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  Aiuta il Mondo - XCIV - lunedì 8 novembre 2004


L'ENERGIA NUCLEARE IN ITALIA, IN EUROPA E NEL MONDO.

Il black out del settembre 2003, che ha lasciato l'Italia intera al buio, e il caro, carissimo petrolio degli ultimi mesi hanno fatto ripensare seriamente alla nostra dipendenza energetica e tra le tante domande era inevitabile quella più difficile a cui dare una risposta: "Perché non tornare al nucleare anche nel nostro Paese?". E proprio mentre si ascoltavano opinioni autorevoli, ripulite dalle paure degli incidenti alle centrali di Chernobyl (1986) e di Three Mile Island (1979), ecco che l'incubo del nucleare è risorto con prepotenza da un lato con tre incidenti a centrali nucleari in Giappone nel giro di 24 ore, dei quali quello di Mihama, sul mar del Giappone, ha causato quattro morti, dall'altro con la denuncia del ministro russo dell'Energia atomica Aleksandr Rumiantsev che ha annunciato recentemente: "Esiste un pericolo concreto del crollo del "sarcofago" costruito intorno a uno dei quattro reattori di Chernobyl". Tale crollo causerebbe l'espulsione di polvere radioattiva che avrebbe "gravi conseguenze", anche se localizzate e non paragonabili a quelle di diciotto anni fa.
Situazioni che sono lo specchio contraddittorio di come il mondo vive l'esperienza del nucleare. Da un lato infatti, il numero delle centrali nucleari nel mondo, seppur lentamente, continua ad aumentare. All'inizio del 2000, nei trenta Paesi che hanno scelto di produrre energia elettrica attraverso il nucleare vi erano complessivamente 433 impianti, oggi ne sono in funzione 439. Alcuni paesi sono profondamente convinti che tale scelta sia la migliore per lo sviluppo del Paese al punto che l'India, per esempio, ne sta costruendo altre otto, l'Ucraina quattro e la Federazione Russa tre. Al contempo, altri Paesi si sono ricreduti e dopo anni di sviluppo hanno deciso di porre fine alla loro avventura nucleare. Il caso più eclatante è la Germania: con la messa fuori servizio della prima di 19 centrali, nel novembre 2003 ha preso il via il processo di abbandono entro il 2020 dell'energia atomica deciso tre anni fa dal governo di Gerhard Schroeder. Al momento, nel mondo, si producono circa 360 mila megawatt di corrente elettrica con energia nucleare, il 21% del fabbisogno totale e che è paragonabile a poco più di quella richiesta complessivamente dal nostro Paese.


paese

centrali 
in funzione
tot MW centrali
in costruzione
tot MW
 Belgio 7 5.760 0 -
 Bulgaria 4 2.722 0 -
 Rep.Ceca 6 3.468 0 -
 Finlandia 4 2.556 0 -
 Francia 59 63.073 0 -
 Germania 19 21.283 0 -
 Gran Bretagna 27 12.052 0 -
 Lituania 2 2.370 0 -
 Olanda 1 450 0 -
 Romania 1 655 1 655
 Russia 30 20.793 3 2.825
 Slovacchia 6 2.408 2 776
 Slovenia 1 676 0 -
 Spagna 9 7.574 0 -
 Svezia 11 9.432 0 -
 Svizzera 5 3.200 0 -
 Ucraina 13 11.207 4 3.800
 Ungheria 4 1.755 0 -

 

Già, e in Italia? Da noi il nucleare costa caro, perché si rischia di pagarlo due se non tre volte: per averlo abbandonato, per acquistarlo dall'estero e, in prospettiva, per tornare a produrlo, se mai l'opzione dovesse tornare di attualità. Solo di oneri derivanti dal referendum che nel 1987 ha abolito il nucleare, l'Italia sta pagando qualcosa come 4 miliardi di euro per lo smantellamento delle centrali dismesse e lo smaltimento dei 100-150 mila metri cubi di rifiuti legati a questa attività. Le centrali che saranno smantellate si trovano a Trino Vercellese, Garigliano, Caorso e Latina, delle quali non vi sarà più nulla di radioattivo rispettivamente entro il 2014, 2015, 2016 e 2018. Ma se l'Italia dovesse decidere per un ritorno al nucleare, tenendo presente che è ormai antieconomico ridare vita alle centrali in via di smantellamento, a quali scenari si troverebbe di fronte? Va sottolineato che i tempi di costruzione per un impianto sono lunghi, da otto a dieci anni e i costi notevoli, almeno cinque milioni di euro per megawatt, ma stando ai parametri di sicurezza richiesti dall'Unione Europea i nuovi reattori nucleari di quarta generazione hanno raggiunto ottimi livelli. I modelli più recenti sono basati sulla sicurezza intrinseca: ciò significa che una centrale atomica non può più esplodere, come è avvenuto a Chernobyl: anche ipotizzando il peggiore dei problemi possibili, il reattore si spegne ed è protetto da gusci multipli. In caso di incidenti, quindi, non si avrebbero problemi di emergenza. Ma, aldilà della centrale in sé, rimarrebbe il problema dei rifiuti nucleari, che dovrebbero essere stoccati in formazioni geologiche argillose per milioni di anni ma, come si sa, l'Italia non possiede neppure un chilometro che non sia ritenuto sismico. In questi anni, però, si stanno studiando metodi per distruggere le scorie nucleari o, almeno, per ridurre i tempi di contenimento. Forse il sistema che dà maggiori speranze è il Trade, una sigla che sta per Triga accelerator driver experiment. Si tratta di un sistema, al cui progetto ha lavorato anche il premio Nobel Carlo Rubbia, che trasforma le scorie radioattive in materiali la cui radioattività si annulla dopo non più di 500-600 anni, un periodo che sembra più umano da controllare. E proprio in questi giorni il governo britannico sta esaminando l'ipotesi di utilizzare il reattore mangianucleare di Rubbia, che attualmente è in via di sperimentazione al Centro di ricerche di Casaccia (Roma). Ma senza nucleare quale futuro energetico avrà il nostro Paese? Alcune cifre danno un'idea di quello che sarà ancora per i prossimi anni la situazione italiana. Noi consumiamo, in un anno, energia pari a 188 Mtep (milioni di tonnellate equivalenti a petrolio). Ebbene, oltre l'80% dell'energia prodotta è fornita da due sole fonti, il petrolio e il gas naturale. Solo il 9% deriva dal carbone (contro il 34 della media europea), un combustibile molto più diffuso al mondo e quindi meno soggetto a crisi internazionali. Nel 2003 poi, l'Italia ha importato elettricità da Paesi limitrofi per il 15,9% dei consumi nazionali, una cifra che conferma il fatto che l'Italia è il maggiore importatore di energia elettrica dall'estero, tra i Paesi europei. E le fonti alternative? Secondo un recente rapporto di Legambiente, l'utilizzo di fonti rinnovabili segna il passo e la percentuale sul fabbisogno nazionale di energia è ferma da dieci anni al 4%. Una situazione che non vede svolte per gli anni a venire.


articolo tratto dal settimanale Gente, numero 35 del 24 agosto 2004.

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