Emergency
  Aiuta il Mondo - LXXXIII - mercoledì 13 ottobre 2004


LA GUERRA SILENZIOSA DEL CORNO D'AFRICA

Dopo due anni di guerra e 70.000 vittime, Etiopia ed Eritrea si sono affidate all'Onu per raggiungere un accordo su mille chilometri di confini contesi. Nonostante l'accordo sia stato formalmente raggiunto, la tensione tra i due paesi è ben lontana dall'essere risolta.

Il 24 maggio scorso, mentre il presidente dell'Eritrea Isaias Afewerki rivolgeva il suo ottimistico messaggio alla nazione in occasione del tredicesimo anniversario dell'indipendenza, a Barentu, nella zona occidentale del paese, un attentato provocava la morte di cinque persone e il ferimento di altre 88. L'indomani Yemane Gebremeskel, portavoce del governo eritreo, accusava apertamente dell'accaduto gruppi terroristici foraggiati dall'Etiopia e dal Sudan "..che si incontrano periodicamente ad Addis Abeba dove godono dell'appoggio delle autorità".
Una tesi, questa, sostenuta con forza anche in seguito alla comparsa di un comunicato su Meskerem (il portale eritreo che dà voce al dissenso) che rivendicava l'attentato come frutto della collaborazione tra alcuni membri dell'opposizione e cellule sovversive delle forze armate e negava qualsiasi legame con paesi stranieri. Sebbene il governo eritreo si affanni a nascondere, in patria come all'estero, i crescenti malumori interni nei confronti del presidente Afewerki e del suo entourage, la tensione, ad Asmara come nelle province è ben oltre i livelli di guardia.
L'Eritrea è ancora ostaggio della guerra combattuta, e vinta, almeno moralmente, senza alcun aiuto esterno se non lo strenuo appoggio economico della diaspora eritrea in Europa, come tengono a precisare ad Asmara, contro il più grande vicino ed ex padrone, l'Etiopia. Le aspre e sanguinose controversie sui confini tra i due paesi, sfociate in una guerra durata due anni e costata la vita a 70.000 persone. Oggi, nonostante il dispiegamento di 4.200 uomini del contingente Unmee (Missione delle Nazioni Unite in Etiopia e Eritrea), il trattato di pace sembra sempre più solo un pezzo di carta.

Le radici profonde di un conflitto duraturo e dimenticato
Il conflitto tra i due paesi ha origini lontane. Alla fine della seconda guerra mondiale la Gran Bretagna, che aveva un mandato su entrambi i paesi, pur contro ogni evidenza storica, decide di riunirli sotto l'autorità del fidato e riconoscente Hailé Selassié, l'ex imperatore etiope che aveva trascorso a Londra gli anni dell'esilio. Nel 1952 le Nazioni Unite concedono all'Eritrea lo status di regione autonoma dell'Etiopia, arbitrariamente revocato dall'imperatore etiope una decina d'anni più tardi.
Ridotti a meri sudditi, gli eritrei cominciano a coltivare sempre più pressanti ambizioni indipendentiste: molti di loro si riuniscono nell'Elf (Fronte di liberazione eritreo) e intraprendono azioni di guerriglia. Negli anni Sessanta, all'influenza britannica si sostituisce quella statunitense, che però - secondo un assurdo gioco delle parti deciso ben lontano dal Corno d'Africa - non riesce a contrastare il sorgere di movimenti filosovietici in Eritrea e, soprattutto in Etiopia. E infatti nel 1974 Hailé Selassié viene deposto dal generale Haile Mariam Menghistu, con un colpo di stato finanziato da Mosca. E' ancora ignoto il numero delle persone (almeno 200.000!) uccise o scomparse nel nulla in Etiopia e in Eritrea nell'era Menghistu, tristemente ricordato come il Terrore Rosso. Noti, invece, sono i risultati catastrofici della collettivizzazione dell'agricoltura, culminata in una carestia di enormi proporzioni nell'annata 1984-1985. 

