|
|
RITRATTO DI YASSER ARAFAT
Lasciando l'ultima delle sue sette vite così, in punta dei piedi e per di
più in esilio, Yasser Arafat ha fatto ancora una volta la cosa giusta per
il popolo palestinese. La sua presenza nella prigione della Muqata a
Ramallah aveva negli ultimi anni rappresentato, che lui lo volesse o no, un
ostacolo per ogni tentativo di pace con Israele. E soprattutto aveva
impedito l'emergere di una nuova classe dirigente palestinese: finché il raìs
era ancora vivo, l'unico vero capo era lui. Gli uomini del suo entourage non
nascondevano il disagio per questa situazione, ma poco potevano fare. Per il
suo popolo, anche per i palestinesi schierati con leader e organizzazioni
diverse dalle sue, lui era un'icona della causa tanto potente che definirlo
mr. Palestine, come facevano gli anglosassoni, appariva quasi inadeguato al
ruolo quasi sacrale che in sessanta dei suoi settantacinque anni di vita era
riuscito a conquistarsi fra la sua gente e fra la gente dei paesi arabi,
compresi quelli i cui governi non lo amavano, anzi lo temevano e lo pagavano
senza troppe chiacchiere per tenerlo il più possibile lontano.
Arafat, non dimentichiamolo, è stato l'unico leader laico capace di
conquistare uno Stato per il suo popolo: non sembra giusto che se ne vada
senza avere avuto il bene di vederlo nascere compiutamente. E tuttavia se lo
Stato di Palestina nascerà davvero, questo si dovrà in parte al fatto che
lui non ci sia più, che la sua bandiera sia stata ammainata per sempre. Nel
2002, di fronte all'inviato del Washington Post, aveva recitato
compunto la sua preghiera: «Per favore, Signore Dio, lasciami l'onore di
essere uno dei martiri per la santa Gerusalemme». Allah non lo ha
accontentato. Ma è giusto che il suo popolo lo consideri comunque un
martire della causa palestinese perché in effetti questo è sempre stato,
nel bene come nel male.
Non è un caso se il suo arcinemico israeliano, Sharon, non vuole che venga
sepolto a Gerusalemme. Durante una polemica di molti anni fa, a chi
sosteneva che egli era nato il 24 agosto del 1929 al Cairo, lui replicava
con estremo vigore di essere nato proprio quel giorno lì, ma a Gerusalemme.
Tutto ciò aveva molto senso per lui perché durante tutta la sua vita ha
gridato che Gerusalemme doveva essere la capitale dello Stato palestinese,
magari una capitale in condominio con gli israeliani, ma comunque la
capitale. «Chiunque rinuncia ad un solo metro di Gerusalemme non è né un
arabo né un musulmano», aveva tuonato ancora nel 1993, aumentando
l'irritazione di Sharon e di tanti israeliani nei suoi confronti.
Dove che sia nato, Arafat viene -questo è accertato- da una cospicua
famiglia di commercianti di Gerusalemme. A quattro anni perde la madre, a 15
il padre lo manda a studiare nel cuore della cultura araba, cioè al Cairo.
Nella capitale egiziana a quei tempi emergevano molti fermenti, da quelli
panarabi che in seguito Gamal Abdel Nasser avrebbe predicato con successo,
ma anche dal nascente integralismo religioso incarnato allora dai «Fratelli
musulmani». Arafat assorbe tutto, ma il suo pensiero dominante va alla
Palestina. Dopo la nascita di Israele nel 1948, la sua famiglia aveva dovuto
trovare rifugio a Gaza. Lui studia ingegneria (riuscirà anche a laurearsi)
ma quando nel 1956 scoppia la crisi di Suez fa parte con le brigate
palestinesi dell'esercito egiziano, col grado di sottotenente. Nello stesso
anno fonda al Fatah, l'organizzazione che resterà «sua» per i molti anni
a venire, comincia a svolgere azione clandestina, gli egiziani, per niente
grati dei suoi trascorsi militari, lo mettono in galera. Ci resta poco, poi
si trasferisce in Kuwait, dove trova il fantasma dell'Olp, un'organizzazione
nelle mani dei paesi arabi e di vecchi militanti ormai a riposo. Lui e altri
capi palestinesi più radicali di lui come Mayef Hawatmeh e George Habbash
partecipano alla guerra dei sei giorni. Quella guerra fu persa, ma la
sconfitta permise ad Abu Ammar -così si chiamava allora Arafat- e agli
altri duri di prendersi l'Olp. Così Arafat ne diventa presidente nel '69,
una carica che manterrà continuamente nel corso degli anni, nonostante il
fatto che le sue scelte siano state spesso contestate, anche vivacemente, da
una parte dei suoi seguaci. Lo hanno rimproverato i politici più maturi per
l'adesione al terrorismo che lo accomuna agli altri due «giovani leoni».
