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  Aiuta il Mondo - LXXIV - giovedì 16 settembre 2004


COSA C'E' DIETRO LE BALENE...

Tornando in Islanda dopo cinque settimane di vacanza in Italia, ho trovato 25 gradi in meno e una dose massiccia di nazionalismo in più. Mi riferisco alla riapertura della caccia alle balene, che secondo me altro non è che nazionalismo puro e semplice; un atto irrazionale, camuffato con le scuse più assurde come quella di cacciare 500 balene in due anni puramente a scopo scientifico. 
Vogliono controllare gli stomaci delle balene per vedere cosa mangiano. Qualcuno le accusa di essere colpevoli della diminuzione del pesce nelle acque della Zona Economica Esclusiva islandese. Queste persone sembrano ignorare, oppure ipocritamente nascondono, il fatto che tali diminuzioni della fauna ittica sono direttamente proporzionali e quindi imputabili all’aumento della quota annua di pescato, che le autorità islandesi hanno deciso, andando contro i consigli di ogni regolamento internazionale e della Unione Europea.
Invece no, è colpa delle balene, dunque, e ne ammazzano 500, per vedere se hanno ragione. Poi la carne non la buttano via, che è peccato, e così sperano di rifarsi del calo del pescato.
Tra due anni verremo a scoprire quello che già sappiamo, cioè che le balene non c’entravano niente, e che anche questa volta è stata solo una battaglia contro il resto del mondo per l’affermazione dell’identità culturale (quale?) islandese, un muro alzato dai più conservatori per allontanare l'Islanda dall'Unione Europea. Un moto nazionalista, appunto. Ma l’Islanda non è nuova a questo tipo di battaglie. Negli anni ’60 e ’70 ci furono le cosiddette Guerre del Merluzzo contro la Gran Bretagna, provocate dalla reiterata rottura degli accordi internazionali da parte dell’Islanda per cui fu allargata la zona esclusiva di pesca da 3 a 12 miglia, poi da 12 a 50 miglia, e infine da 50 a 200 miglia marine.
L’ebbero vinta solo perché l’Islanda, che ospita una base militare della Nato, allora aveva una notevole importanza strategica militare, rispetto alla Guerra Fredda, nel pieno della sua crisi. E’ noto infatti che l’Islanda, membro fondatore della Nato, aveva anche minacciato di uscire da questa coalizione.
In un brillante articolo, Valur Gunnarsson, afferma che anche il movimento nazionalista che portò all’indipendenza dell’Islanda si fondava su pura e semplice irrazionalità e sulla menzogna. Infatti l’odio fomentato contro la corona danese era in gran parte ingiustificato. Gunnarsson afferma che le condizioni di grande povertà in cui versava l'Islanda nei secoli scorsi non era dovuta dal secolare monopolio commerciale esercitato dai danesi in Islanda, bensì dalle faide interne tra le famiglie islandesi e le catastrofi naturali come le eruzioni di vulcani e le peggiorate condizioni climatiche.
Ma oggi perché si è riaccesa la fiamma nazionalista? 
La caccia alle balene è un modo per dirottare l’attenzione lontano dai problemi seri in cui la politica e l’economia islandese versa.
Primo fra tutti il fallimento della politica economica: il debito estero, da solo, ha superato l'80% del PIL e in futuro peggiorerà notevolmente per via degli investimenti nell'industria pesante e delle centrali idroelettriche che la alimenterà.
L'inflazione è sempre più instabile. Oscilla di mese in mese tra il 6 e il 4%. Nel '97 l'incubo dell'inflazione, che in Islanda ha talvolta raggiunto il 70%, sembrava essere passato. Invece la politica monetaria islandese non riesce ancora a stabilizzare la propria moneta. Il buon senso suggerirebbe di adottare l'Euro, ma da queste parti è come dire un eresia.
La povertà in crescita. Durante il discorso di inizio anno, il Presidente della Repubblica Ólafur Ragnar Grímsson, ha lanciato un appello alle istituzioni e al contempo una denuncia al popolo sull'aumento delle famiglie povere in Islanda. Sembra strano, come sembra strano che negli Stati Uniti ci siano 40 milioni di poveri, ma purtroppo è vero.
