|
|
Più di 100 morti, un numero incalcolabile di feriti, migliaia di sfollati: sono queste le impressionanti cifre dell'ultimo mese di guerra a Port Harcourt, la città costiera capitale del Rivers State, una delle principali zone petrolifere del paese. Da più di 30 giorni ormai gli scontri tra le milizie Ijaw e Itsekiri si susseguono, intervallate dalle controffensive delle forze di sicurezza nigeriane che provano a riprendere sotto controllo una città dove ormai vige la più totale anarchia, e dove gli stessi politici finanziano e armano le milizie che sono chiamati a combattere.
Un bollettino di guerra
Solo negli ultimi 15 giorni, i morti sarebbero una trentina, buona parte dei quali civili inermi, attaccati dalle bande armate o uccisi dal fuoco incrociato durante le operazioni di polizia. Il governo nigeriano addossa la colpa della nuova ondata di violenza alla Niger Delta People's Volunteer Force, una milizia armata della tribù Ijaw comandata da Asari Dokubo. Gli scontri tra le due tribù principali della zona, Ijaw e Itsekiri, mirano al controllo del territorio per ottenere maggiori proventi dallo sfruttamento del petrolio, i cui ricavi finiscono ad Abuja senza incidere sulle condizioni di vita dei locali.
La scorsa settimana le forze di sicurezza nigeriane hanno lanciato l'ennesima operazione congiunta, che dovrebbe negli obiettivi spazzare via le varie gang armate della zona ma che, come le precedenti, sembra destinata al fallimento. La tanto sbandierata pacificazione della regione annunciata ad inizio giugno con l'operazione "Restore Hope" è ancora lontana.
Le collusioni politiche
Intanto però il governatore del Rivers State Peter Odili, appartenente al PDP (People's Democratic Party) del presidente Obasanjo, ha voluto dare un segnale politico forte all'opinione pubblica. A séguito della recente ondata di violenze ha deciso di licenziare in blocco il proprio gabinetto di governo, per manifesta incapacità dei propri membri. Ma l'inefficienza del gabinetto è solo una delle ragioni che hanno portato al gesto di Odili: il secondo e più importante motivo è la collusione tra politici e bande armate comune a tutto il paese, ma che nella zona del delta del Niger ha raggiunto livelli patologici.
Le bande armate sarebbero infatti state foraggiate per mesi dai candidati presentatisi alle elezioni dell'anno scorso. In Nigeria la politica si fa più con gli omicidi dei propri avversari e le intimidazioni armate che coi programmi, tanto che queste bande hanno potuto fare il bello ed il cattivo tempo per mesi con la connivenza delle autorità. Così si spiegano anche i bizzarri risultati delle ultime elezioni dove, per fare un esempio, lo stesso governatore Odili è stato eletto con il 98% delle preferenze. Un pleibiscito che suscita molti dubbi sulla regolarità delle elezioni, i cui risultati sono stati apertamente contestati sia dalle locali organizzazioni per i diritti umani che dagli osservatori internazionali.
Una volta terminate le consultazioni elettorali le bande sono state abbandonate a loro stesse, e per continuare a mantenersi hanno intensificato il già fiorente mercato del contrabbando petrolifero, che nello scorso anno avrebbe fatto perdere alla Nigeria qualcosa come il 40% della propria produzione. Una situazione così instabile ha spinto anche le grandi compagnie petrolifere, come la ChevronTexaco e la Royal Dutch Shell, a chiudere gli impianti per mesi, salvo tornare in attività nell'ultimo periodo ma a regime ridotto.
Un vero e proprio circolo vizioso, quello venutosi a creare in Nigeria: i politici hanno usato e accresciuto le milizie armate, che ora con le loro attività criminose ostacolano l'attività petrolifera riducendo così gli introiti destinati allo stato sotto forma di diritti di sfruttamento e royalties. Al momento, le autorità nigeriane non sembrano in grado di sradicare il fenomeno da Port Harcourt, nemmeno con il promesso aiuto degli USA. Senza contare che le bande potrebbero venir buone per le prossime elezioni...
|
|