- Immagine tratta dal mensile gratuito di Emergency -


L'indipendenza assoggettata a una presunta e malintesa sorellanza
Anche sotto Menghistu, in Eritrea, prosegue la lotta armata guidata dall'Eplf (Fronte popolare di liberazione eritreo) di Isaias Afewerki. In origine frangia di matrice comunista dell'Elf, all'inizio degli anni Ottanta, questa organizzazione stringe una solida alleanza con l'analogo Tplf (Fronte popolare di liberazione del Tigrai) di Meles Zenawi, che rivendica la separazione della regione del Tigrai, confinante con l'Eritrea, da Addis Abeba. Poco più tardi, a Elf e Tplf si aggiungono i militari di etnia ahmara del Mdpe (Movimento democratico del popolo etiope). Impegnate su più fronti, nel 1991 le tre organizzazioni riescono a conquistare Asmara e Addis Abeba e a scacciare Menghistu.
Sebbene a livello internazionale l'Eritrea sia stata riconosciuta solo dopo due anni - necessari all'Etiopia per indire le prime libere elezioni della sua storia e per organizzare il paese su modello federale - il piccolo paese del corno d'Africa è indipendente dal 1991. E, almeno agli occhi poco attenti dell'occidente, Etiopia ed Eritrea diventano sorelle, governate come sono da due amici e compagni d'armi: la prima da Zenawi, la seconda da Afewerki.

Confini incerti e la mancanza di uno sbocco al mare rinnovano i motivi della guerra
E' forse l'amicizia tra i due a far sottovalutare anche a livello internazionale la necessità di definire in modo inequivocabile il confine tra Etiopia ed Eritrea. Ben presto però, l'Etiopia comincia ad avvertire il peso della mancanza di uno sbocco a mare che la fa dipendente dal porto di Gibuti, mentre l'Eritrea (la piccola Eritrea) può disporre dell'importante scalo marittimo di Assab, in Dancalia, ad una cinquantina di chilometri dal confine gibutino.
L'Etiopia (la grande Etiopia), che era stata il più antico impero del continente, coltiva ambizioni imperialiste sul Corno d'Africa, forte anche del massiccio appoggio degli Stati Uniti che, ancora oggi, finanziano il paese con 900 milioni di dollari all'anno, in gran parte sotto forma i aiuti umanitari. L'Etiopia non rivendica direttamente Assab, né il territorio dancalo, ma con una seria di provocazioni si insinua oltre il labile confine eritreo, in zone più interne e strategicamente meno importanti.
Il deterioramento dei rapporti tra i due paesi è veloce e irreversibile e, nel maggio 1998, l'Eritrea passa all'attacco sconfinando in Etiopia con truppe di fanteria e carri armati. E' guerra. Mentre la diplomazia internazionale - Stati Uniti, Onu e Unione Africana in testa - si affanna a cercare una mediazione tra le parti, l'aviazione etiope bombarda Asmara e Adigrat e i cannoni eritrei colpiscono Mekele, capoluogo del Tigrai. Nel febbraio 1999 e nel maggio 2000, gli etiopi, meglio armati e più numerosi, riescono a penetrare in territorio eritreo, da dove vengono respinti anche dai blindati sequestrati loro in precedenza dagli avversari. Sebbene le milizie eritree siano molto meno numerose e organizzate, esse combattono per la sopravvivenza stessa del paese, mentre buona parte dei militari etiopi provengono dalle regioni meridionali del paese, lontane - dal punto di vista geografico, storico ed etnico - da una guerra che, fuori dai palazzi di Addis Abeba e dal Tigrai, la già affamata popolazione percepisce come l'ennesima disgrazia.