Oltre all'aumento della povertà c'è anche l'aumento della ineguaglianza sociale. Anche qui si sta procedendo allo smantellamento dello stato sociale, che ha di fatto ha solo danneggiato i meno abbienti. Ad aggravare la situazione c'è anche la diminuzione della competizione in quasi tutti i settori dell'economia. Infatti, con la scusa che il mercato e piccolo, c'è di fatto il monopolio di grandi proprietari in ogni settore dell'economia. Questi proprietari hanno ovviamente diretti legami, spesso di parentela, con i membri del governo islandese. Un conflitto di interessi in stile italiano che non preoccupa nessuno in Islanda, anche perché non se ne parla. Poco tempo fa è stato scoperto un cartello tra le due maggiori compagnie petrolifere che operano in Islanda. Aumentavano i prezzi di comune accordo. Ad oggi non si sa cosa sia successo, dopo lo scandalo il prezzo è sceso di pochi centesimi; si sa solo che le famiglie che gestiscono il petrolio in Islanda sono direttamente legate ai partiti di governo (Identico scandalo si sta avendo anche in questi giorni nel settore delle assicurazioni). 
Sui giornali islandesi, politici ed esperti disquisiscono ogni giorno sulla legittimità del cittadino islandese di cacciare e cucinarsi le bistecche di balena ma si guardano di denunciare l'aumento della micro-criminalità, soprattutto furti di borse, ma anche di cibo nei supermercati, e di rapine a mani nude di banche che fino ad ora non hanno mai avuto bisogno di sistemi sofisticati di difesa. Ovviamente non siamo a livelli delle grandi città occidentali ma il trend è preoccupante. Le rapine e i furti sono commessi soprattutto da giovani islandesi (non da emigrati), alcuni legati all'uso di stupefacenti, anch'esso sempre più di moda, e altri semplicemente alla povertà.
Anche la vendita del patrimonio statale deve essere tolto dal dibattito e rimpiazzato da quello "sacrosanto" sulla caccia alle balene: il governo islandese ha venduto quasi tutte le sue partecipazioni in due banche nazionali. La più importante fra queste è stata venduta a una famiglia islandese che, emigrata in Russia con una piccola fabbrica di birra, vi è tornata dopo 10 anni con tanto denaro da poter comprare l'intera economia islandese. Nessuno sa bene come abbia potuto in così poco tempo comprare tutti i diritti di vendita della birra in Russia per poi rivenderla alla Heineken e guadagnare così tanto.
Voci per altro non confermate, dicono che alcune spiacevoli circostanze, quali attentati e sparatorie, hanno caratterizzato il loro proficuo soggiorno in Russia. 
Ma certo è che questa famiglia, il cui capostipite fu anche arrestato e condannato in Islanda per tangenti e corruzione, adesso è proprietaria della Banca Nazionale Islandese, e che sta tentando la scalata alle altre banche dell'isola.
La polemica mondiale sulla caccia alle balene serve ai poteri forti islandesi (qualche islandese li chiama senza mezzi termini "quel mix di mafia di bassa lega e gruppi tribali", chiamata qui "classe politica e industriale") a nascondere l'indiscutibile fatto che sono state svendute notevoli risorse naturali a multinazionali dell’industria pesante senza scrupoli. Mi riferisco al famigerato progetto della centrale idroelettrica di Kárahnjúka e della industria di alluminio di Reyðarfjörður. Dopo alcuni mesi dal via libera del Parlamento, non si sa ancora a quale prezzo l'Islanda venderà l'elettricità all'Alcoa, non si sa quali saranno le conseguenze dello stravolgimento di due bacini idrografici che rappresentano il 3% del territorio islandese (ricordo che l'Islanda è grande quanto un terzo dell'Italia). 
La caccia delle balene supera e soffoca il dibattito sugli scandali che ha visto coinvolta la società che sta costruendo la diga: infatti si è venuto a sapere che la Impregilo SpA (italiana), ha potuto vincere l'appalto per la costruzione della diga di Kárahnjúka grazie allo sfruttamento illegale della manovalanza Asiatica e dell'Est Europeo, che dopo averla deportata nei gelidi altipiani islandesi ha loro offerto uno stipendio dalle 5 alle 10 volte inferiore a quello stabilito dalla "confindustria" e dai sindacati islandesi (ho tradotto personalmente la lettera che il supervisore islandese dei cantieri aveva mandato ai dipendenti della Impregilo, per portarli a conoscenza - metterli in guardia - che qualsiasi altro accordo che sia meno vantaggioso del cosiddetto "contratto unico" islandese, è nullo).
