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Il 24 maggio scorso, mentre il
presidente dell'Eritrea Isaias Afewerki rivolgeva il suo ottimistico
messaggio alla nazione in occasione del tredicesimo anniversario
dell'indipendenza, a Barentu, nella zona occidentale del paese, un attentato
provocava la morte di cinque persone e il ferimento di altre 88. L'indomani
Yemane Gebremeskel, portavoce del governo eritreo, accusava apertamente
dell'accaduto gruppi terroristici foraggiati dall'Etiopia e dal Sudan
"..che si incontrano periodicamente ad Addis Abeba dove godono
dell'appoggio delle autorità".
Una tesi, questa, sostenuta con forza anche in seguito alla comparsa di un
comunicato su Meskerem (il portale eritreo che dà voce al dissenso)
che rivendicava l'attentato come frutto della collaborazione tra alcuni
membri dell'opposizione e cellule sovversive delle forze armate e negava
qualsiasi legame con paesi stranieri. Sebbene il governo eritreo si affanni
a nascondere, in patria come all'estero, i crescenti malumori interni nei
confronti del presidente Afewerki e del suo entourage, la tensione, ad
Asmara come nelle province è ben oltre i livelli di guardia.
L'Eritrea è ancora ostaggio della guerra combattuta, e vinta, almeno
moralmente, senza alcun aiuto esterno se non lo strenuo appoggio economico
della diaspora eritrea in Europa, come tengono a precisare ad Asmara, contro
il più grande vicino ed ex padrone, l'Etiopia. Le aspre e sanguinose
controversie sui confini tra i due paesi, sfociate in una guerra durata due
anni e costata la vita a 70.000 persone. Oggi, nonostante il dispiegamento
di 4.200 uomini del contingente Unmee (Missione delle Nazioni Unite in
Etiopia e Eritrea), il trattato di pace sembra sempre più solo un pezzo di
carta.
Le radici profonde di un conflitto duraturo e
dimenticato
Il conflitto tra i due paesi ha origini lontane. Alla fine della seconda
guerra mondiale la Gran Bretagna, che aveva un mandato su entrambi i paesi,
pur contro ogni evidenza storica, decide di riunirli sotto l'autorità del
fidato e riconoscente Hailé Selassié, l'ex imperatore etiope che aveva
trascorso a Londra gli anni dell'esilio. Nel 1952 le Nazioni Unite concedono
all'Eritrea lo status di regione autonoma dell'Etiopia, arbitrariamente
revocato dall'imperatore etiope una decina d'anni più tardi.
Ridotti a meri sudditi, gli eritrei cominciano a coltivare sempre più
pressanti ambizioni indipendentiste: molti di loro si riuniscono nell'Elf
(Fronte di liberazione eritreo) e intraprendono azioni di guerriglia. Negli
anni Sessanta, all'influenza britannica si sostituisce quella statunitense,
che però - secondo un assurdo gioco delle parti deciso ben lontano dal
Corno d'Africa - non riesce a contrastare il sorgere di movimenti
filosovietici in Eritrea e, soprattutto in Etiopia. E infatti nel 1974
Hailé Selassié viene deposto dal generale Haile Mariam Menghistu, con un
colpo di stato finanziato da Mosca. E' ancora ignoto il numero delle persone
(almeno 200.000!) uccise o scomparse nel nulla in Etiopia e in Eritrea
nell'era Menghistu, tristemente ricordato come il Terrore Rosso. Noti,
invece, sono i risultati catastrofici della collettivizzazione
dell'agricoltura, culminata in una carestia di enormi proporzioni
nell'annata 1984-1985.
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L'indipendenza assoggettata a una presunta e
malintesa sorellanza
Anche sotto Menghistu, in Eritrea, prosegue la lotta armata guidata dall'Eplf
(Fronte popolare di liberazione eritreo) di Isaias Afewerki. In origine
frangia di matrice comunista dell'Elf, all'inizio degli anni Ottanta, questa
organizzazione stringe una solida alleanza con l'analogo Tplf (Fronte
popolare di liberazione del Tigrai) di Meles Zenawi, che rivendica la
separazione della regione del Tigrai, confinante con l'Eritrea, da Addis
Abeba. Poco più tardi, a Elf e Tplf si aggiungono i militari di etnia
ahmara del Mdpe (Movimento democratico del popolo etiope). Impegnate su più
fronti, nel 1991 le tre organizzazioni riescono a conquistare Asmara e Addis
Abeba e a scacciare Menghistu.