Un piccolo paese conteso indebolisce gli accordi di pace
Il 18 giugno 2000 viene proclamato il cessate il fuoco, seguito dopo sei mesi dal trattato di pace di Algeri in cui Etiopia ed Eritrea acconsentono alla formazione della "Hague Boundary Commission", la commissione internazionale dell'Onu con il compito di disegnare definitivamente i mille chilometri del confine.
Con le risoluzioni 1298 e 1312, inoltre, le Nazioni Unite, adottano misure per prevenire la fornitura di armi e munizioni ad entrambi i paesi; viene istituita la missione Unmee che prevede dapprima l'invio di un centinaio di osservatori militari e successivamente di un'ampia forza multinazionale per sorvegliare la zona contesa. In parallelo l'Onu si impegna a fronteggiare l'emergenza umanitaria: nel 2000 la guerra, che aveva già coinvolto direttamente 350.000 etiopi e 370.000 eritrei, ha ulteriormente aggravato gli effetti della carestia, mettendo in pericolo la sopravvivenza di otto milioni di persone.
Come spesso accade negli uffici della diplomazia, la "Boundary Commission" dà una risposta (quasi) definitiva solo nell'aprile 2002, ricalcando i confini antecedenti al conflitto. L'Eritrea accetta, ma l'Etiopia contesta l'assegnazione di Badme, un agglomerato di poche, povere, case, una scuola, un ospedale fatiscente e qualche arido campo avvolto dalla polvere dell'altopiano. Badme, tuttavia, per il primo ministro etiope Zenawi, originario di quelle parti, è un luogo fortemente simbolico, essendo stato per tutti gli anni Ottanta una delle principali basi delle guerriglie alleate del suo Tplf e dell'Eplf dell'attuale presidente eritreo Afewerki. E infatti, anche se l'obiettivo principale del contendere rimane Assab, Badme è lo scoglio su cui minaccia di infrangersi il trattato di pace. O meglio, la (spesso violata) tregua.

un immagine di Addis Abeba, capitale etiope, tratta da internet


Se la difesa della patria giustifica la repressione e la fame
Spente le luminarie che decoravano i bellissimi e decadenti palazzi italiani di Asmara per celebrare festosamente l'anniversario dell'indipendenza, la dura realtà dell'Eritrea torna evidente. I prezzi dei generi alimentari sono alle stelle e il costo della benzina è quasi raddoppiato negli ultimi mesi. La sera i giovani, i pochi rimasti, si rintanano in casa perché ogni notte la polizia militare compie rastrellamenti alla ricerca di chi non ha assolto gli obblighi di leva. Da cinque anni, chi è partito per le caserme dislocate nelle aree di confine non ha ancora fatto ritorno a casa. E infatti la piccola economia di Asmara è in mano alle donne e sono donne i capifamiglia che coltivano la terra nelle campagne. Dallo scorso anno, tutti i ragazzi - di entrambi i sessi - che frequentano il liceo trascorrono gli otto mesi prima degli esami di maturità nel campo di addestramento militare di Sewa dove restano in servizio obbligatorio per la difesa della patria; per chi scappa c'è il carcere senza processo; lo stesso destino per chi leva la sua voce contro il governo.
"Dobbiamo essere pronti a tutto, e i nostri sforzi devono andare alla difesa del nostro territorio", dicono gli uomini del presidente per giustificare una politica illiberale e un'economia di guerra. Affermano di avere "la forza della ragione". Negli anni buoni, ovvero quando piove a sufficienza, l'Eritrea - uno stato di poco più di quattro milioni di abitanti che vivono per la quasi totalità di agricoltura di sussistenza - produce circa il 40 per cento delle 450.000 tonnellate di cereali del suo fabbisogno e le sue limitate risorse in valuta rendono problematico l'acquisto di derrate alimentari dall'estero.
Scarseggiano anche gli aiuti umanitari (secondo le stime, il paese necessita di 150 milioni di dollari all'anno, due terzi dei quali per fronteggiare l'emergenza alimentare) che invece sostengono l'Etiopia, pur essendo il governo di Zenawi a sua volta accusato dalla comunità internazionale di aver imboccato una deriva autoritaria.

