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Il black out del settembre 2003, che ha lasciato l'Italia
intera al buio, e il caro, carissimo petrolio degli ultimi mesi hanno fatto
ripensare seriamente alla nostra dipendenza energetica e tra le tante
domande era inevitabile quella più difficile a cui dare una risposta:
"Perché non tornare al nucleare anche nel nostro Paese?".
E proprio mentre si ascoltavano opinioni autorevoli, ripulite dalle paure
degli incidenti alle centrali di Chernobyl (1986) e di Three Mile Island
(1979), ecco che l'incubo del nucleare è risorto con prepotenza da un lato
con tre incidenti a centrali nucleari in Giappone nel giro di 24 ore, dei
quali quello di Mihama, sul mar del Giappone, ha causato quattro morti,
dall'altro con la denuncia del ministro russo dell'Energia atomica Aleksandr
Rumiantsev che ha annunciato recentemente: "Esiste un pericolo
concreto del crollo del "sarcofago" costruito intorno a uno dei
quattro reattori di Chernobyl". Tale crollo causerebbe l'espulsione
di polvere radioattiva che avrebbe "gravi conseguenze",
anche se localizzate e non paragonabili a quelle di diciotto anni fa.
Situazioni che sono lo specchio contraddittorio di come il mondo vive
l'esperienza del nucleare. Da un lato infatti, il numero delle centrali
nucleari nel mondo, seppur lentamente, continua ad aumentare. All'inizio del
2000, nei trenta Paesi che hanno scelto di produrre energia elettrica
attraverso il nucleare vi erano complessivamente 433 impianti, oggi ne sono
in funzione 439. Alcuni paesi sono profondamente convinti che tale scelta
sia la migliore per lo sviluppo del Paese al punto che l'India, per esempio,
ne sta costruendo altre otto, l'Ucraina quattro e la Federazione Russa tre.
Al contempo, altri Paesi si sono ricreduti e dopo anni di sviluppo hanno
deciso di porre fine alla loro avventura nucleare. Il caso più eclatante è
la Germania: con la messa fuori servizio della prima di 19 centrali, nel
novembre 2003 ha preso il via il processo di abbandono entro il 2020
dell'energia atomica deciso tre anni fa dal governo di Gerhard Schroeder. Al
momento, nel mondo, si producono circa 360 mila megawatt di corrente
elettrica con energia nucleare, il 21% del fabbisogno totale e che è
paragonabile a poco più di quella richiesta complessivamente dal nostro
Paese.
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Già, e in Italia? Da noi il nucleare costa caro, perché
si rischia di pagarlo due se non tre volte: per averlo abbandonato, per
acquistarlo dall'estero e, in prospettiva, per tornare a produrlo, se mai
l'opzione dovesse tornare di attualità. Solo di oneri derivanti dal
referendum che nel 1987 ha abolito il nucleare, l'Italia sta pagando
qualcosa come 4 miliardi di euro per lo smantellamento delle centrali
dismesse e lo smaltimento dei 100-150 mila metri cubi di rifiuti legati a
questa attività. Le centrali che saranno smantellate si trovano a Trino
Vercellese, Garigliano, Caorso e Latina, delle quali non vi sarà più nulla
di radioattivo rispettivamente entro il 2014, 2015, 2016 e 2018. Ma se
l'Italia dovesse decidere per un ritorno al nucleare, tenendo presente che
è ormai antieconomico ridare vita alle centrali in via di smantellamento, a
quali scenari si troverebbe di fronte? Va sottolineato che i
tempi di costruzione per un impianto sono lunghi, da otto a dieci anni e i
costi notevoli, almeno cinque milioni di euro per megawatt, ma stando
ai parametri di sicurezza richiesti dall'Unione Europea i nuovi reattori
nucleari di quarta generazione hanno raggiunto ottimi livelli. I modelli
più recenti sono basati sulla sicurezza intrinseca: ciò significa che una
centrale atomica non può più esplodere, come è avvenuto a Chernobyl:
anche ipotizzando il peggiore dei problemi possibili, il reattore si spegne
ed è protetto da gusci multipli. In caso di incidenti, quindi, non si
avrebbero problemi di emergenza. Ma, aldilà della centrale in sé,
rimarrebbe il problema dei rifiuti nucleari, che dovrebbero essere stoccati
in formazioni geologiche argillose per milioni di anni ma, come si sa,
l'Italia non possiede neppure un chilometro che non sia ritenuto sismico. In
questi anni, però, si stanno studiando metodi per distruggere le scorie
nucleari o, almeno, per ridurre i tempi di contenimento. Forse il sistema
che dà maggiori speranze è il Trade, una sigla che sta per Triga
accelerator driver experiment. Si tratta di un sistema, al cui progetto
ha lavorato anche il premio Nobel Carlo Rubbia, che trasforma le scorie
radioattive in materiali la cui radioattività si annulla dopo non più di
500-600 anni, un periodo che sembra più umano da controllare. E proprio in
questi giorni il governo britannico sta esaminando l'ipotesi di utilizzare
il reattore mangianucleare di Rubbia, che attualmente è in via di
sperimentazione al Centro di ricerche di Casaccia (Roma). Ma senza nucleare
quale futuro energetico avrà il nostro Paese? Alcune cifre danno un'idea di
quello che sarà ancora per i prossimi anni la situazione italiana. Noi
consumiamo, in un anno, energia pari a 188 Mtep (milioni di tonnellate
equivalenti a petrolio). Ebbene, oltre l'80% dell'energia prodotta è
fornita da due sole fonti, il petrolio e il gas naturale. Solo il 9% deriva
dal carbone (contro il 34 della media europea), un combustibile molto più
diffuso al mondo e quindi meno soggetto a crisi internazionali. Nel 2003
poi, l'Italia ha importato elettricità da Paesi limitrofi per il 15,9% dei
consumi nazionali, una cifra che conferma il fatto che l'Italia è il
maggiore importatore di energia elettrica dall'estero, tra i Paesi europei.
E le fonti alternative? Secondo un recente rapporto di Legambiente,
l'utilizzo di fonti rinnovabili segna il passo e la percentuale sul
fabbisogno nazionale di energia è ferma da dieci anni al 4%. Una situazione
che non vede svolte per gli anni a venire.
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