Sebbene a livello internazionale l'Eritrea sia stata riconosciuta solo dopo
due anni - necessari all'Etiopia per indire le prime libere elezioni della
sua storia e per organizzare il paese su modello federale - il piccolo
paese del corno d'Africa è indipendente dal 1991. E, almeno agli occhi
poco attenti dell'occidente, Etiopia ed Eritrea diventano sorelle,
governate come sono da due amici e compagni d'armi: la prima da Zenawi, la
seconda da Afewerki.
Confini incerti e la mancanza di uno sbocco al mare
rinnovano i motivi della guerra
E' forse l'amicizia tra i due a far sottovalutare anche a livello
internazionale la necessità di definire in modo inequivocabile il confine
tra Etiopia ed Eritrea. Ben presto però, l'Etiopia comincia ad avvertire il
peso della mancanza di uno sbocco a mare che la fa dipendente dal porto di
Gibuti, mentre l'Eritrea (la piccola Eritrea) può disporre dell'importante
scalo marittimo di Assab, in Dancalia, ad una cinquantina di chilometri dal
confine gibutino.
L'Etiopia (la grande Etiopia), che era stata il più antico impero del
continente, coltiva ambizioni imperialiste sul Corno d'Africa, forte anche
del massiccio appoggio degli Stati Uniti che, ancora oggi, finanziano il
paese con 900 milioni di dollari all'anno, in gran parte sotto forma i aiuti
umanitari. L'Etiopia non rivendica direttamente Assab, né il territorio
dancalo, ma con una seria di provocazioni si insinua oltre il labile confine
eritreo, in zone più interne e strategicamente meno importanti.
Il deterioramento dei rapporti tra i due paesi è veloce e irreversibile e,
nel maggio 1998, l'Eritrea passa all'attacco sconfinando in Etiopia con
truppe di fanteria e carri armati. E' guerra. Mentre la diplomazia
internazionale - Stati Uniti, Onu e Unione Africana in testa - si affanna a
cercare una mediazione tra le parti, l'aviazione etiope bombarda Asmara e
Adigrat e i cannoni eritrei colpiscono Mekele, capoluogo del Tigrai. Nel
febbraio 1999 e nel maggio 2000, gli etiopi, meglio armati e più numerosi,
riescono a penetrare in territorio eritreo, da dove vengono respinti anche
dai blindati sequestrati loro in precedenza dagli avversari. Sebbene le
milizie eritree siano molto meno numerose e organizzate, esse combattono per
la sopravvivenza stessa del paese, mentre buona parte dei militari etiopi
provengono dalle regioni meridionali del paese, lontane - dal punto di vista
geografico, storico ed etnico - da una guerra che, fuori dai palazzi di
Addis Abeba e dal Tigrai, la già affamata popolazione percepisce come
l'ennesima disgrazia.
Un piccolo paese conteso indebolisce gli accordi di
pace
Il 18 giugno 2000 viene proclamato il cessate il fuoco, seguito dopo sei
mesi dal trattato di pace di Algeri in cui Etiopia ed Eritrea acconsentono
alla formazione della "Hague Boundary Commission", la commissione
internazionale dell'Onu con il compito di disegnare definitivamente i mille
chilometri del confine.
Con le risoluzioni 1298 e 1312, inoltre, le Nazioni Unite, adottano misure
per prevenire la fornitura di armi e munizioni ad entrambi i paesi; viene
istituita la missione Unmee che prevede dapprima l'invio di un centinaio di
osservatori militari e successivamente di un'ampia forza multinazionale per
sorvegliare la zona contesa. In parallelo l'Onu si impegna a fronteggiare
l'emergenza umanitaria: nel 2000 la guerra, che aveva già coinvolto
direttamente 350.000 etiopi e 370.000 eritrei, ha ulteriormente aggravato
gli effetti della carestia, mettendo in pericolo la sopravvivenza di otto
milioni di persone.