Pessime relazioni internazionali complicano la posizione dell'Eritrea
Il governo eritreo ritiene che il paese sia abbandonato a sé stesso e accusa gli Stati Uniti di agire in favore dell'Etiopia. Se la "forza della ragione" è davvero con loro, perchè? Nell'ambito delle decisioni della "Boundary Commission", da un punto di vista legale l'Eritrea si comporta in modo ineccepibile.
Sul fronte diplomatico, invece, si arrocca su posizioni arroganti, rifiutando ogni mediazione in un già difficile processo di pace. Attualmente, tuttavia, l'Eritrea non è nelle condizioni di chiedere alle Nazioni Unite "misure drastiche contro l'Etiopia", come invece ha fatto di recente il ministro dell'informazione Ali Abdul Ahmed.
Sull'Eritrea infatti, pesano una diatriba con lo Yemen per il possesso di alcuni isolotti sul Mar Rosso e pessime relazioni con il Sudan, che l'accusa di appoggiare i ribelli del Darfur. Da ultima (ma qui le accuse sono poco chiare) la Cia ha diffuso una nota secondo la quale a Gash Barka, una zona nei pressi della cittadina di Keren, si addestrerebbero gruppi paramilitari legati ad Al-Qaeda.
Come se non bastasse, malgrado il risanamento dell'economia del paese non possa prescindere dagli investimenti internazionali, lo scorso gennaio il governo ha promulgato una legge che circoscrive gli spostamenti degli stranieri al modesto triangolo Asmara-Keren-Massaia a cui si aggiungono le isole Dahlak, ambite dall'industria turistica che vorrebbe farne la più bella destinazione del mar Rosso, giustificando il provvedimento come una misura di sicurezza. Una situazione ulteriormente complicata dal farraginoso apparato burocratico in cui rimangono insabbiati quasi tutti i progetti di investimento.

Profughi e mine antiuomo non bastano a sollecitare gli aiuti internazionali
Da entrambi i lati del confine la situazione si aggrava di giorno in giorno. Oltre alla fame che affligge due dei paesi più poveri del pianeta, le associazioni umanitarie hanno lanciato un appello per fronteggiare la drammatica situazione delle decine di migliaia di eritrei d'Etiopia ed etiopi d'Eritrea, trattati come ostaggi e sottoposti a ogni sorta di vessazioni, nonché quella dei cosiddetti "internally displaced people", persone fuggite dai luoghi della guerra all'interno del proprio paese e che perciò non hanno diritto allo status di rifugiato e agli aiuti umanitari che ne derivano. 
Sull'economia, e soprattutto sull'attività agricola, di entrambi i paesi pesa la presenza di mine antiuomo. Se ne stimano 150.000-200.000 disseminate dalle truppe di Menghistu durante i trent'anni di lotta di liberazione e nel 2000 dall'esercito etiope in ritirata. Sul territorio etiope se ne stimano almeno due milioni, molte delle quali risalenti all'invasione italiana nel 1935. Tuttavia, per il momento, la comunità internazionale non considera prioritario lo stanziamento dei 25 milioni di dollari necessari per un'articolata campagna di sminamento, attualmente affidata allo sparuto contingente norvegese dell'Unmee. Anche il mandato di peacekeeping costa. E, come lasciano presagire sempre più evidenti segnali di insofferenza da parte dei paesi finanziatori, costa molto più di quanto essi reputino opportuno.

Indiani, giordani e italiani sorvegliano confini pronti ad esplodere
I rapporti tra Etiopia ed Eritrea e i vertici della Unmee, d'altra parte, si sono deteriorati rapidamente in seguito ad alcune dichiarazioni rilasciate contro i caschi blu: nel 2002, il governo etiope ha apertamente accusato numerosi membri del personale Unmee dei reati di pedofilia e sfruttamento della prostituzione, facendo scoppiare uno scandalo su scala internazionale. Dopo molti difficili aggiustamenti, alla fine di luglio il generale britannico Robert Gordon, comandante dell'Umnee, è stato sostituito dal generale indiano Rajender Singh, che nel discorso d'investitura ha affermato che "la sensibilità del popolo dei paesi in cui stiamo lavorando deve essere sempre e ogni volta rispettata". Indiano è anche il contingente più numeroso della missione, che opera nei punti più caldi; secondo è quello giordano, che gestisce tra l'altro un grande ospedale da campo. Quanto agli italiani, i cinquanta carabinieri d'istanza ad Asmara hanno il mandato di "sorvegliare gli altri contingenti impegnati a sorvegliare la pace".
E mentre l'Unmee spende migliaia e migliaia di litri di carburante per pattugliare i confini, Eritrea ed Etiopia sembrano attendere allo scontro finale.


brano di Jasmina Trafoni tratto dal mensile gratuito di Emergency, numero 32, settembre 2004.

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