ben poco spontanea. E'
molto più realistica l'ipotesi di pressioni esercitate sul governo
nigeriano dai giganti petroliferi Chevron Texaco e Shell, non più disposti
a perdere un terzo del petrolio per furti, contrabbando e sabotaggi agli
impianti.
A Warri, in una vasta operazione condotta alla ricerca di armi e nascondigli
delle bande armate operanti nella zona, sono stati distrutti tre sobborghi e
2.000 persone sono rimaste senza casa. Grazie a questo colpo di mano
sponsorizzato dal presidente Obasanjo e dal governatore del delta James
Ibori, ora i petrodollari potranno tornare ad arricchire le tasche delle
autorità nigeriane, mentre l'oro nero prenderà il largo verso i porti
europei e americani. E, come ha ricordato Bello Oboko, uno dei leader della
comunità Ijaw, nessuno dei problemi della popolazione è stato affrontato.
Sia gli Ijaw sia gli Itsekiri chiedono da anni una più equa distribuzione
dei proventi petroliferi e un maggior potere decisionale sui destini dei
loro territorio, ma il governo nigeriano e le multinazionali ignorano le
loro richieste. Fatto non trascurabile, sono state le stesse multinazionali
a foraggiare il conflitto, fornendo armi alle milizie perché proteggessero
i propri impianti dalle altre bande.
La palese violazione dei diritti umani non
disincentiva gli investitori stranieri.
La maggiore incognita per il futuro della regione riguarda proprio le
migliaia di giovani armati che si contendono il controllo del territorio. Ci
sono molti dubbi sulla possibilità che polizia e leaders locali riescano a
disarmarli e si teme che la loro presenza continuerà a delegittimare il
governo nigeriano agli occhi dei grandi poteri economici mondiali. Al
momento Chevron e Shell si dimostrano poco fiduciosi. Il delta del Niger,
infatti, è la seconda zona al mondo per attività di
pirateria, dopo i mari dell'Indonesia. Secondo le denunce
dell'opposizione nigeriana, durante i primi quattro anni del regime civile
dell'ex generale Olusegun Obasanjo e del suo braccio destro Atiku Abubakar,
più di 20.000 persone hanno perso la vita negli scontri tra diversi gruppi
etnici o in manifestazioni di protesta sedate dall'esercito e dalla polizia.
Secondo Amnesty International, "in molte occasioni, questa violenza è
apparsa priva di ogni controllo e tollerata, se non apertamente sostenuta
dal governo; nell'ambito della loro attività ordinaria la polizia federale
e le forze armate si rendono responsabili di numerose violazioni dei diritti
umani, quali esecuzioni extragiudiziali, uccisioni in custodia, torture e
trattamenti crudeli, inumani e degradanti, ai danni di presunti
criminali".
Sebbene la Nigeria sia costantemente denunciata per
gravi violazioni dei diritti umani, il paese continua ad
esercitare una forte attrazione sulle imprese straniere. Il livello di
corruzione degli amministratori pubblici è altissimo, il finanziamento
illecito dei partiti e dei dirigenti politici è prassi consolidata prima,
durante e dopo ogni competizione elettorale. A queste dinamiche non si è
sottratto il governo attuale, al punto che le opposizioni e gli osservatori
dell'Unione Europea hanno denunciato brogli in almeno 13 stati durante le
elezioni politiche presidenziali e amministrative dello scorso aprile.
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La Nigeria svenduta al miglior offerente nei piani
di privatizzazione del governo.
Anche la realizzazione di riforme neoliberiste del programma di governo sta
esasperando la popolazione. Il vice presidente Abubakar, per 20 anni
direttore generale del Dipartimento doganale nigeriano, esperto dell'export
di petrolio, di assicurazioni, di agricoltura, dei mass media, presidente di
sette grandi compagnie private, nonché direttore generale della Nigerian
Uinversal Bank Ltd, oggi dirige il Consiglio Nazionale sulle
privatizzazioni e ha già concluso la prima fase del piano di
privatizzazione con il trasferimento di 14 società pubbliche a compagnie
private nazionali ed estere.
La seconda fase, già avviata, riguarda la svendita di importanti aziende
statali e di infrastrutture del settore turistico, automobilistico e
industriale e della società telefonica nazionale Nitel; la terza e ultima
fase del programma di privatizzazione riguarderà il settore energetico
(pozzi petroliferi, oleodotti) e la National Electric Power Authority (Nepa),
l'ente di produzione e di distribuzione dell'elettricità.
Parallelamente al trasferimento delle risorse energetiche in mani straniere,
il governo ha avviato la privatizzazione delle maggiori raffinerie di
greggio del paese (Port Harcourt I e II, Warri, Kaduna) e oggi la Nigeria è
costretta ad acquistare il prodotto raffinato all'estero dalle stesse
compagnie con cui ha sottoscritto joint venture per lo sfruttamento
del greggio.
Petrolio e gas naturale non pagano la sanità, né
l'istruzione dei nigeriani.
La macchina amministrativa si dedica a tempo pieno a programmare
facilitazioni per gli investimenti stranieri. Molto è stato speso per la
creazione di joint venture con le transnazionali energetiche, rilasciando un
numero elevatissimo di concessioni in previsione dell'innalzamento della
produzione giornaliera nazionale a 5 milioni di barili entro il 2010.