Dal 1967 in poi sono anni brutti. Israele occupa la Cisgiordania palestinese
e la striscia di Gaza, lasciando intendere che mai restituirà quei
territori. Il ricorso al mitra, ai sequestri, ai dirottamenti aerei sembra a
molti palestinesi inevitabile. Probabilmente per non venire scavalcato dalla
sua sinistra Abu Ammar si associa a quella politica, ma non la condivide
fino in fondo. Il passato terrorista gli resterà comunque incollato addosso
per tutta la vita, e vanamente lui cercherà di scrollarselo dalle spalle.
Nel 1970 proclama ancora una volta al Washington Post: «L'obbiettivo
della nostra lotta è la fine di Israele, e su questo non possono esserci
compromessi». Questa linea gli lascia aperti i rapporti con i paesi arabi,
che nel 1974 a Rabat definiscono l'Olp come «unico rappresentante del
popolo palestinese» ma lo fa apparire sotto una luce sinistra in Occidente.
Arafat lo sa benissimo e lavora per portare a piccoli passi la sua
organizzazione lontano da una tale sciagurata deriva. Pochi gli credono ma
alla fine lui otterrà dalla sua gente che la clausola statutaria dell'Olp
che prevedeva come prima cosa l'eliminazione dello stato ebraico venga
ritirata e sostituita da un implicito riconoscimento di Israele. Da lì
spiccherà il volo per un negoziato duro che passerà da Madrid e da Oslo
per approdare a Washington nel '94 quando stringerà la mano di Yitzhak
Rabin e di Shimon Peres, accomunati nello stesso anno dal Nobel per la Pace.
Ma mentre a livello politico si svolgono negoziati e intrallazzi, Arafat
assume in qualche modo l'immagine del pastore dei suoi connazionali. Durante
il famoso settembre nero del 1970, quando re Hussein di Giordania decide di
chiudere i conti con gli esuli palestinesi divenuti troppo ingombranti
prendendoli a cannonate, Arafat è con loro, fugge da Amman vestito da
donna. La dirigenza dell'Olp si trasferisce temporaneamente a Tunisi.
Implacabili come sempre i caccia israeliani andranno a bombardare anche
quegli edifici, nella speranza di colpire in primo luogo Arafat. Ma l'uomo
ha veramente sette vite, sopravvive, si trasferisce con la sua gente in
Libano, dove i profughi palestinesi mettono in crisi il precario equilibrio
politico del paese e vengono ricompensati nel 1976 col massacro di Tel at
Zatar dove i falangisti (il braccio militare dei cristiani maroniti), con la
complicità dei falsi amici siriani e perfino del gruppo dissidente
palestinese di As Saiqa, sparano senza ritegno sui profughi, donne e bambini
compresi. Arafat scampa a questo massacro come era scampato nel '73 ad una
bomba esplosa nel suo ufficio che uccise tre dei suoi principali
collaboratori. Quando i palestinesi cominciano ad allargarsi troppo nel
Libano (e Arafat non li dissuade, anzi) Ariel Sharon trova nel 1982 il
giusto pretesto per scavalcare le frontiere libanesi arrivando fino a Beirut
ed oltre e macchiandosi, ancora con la complicità dei falangisti, degli
orrendi massacri di Sabra e Shatila. Ma Sharon cerca lui, l'uomo diventato
per il vecchio generale un'idea fissa. Si racconta che il 30 agosto uno dei
tiratori scelti israeliani riesca ad inquadrare Arafat nel suo mirino.
Sharon, chissà poi perché, non dà l'ordine di fare fuoco.
Certamente Allah, pur non essendo Arafat uno scaccino, ha per lui una certa
simpatia. Come si spiega altrimenti che due attentati contro di lui
falliscano, poi gli succeda di cappottare in macchina sulla via di Bagdad
uscendone senza un graffio, sia addirittura l'unico superstite di un
incidente che carbonizza il suo aereo. E quando nel 1994 ritorna in
Palestina come capo dell'Autorità Nazionale palestinese, la sua vita si fa
sempre più difficile. Ai tradizionali avversari come Mayef Hawatmeh o
George Habbash si aggiungono i gruppi dissidenti di Abu Nidal e Ahmed Jibril,
entrambi finanziati dalla Siria che non vede di buon occhio la nascita di
uno stato palestinese organizzato democraticamente ai suoi confini. Poi ci
sono gli integralisti di Hamas, coi quali Arafat riesce però a mantenere
aperto un canale di comunicazione, e gli altri gruppi jihadisti che si
votano al martirio kamikaze. Abu Ammar da una parte li tira per la
giacchetta, dall'altra sfrutta politicamente con gli israeliani il terrore
che essi provocano e del quale, va detto, lui non è responsabile. Di altre
cose sono responsabili lui in prima persona e tutto il suo entourage. I
soldi che continuano ad arrivare come sempre dai regimi arabi sotto botta
vengono amministrati in maniera clientelare, molti militanti diventano
imprenditori e affaristi, il raìs lascia fare convinto che tutto questo non
conti poi molto. E invece conta soprattutto a Gaza, dove Hamas, oltre che
spedire kamikaze in Israele, intraprende tutto un lavoro di bonifica sociale
e di solidarietà che riluce in contrasto con le miserie dei territori
amministrati esclusivamente dall'Autorità Nazionale.