Come spesso accade negli uffici della diplomazia, la "Boundary
Commission" dà una risposta (quasi) definitiva solo nell'aprile 2002,
ricalcando i confini antecedenti al conflitto. L'Eritrea accetta, ma
l'Etiopia contesta l'assegnazione di Badme, un agglomerato di poche, povere,
case, una scuola, un ospedale fatiscente e qualche arido campo avvolto dalla
polvere dell'altopiano. Badme, tuttavia, per il primo ministro etiope Zenawi,
originario di quelle parti, è un luogo fortemente simbolico, essendo stato
per tutti gli anni Ottanta una delle principali basi delle guerriglie
alleate del suo Tplf e dell'Eplf dell'attuale presidente eritreo
Afewerki. E infatti, anche se l'obiettivo principale del contendere rimane
Assab, Badme è lo scoglio su cui minaccia di infrangersi il trattato di
pace. O meglio, la (spesso violata) tregua.
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Se la difesa della patria giustifica la repressione
e la fame
Spente le luminarie che decoravano i bellissimi e decadenti palazzi italiani
di Asmara per celebrare festosamente l'anniversario dell'indipendenza, la
dura realtà dell'Eritrea torna evidente. I prezzi dei generi alimentari
sono alle stelle e il costo della benzina è quasi raddoppiato negli ultimi
mesi. La sera i giovani, i pochi rimasti, si rintanano in casa perché ogni
notte la polizia militare compie rastrellamenti alla ricerca di chi non ha
assolto gli obblighi di leva. Da cinque anni, chi è partito per le caserme
dislocate nelle aree di confine non ha ancora fatto ritorno a casa. E
infatti la piccola economia di Asmara è in mano alle donne e sono donne i
capifamiglia che coltivano la terra nelle campagne. Dallo scorso anno, tutti
i ragazzi - di entrambi i sessi - che frequentano il liceo trascorrono gli
otto mesi prima degli esami di maturità nel campo di addestramento militare
di Sewa dove restano in servizio obbligatorio per la difesa della patria;
per chi scappa c'è il carcere senza processo; lo stesso destino per
chi leva la sua voce contro il governo.
"Dobbiamo essere pronti a tutto, e i nostri sforzi devono andare alla
difesa del nostro territorio", dicono gli uomini del presidente per
giustificare una politica illiberale e un'economia di guerra. Affermano di
avere "la forza della ragione". Negli anni buoni, ovvero quando
piove a sufficienza, l'Eritrea - uno stato di poco più di quattro milioni
di abitanti che vivono per la quasi totalità di agricoltura di sussistenza
- produce circa il 40 per cento delle 450.000 tonnellate di cereali del suo
fabbisogno e le sue limitate risorse in valuta rendono problematico
l'acquisto di derrate alimentari dall'estero.
Scarseggiano anche gli aiuti umanitari (secondo le stime, il paese necessita
di 150 milioni di dollari all'anno, due terzi dei quali per fronteggiare
l'emergenza alimentare) che invece sostengono l'Etiopia, pur essendo il
governo di Zenawi a sua volta accusato dalla comunità internazionale di
aver imboccato una deriva autoritaria.
Pessime relazioni internazionali complicano la
posizione dell'Eritrea
Il governo eritreo ritiene che il paese sia abbandonato a sé stesso e
accusa gli Stati Uniti di agire in favore dell'Etiopia. Se la "forza
della ragione" è davvero con loro, perchè? Nell'ambito delle
decisioni della "Boundary Commission", da un punto di vista legale
l'Eritrea si comporta in modo ineccepibile.
Sul fronte diplomatico, invece, si arrocca su posizioni arroganti,
rifiutando ogni mediazione in un già difficile processo di pace.
Attualmente, tuttavia, l'Eritrea non è nelle condizioni di chiedere alle
Nazioni Unite "misure drastiche contro l'Etiopia", come invece ha
fatto di recente il ministro dell'informazione Ali Abdul Ahmed.