La caccia alle balene servirà a far passare in secondo piano che il governo islandese sapeva tutto questo molto tempo prima di dare l'appalto alla Impregilo SpA, come sapeva che il materiale usato per la costruzione della diga è di dubbia provenienza, che l'esplosivo usato per sbancare l'area (la più incontaminata del mondo) è altamente tossico (ma molto più economico). Senza parlare delle emissioni di biossido di carbonio e di anidride solforosa che la Alcoa rilascerà nei limpidi cieli islandesi in quantità di molto superiori a quelle di qualsiasi altra industria di produzione di alluminio. Anche questa volta per abbassare i costi, perché questo progetto si doveva fare a tutti i costi e quindi non segue regole economiche o il buon senso, bensì una precisa delirante ideologia.
Per completare il quadro pessimo, non pessimistico, della politica interna, c'è il problema dell'educazione. Le scuole islandesi stanno subendo una diminuzione della qualità dell'insegnamento a fronte di un aumento delle tasse scolastiche. All'università il numero dei corsi è diminuito drasticamente negli ultimi due anni, per mancanza di fondi. Un esempio: fino a pochi anni fa gli islandesi potevano seguire un corso di laurea completo in lingua e letteratura italiana. Oggi non è più possibile. Anche i corsi in geologia (l'Islanda è famosa in tutto il mondo per la fortuna che ha di ospitare quasi tutti i fenomeni geologici esistenti al mondo) sono stati decimati. Sembra che ci sia una volontà politica e subdola tendente a non educare la popolazione islandese.
Infatti, una delle alternative all'industria pesante per lo sviluppo dell'Est Islandese era quella di trasferirvi alcuni importanti facoltà universitarie. Ciò avrebbe alimentato il settore dei servizi che insieme a quello stagionale, ma molto proficuo, del turismo avrebbe potuto assicurare la rinascita della regione orientale. Invece si è preferito investire un miliardo di dollari in un industria di alluminio che produrrà 600 posti di lavoro oltre a tutta la sequela di problemi economici e ambientali sopra citati, lasciando gli abitanti della regione in una stato di sottocultura, in cui tra l'altro tuttora versano.
La caccia alle balene serve a chi l'ha voluta introdurre di nuovo, a spostare l'attenzione dell'opinione pubblica islandese dall'evidenza del fallimento della politica estera islandese: Il Ministro degli esteri islandese, l'anno scorso aveva organizzato a Reykjavik la conferenza della Nato per la sua riorganizzazione in chiave anti-terroristica. Il governo islandese aveva poi dato il suo appoggio completo con denaro e logistica, alla guerra in Iraq, di fatto infrangendo le leggi costituzionali e con il 70% dell'opinione pubblica contraria.
Il governo Islandese sapeva bene che, con la fine della Guerra Fredda, c'era il rischio che la base Nato di Keflavik, che ha portato per decenni tanti denari nelle casse dello stato, poteva essere ritenuto superfluo e quindi smantellato. Il tentativo disperato e umiliante di ingraziarsi gli Stati Uniti, tuttavia sembra non abbia fermato l'intenzione dell'Amministrazione Bush di smantellare la base nato di Keflavik.
Dopo questo lungo elenco di scandali e dibattiti soffocati o mai accesi, grazie alla bella idea di riprendere la caccia alle balene, voglio precisare il mio punto di vista sui cetacei. In un gustosissimo libro "Whale and Ethics" edito da Örn D. Jónsson, sono stati raccolti tre articoli di altrettanti esimi professori in sociologia e biologia. Essi mettono sui piatti della bilancia, da un lato la legittima, ma a volte troppo ostinata, volontà di un popolo di mantenere le proprie tradizioni e, dall'altro, la ingiustificata posizione degli ecologisti che vedono nella balena una animale "diverso" dagli altri animali. In questo libro si procede con il responso del biologo che effettivamente conferma le alte qualità intellettive del cetaceo, ma in fine un altro sociologo conferma il fatto che la battaglia in difesa delle balene dovrebbe essere inteso in senso più ampio, cioè una battaglia in difesa del "diritto" degli animali - o meglio della natura, o dell'ecosistema - a sopravvivere oppure, a non subire sofferenze, crudeli e inutili.