E poi non mancano gli errori politici più evidenti, come l'appoggio dato a
Saddam Hussein durante la prima guerra del Golfo, il Desert Storm, quando
contro il tiranno di Baghdad sono schierati non solo gli Stati Uniti ma
anche qualcuno fra gli interlocutori privilegiati della diplomazia di Arafat
come la Comunità europea e molti stati moderati. Il presidente palestinese
non è contento dell'iniziativa irachena di invadere il Kuwait, visto che la
violazione della sovranità territoriale è proprio quello di cui i
dirigenti palestinesi accusano da sempre Israele,in più sa di essere inviso
a Saddam al quale si deve fra l'altro l'uccisione di Abu Iyad, uno dei suoi
principali collaboratori. Ma su ogni ragionamento politico prevale in lui il
vecchio capopopolo, i campi profughi palestinesi sono pieni di ritratti di
Saddam Hussein, le «sue» masse stanno tutte con l'uomo di Baghdad e Arafat
non riesce a tirarsi indietro. Tutto questo gli costerà in termini di
credibilità e di autorevolezza, ma Allah gli vuole bene, l'errore viene
dimenticato presto, soffocato dai clamori dell'Intifada che Arafat
sponsorizza quasi in pieno. Come a riscattare il suo errore, un anno dopo Desert
Storm sposa una palestinese cristiana, Suha Tawil, e ne fa nascere la
figlia a Parigi, fra i brontolii degli ulema. Gli stessi brontolii che hanno
accompagnato la sua decisione di curarsi all'ospedale di Percy, dove è
morto lontano dalla sua Palestina. E dopo aver vissuto sette vite spera che
almeno gli consentano di riposare per sempre in un fazzoletto di terra
piccolo, quanto basta a venire coperto dalla sua kefiah, un simbolo che per
più di mezzo secolo ha saputo portare sempre con dignità e perfino con una
qualche ironia. (l'Unità, 11 novembre 2004)
|
|
|
|
ULTIME ORE AMARE PER ARAFAT
Una delegazione dell'Autorità Nazionale Palestinese (ANP), composta dal Primo Ministro Ahmed Qureia (Abu Ala), dall'ex Primo Ministro Mahmoud Abbas (Abu Mazen), dal Ministro degli Esteri Nabil Shaath e dal portavoce del Consiglio Legislativo palestinese Rawhi Fattuh, è giunta a Parigi nella tarda serata di lunedì. Secondo quanto affermato dal Primo Ministro, Abu Ala, unico a visitare di persona il Presidente palestinese, Yasser Arafat avrebbe ormai le ore contate, lo stato comatoso in cui era ormai caduto da diversi giorni si sarebbe irreversibilmente acuito.
La visita, programmata già da qualche giorno, aveva suscitato una vera e propria bufera di polemiche, in particolare da parte della moglie del Presidente dell'ANP, Suha Arafat, che aveva lanciato accuse durissime ai rappresentanti della leadership palestinese. "Vogliono seppellire vivo mio marito. Una schiera di persone, interessate esclusivamente ad ereditare il potere, vuole ora venire qui a Parigi per seppellire vivo Abu Ammar (nome di 'guerra' di Yasser Arafat). Il popolo palestinese deve sapere che si tratta soltanto di un vile complotto", aveva infatti tuonato la moglie del Presidente in una rovente intervista rilasciata all'emittente araba Al Jazeera.
Intanto la situazione nei Territori, in vista della tribolata successione di Arafat, si sta facendo sempre più incandescente. Di oggi è la notizia di un intimidatorio comunicato rilasciato dai Martiri delle Brigate di Al Aqsa, braccio armato di Fatah, movimento da sempre vicino al Leader palestinese. Il comunicato indirizza minacce di morte a tutti coloro i quali, dopo la fine di Arafat, avrebbero intenzione di assumere posizioni più concilianti verso le politiche di Israele e Stati Uniti e porre fine alla resistenza, all' Intifada palestinese. Principali 'bersagli' del volantino minatorio sarebbero proprio Abu Ala e Abu Mazen i quali, più volte, si sono espressi in termini negativi circa il prosieguo della lotta armata palestinese contro Israele.
(Warnews, 9 novembre 2004)
|
|