Il paese, inoltre, dispone di riserve di gas naturale per 124.000 miliardi
di metri cubi, al nono posto tra quelle esistenti a livello mondiale. Ancora
una volta sono state Chevron Texaco, TotalFinaElf, Shell, Agip ed ExxonMobil
ad aver sottoscritto gli accordi per lo sfruttamento dei giacimenti e per lo
sfruttamento dei giacimenti e per l'estrazione del gas naturale, uno dei
settori più appetibili per il prossimo futuro.
Nel frattempo è anche rapidamente cresciuto il numero dei poveri e dei
disoccupati; circa il 40% della popolazione vive al di sotto dei livelli di
sussistenza, il 70% non ha accesso ad acqua, elettricità, sanità di base e
istruzione. Solo un adulto su due sa leggere e scrivere; due bambini su
dieci muoiono prima di aver compiuto cinque anni e circa la
metà della popolazione infantile soffre di gravi ritardi di crescita per
cause legate alla malnutrizione.
Disastri ambientali e violazioni dei diritti umani
effetti collaterali dell'estrazione del petrolio.
Il fiume Niger è sempre più vittima del versamento di petrolio, della
contaminazione dei composti chimici e dei gas utilizzati negli impianti.
Negli ultimi 40 anni si sono registrati più di 4.000 spargimenti di greggio
nelle acque del delta del Niger, con un impatto
ambientale devastante raramente sanzionato dalle autorità. Gli studi
di una commissione speciale hanno dimostrato che "le fuoriuscite di
petrolio dagli impianti della compagnia straniera Shell, hanno danneggiato
la produzione agricola e le fonti idriche dello stato di Bayelsa, assumendo
proporzioni epidemiche tra il 1993 e il 1994 e causando l'esplosione di
malattie contagiose che hanno ucciso oltre 1.400 persone e costretto molte
altre a ricorrere a cure sanitarie". A causa di questa situazione
allarmante, l'organizzazione Human Rights Watch ha chiesto al governo
nigeriano di intraprendere misure immediate per prevenire un ulteriore
deterioramento della situazione e un'analoga richiesta è stata rivolta
anche alle compagnie petrolifere operanti nell'area interessata, che non
vengono assolte dalla responsabilità negli abusi dei diritti umani che
hanno luogo nel delta del Niger. "Nessuna delle compagnie pubblica
regolarmente rapporti completi sulle denunce relative a danni ambientali,
sabotaggi, richieste di indennizzi, azioni di protesta o operazioni militari
che si sono realizzati nei pressi delle loro infrastrutture".
Denunce dello stesso tenore arrivano anche dal mondo della cultura, come è
avvenuto alla fiera del libro di Francoforte dell'ottobre 2003, quando il
premio Nobel nigeriano Wole Soyinka ha denunciato pubblicamente la
collusione tra i militari al potere e le multinazionali.
Crisi economica e insicurezza: i nigeriani iniziano
a ribellarsi al regime di Obasanjo.
La grave crisi economica attuale, scoppiata negli anni Novanta in seguito
all'applicazione delle misure neoliberiste e negli anni della riduzione del
prezzo internazionale del petrolio, ha acuito ulteriormente gli odi tra le
elite nazionali e i diversi gruppi etnico religiosi. Gli Ibo,
cristiano-animisti, concentrati nel sud-est del paese, si scontrano sempre
più ferocemente con i gruppi Hausa-Fulani, musulmani del nord, e gli Yoruba
del sudovest, metà cristiani metà musulmani. Nello scorso maggio, il
presidente Obasanjo ha decretato lo stato d'emergenza nel Plateau, lo stato
federale in cui all'inizio del mese centinaia di
musulmani sono stati massacrati da milizie cristiane.
Il presidente ha inoltre lanciato un appello a musulmani e cristiani,
perché pongano fine a quello che rischia di diventare un vero e proprio
genocidio reciproco. Solo negli ultimi mesi le violenze nel Plateau
hanno provocato più di 400 vittime e il clima di insicurezza rischia di
allargarsi a tutta la nazione. Negli ultimi 3 anni, la contrapposizione tra
le due comunità religiose ha provocato centinaia di morti e decine di
migliaia di sfollati: nel febbraio 2000, più di mille persone persero la
vita durante gli scontri tra cristiani e musulmani a Kaduna; negli stessi
giorni scontri anche tra gruppi nazionali Haussa e Yoruba che causarono più
di 100 vittime e 400 feriti a Lagos. Il 14 ottobre 2002, durante
una manifestazione contro l'intervento degli Stati Uniti in Afghanistan
nella città di Kano, vennero uccise più di 200 persone.
Ciò è accaduto anche in seguito dell'applicazione della Sharìa, la
legge islamica, in un terzo degli stati della Federazione Nigeriana, alcuni
dei quali a forte presenza non musulmana, in palese violazione dei principi
costituzionali dell'uguaglianza tra i cittadini e della laicità delle
istituzioni. Intanto, i nigeriani reclamano una svolta: non si placano le
manifestazioni contro il presidente accusato di aver truccato le elezioni
presidenziali e quelle politiche, di affamare la popolazione e di essere
incapace di bloccare il diffondersi della violenza.
Il 15 maggio di quest'anno centinaia di persone, tra cui Wole Soyinka, sono
scese in piazza a Lagos per chiedere le dimissioni di Obasanjo, ma sono
state disperse dalla polizia con gas lacrimogeni.
Forse, però, le proteste che iniziano a sollevarsi contro il governo
nigeriano sono il primo segno di un possibile cambiamento nella società
nigeriana. Che si tratti di un cammino verso un futuro migliore, è oggi
piuttosto un auspicio che una previsione.
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