Personalmente non mi reputo uno "specista". Per me le balene non sono più degne di sopravvivere di qualsiasi altro animale. Infatti non ho nessuna obiezione se gli Innuit e gli Eschimesi, per sopravvivere secondo le proprie abitudini e cultura, cacciano le balene. So anche che loro, quando vanno a caccia, cercano di uccidere foche, anatre, cervi, orsi e balene, senza darsi alcun limite. Ma il loro limite è rappresentato dal loro numero e dalle armi che usano. L'idea romantica dei Pellerossa, che uccidono limitatamente al loro fabbisogno, non fa parte della cultura Innuit. Per millenni il loro fabbisogno è stato raramente soddisfatto in un ambiente così inospitale. Capisco e giustifico la caccia alle balene di questi popoli che tuttavia, al contempo, sempre per motivi di identità culturale, non usano le baleniere ad alta tecnologia per cacciare.
Ma vogliamo paragonare gli islandesi agli Innuit groenlandesi?
Il popolo Innuit non si chiede se uccidere una balena sia un atto immorale semplicemente perché ne va della sua sopravvivenza. Si può dire lo stesso degli Islandesi? Un'altra differenza tra noi occidentali e i popoli delle regioni polari, è che mentre loro uccidono gli animali nel modo più efficiente possibile e ne utilizzano qualsiasi parte, ossa comprese, noi occidentali spesso siamo andati nei loro territori di caccia e abbiamo sterminato, per esempio, migliaia di piccoli di foca, prendendoli a bastonate, per non rovinare la loro pelliccia, e li abbiamo lasciati scuoiati ma sempre vivi, agonizzare sulla banchisa, con la loro madre accanto.
Il problema dell'etica nasce insieme alla crescente capacità dell'essere umano di agire con crudeltà. Gli islandesi, fino a due secoli fa cacciavano balene perché effettivamente era un mezzo importante di sostentamento. Ma adesso, perché lo fanno se non per puro nazionalismo?
Non approvo i norvegesi, anche se li rispetto di più perché almeno non si celano dietro a delle false scuse come la caccia a scopo scientifico (per me cucinare è un arte non una scienza). Capisco di più i giapponesi che fino a pochi anni fa offrivano ancora carne di balena nelle mense delle scuole e degli asili. I giapponesi si sa sono un caso unico per i legami a tradizioni "strane" a noi occidentali.
Gli islandesi non mangiavano carne di balena da 20 anni se non al ristorante specializzato Thrír Frakkar, che ne aveva sempre una scorta nel freezer "di quello arenato due anni prima". All'improvviso si sentono morsi dalla voglia di ingozzarsi di carne di balena tutti i giorni (perché 500 balene per 287.000 abitanti sono tante bistecche), una voglia impellente, non dettata dalle numerose bellissime ragazze in stato di gravidanza (il tasso di natalità in Islanda è il più di ogni altro paese occidentale), bensì dalla "necessità" inculcata dai capi-clan che governano il paese, di essere islandesi "doc". Ancora il nazionalismo viene usato come l'oppio del popolo, mentre si scava più profondamente la fossa che divide l'Islanda dall'Unione Europea, giudicata dai padroni di questa isola, una ventina di famiglie in tutto, una vera e propria minaccia della libertà di comandare sui propri "sudditi", sulle balene, sui soffioni boraciferi e sui paradisi terrestri, come a loro pare e piace.
E mentre qui in Islanda i cittadini si esercitano ad essere islandesi comprando 500kg di carne di balena solo nel primo giorno di vendita al supermercato, e dopo che numerose agenzie viaggi hanno cancellato i loro tour in Islanda, ecco anche la Rainbow Warrior, battente bandiera di Greenpeace, entrare nel golfo Faxaflói e attraccare nel porto di Reykjavik per portare il monito di tutti gli ambientalisti e gli animalisti del mondo.

articolo di Réne Biasone tratto da www.hi.is 

 La finestra di AiutailMondo sulla Caccia alle balene


- Caccia alle balene: per l'Islanda un ritorno al passato. (15.9.04)
- Un anno di caccia alle balene norvegese. (14.9.04)
- Storia della caccia alle balene giapponese. (13.9.04)

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