Sull'Eritrea infatti, pesano una diatriba con lo Yemen per il possesso di
alcuni isolotti sul Mar Rosso e pessime relazioni con il Sudan, che l'accusa
di appoggiare i ribelli del Darfur. Da ultima (ma qui le accuse sono poco
chiare) la Cia ha diffuso una nota secondo la quale a Gash Barka, una zona
nei pressi della cittadina di Keren, si addestrerebbero gruppi paramilitari
legati ad Al-Qaeda.
Come se non bastasse, malgrado il risanamento dell'economia del paese non
possa prescindere dagli investimenti internazionali, lo scorso gennaio il
governo ha promulgato una legge che circoscrive gli spostamenti degli
stranieri al modesto triangolo Asmara-Keren-Massaia a cui si aggiungono le
isole Dahlak, ambite dall'industria turistica che vorrebbe farne la più
bella destinazione del mar Rosso, giustificando il provvedimento come una
misura di sicurezza. Una situazione ulteriormente complicata dal
farraginoso apparato burocratico in cui rimangono insabbiati quasi tutti i
progetti di investimento.
Profughi e mine antiuomo non bastano a sollecitare
gli aiuti internazionali
Da entrambi i lati del confine la situazione si aggrava di giorno in giorno.
Oltre alla fame che affligge due dei paesi più poveri del pianeta, le
associazioni umanitarie hanno lanciato un appello per fronteggiare la
drammatica situazione delle decine di migliaia di eritrei d'Etiopia ed
etiopi d'Eritrea, trattati come ostaggi e sottoposti a ogni sorta di
vessazioni, nonché quella dei cosiddetti "internally displaced
people", persone fuggite dai luoghi della guerra all'interno del
proprio paese e che perciò non hanno diritto allo status di rifugiato
e agli aiuti umanitari che ne derivano.
Sull'economia, e soprattutto sull'attività agricola, di entrambi i paesi
pesa la presenza di mine antiuomo. Se ne stimano 150.000-200.000 disseminate
dalle truppe di Menghistu durante i trent'anni di lotta di liberazione e nel
2000 dall'esercito etiope in ritirata. Sul territorio etiope se ne stimano
almeno due milioni, molte delle quali risalenti all'invasione
italiana nel 1935. Tuttavia, per il momento, la comunità internazionale non
considera prioritario lo stanziamento dei 25 milioni di dollari necessari
per un'articolata campagna di sminamento, attualmente affidata allo sparuto
contingente norvegese dell'Unmee. Anche il mandato di peacekeeping costa. E,
come lasciano presagire sempre più evidenti segnali di insofferenza da
parte dei paesi finanziatori, costa molto più di quanto essi reputino
opportuno.
Indiani, giordani e italiani sorvegliano confini
pronti ad esplodere
I rapporti tra Etiopia ed Eritrea e i vertici della Unmee, d'altra parte, si
sono deteriorati rapidamente in seguito ad alcune dichiarazioni rilasciate
contro i caschi blu: nel 2002, il governo etiope ha apertamente accusato
numerosi membri del personale Unmee dei reati di pedofilia e sfruttamento
della prostituzione, facendo scoppiare uno scandalo su scala
internazionale. Dopo molti difficili aggiustamenti, alla fine di luglio il
generale britannico Robert Gordon, comandante dell'Umnee, è stato
sostituito dal generale indiano Rajender Singh, che nel discorso
d'investitura ha affermato che "la sensibilità del popolo dei paesi
in cui stiamo lavorando deve essere sempre e ogni volta rispettata".
Indiano è anche il contingente più numeroso della missione, che opera nei
punti più caldi; secondo è quello giordano, che gestisce tra l'altro un
grande ospedale da campo. Quanto agli italiani, i cinquanta carabinieri
d'istanza ad Asmara hanno il mandato di "sorvegliare gli altri
contingenti impegnati a sorvegliare la pace".
E mentre l'Unmee spende migliaia e migliaia di litri di carburante per
pattugliare i confini, Eritrea ed Etiopia sembrano attendere allo scontro
finale.
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