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  Aiuta il Mondo - LXIX -  martedì 8 giugno 2004


LA GUERRA IN IRAQ NON E' FINITA.
LA GUERRA IN IRAQ NON E' L'UNICA NEL MONDO.

La guerra in Iraq non è finita. La guerra in Iraq non è l'unica guerra nel mondo. Più di un anno fa scrivevo queste parole, e non sono per nulla contento di poterle scrivere anche oggi. L'Iraq è divenuto nel frattempo un inferno, un inferno da cui sembra complicatissimo, forse impossibile, uscirne. Attentati ogni giorno, numerose vite spezzate ogni giorno, così tante da essere sempre meno documentate dai media, non fanno più notizia come i primi morti... Fanno notizia invece politici, patetici, che per difendere le proprie posizioni (c'è chi ha voluto la guerra e la sostiene convinto anche oggi...c'è chi non voleva la guerra e oggi non si capisce cosa pensi...) in salotti televisivi, si ritrovano a insultarsi, divertendosi, l'un l'altro, dimenticando di essere stati eletti e di rappresentare (e quindi avere delle responsabilità e dei doveri presso) gli italiani, tutti gli italiani. Compresi gli italiani che sono stati inviati in Iraq, in missione di pace. Si può morire in una missione di pace? evidentemente chi ha voluto questa guerra si diverte anche a coniare definizioni insostenibili. Missione di pace. Questa è guerra, Guerra, la guerra in Iraq, una delle tante orribili guerre nel mondo...e nelle guerre si muore, e chi decide di mandare il suo paese in guerra, manda i suoi concittadini a rischiare la vita ogni giorno. Prima della guerra in Iraq, in Iraq non c'era la pace; c'era una dittatura, c'erano torture, c'erano ingiustizie quotidiane e (sembra) non c'erano armi di distruzione di massa, la causa ufficiale di questa guerra. Oggi in Iraq non comanda più Saddam, non c'è più una dittatura, ma là si continua a morire. Oggi in Iraq non c'è la pace: non c'è una dittatura e non c'è una democrazia, c'è un tentativo di Washington di costruire (forse più attraverso i media, che nella realtà) un governo che si definisce autonomo, ma che non potrà non essere lontano dalla Casa Bianca. Bush ha iniziato una guerra preventiva, altro divertente neologismo di color che han voluto quest'inferno, in Iraq per poi lasciare l'ex paese di Saddam Hussein senza qualche tornaconto per la superpotenza a stelle e strisce? mi pare poco probabile, ma questa è un opinione personale. In Iraq oggi ci sono torture, in ogni guerra l'uomo umilia sé stesso e le torture ne sono la conferma più diabolica. Le torture (americane, e anche irachene) in Iraq sono state le prime ad essere diffuse in tutto il mondo tecnologicizzato, via tv e web, in poche ore e con tanta forza. Le torture in Iraq sono finite? non si sa, ma di certo non sono le uniche. Oggi in Iraq non c'è democrazia, non c'è pace, ci sono morti e torture. Chi ha voluto questa guerra deve essere cosciente che, a oggi, ha barattato un inferno con un altro. L'Iraq è oggi una nuova, più grande, Israele. Un nuovo territorio, molto più grande, in cui kamikaze, bombe, attentati e morti, caratterizzano la vita di ogni giorno, il terrore di ogni giorno. In mezzo a quest'inferno, c'è stata la cattura del nemico dei Bush e dell'America, ma soprattutto degli iracheni, la cattura del dittatore iracheno Saddam Hussein; l'evoluzione delle sorti del raìs è esemplare come caso, non unico, di notizia in involuzione, come una delle tante realtà tenute assolutamente nascoste. La guerra è propaganda, e la propaganda evidenzia e tace ciò che le conviene. La guerra in Iraq non è finita, diffidate da coloro che dicono il contrario perché è facile, facilissimo, starsene nel proprio nido, a decine di migliaia di chilometri da quell'inferno, e dichiarare alla stampa che quella guerra è finita. Chi lo sostiene perché non lo dichiara dopo una bella passeggiata per le vie di Baghdad o di Falluja? Per questi personaggi è molto semplice dirlo, con la loro giacca firmata, la loro cravatta, il loro trucco, gli risulta facile come gli è stato semplice dichiarare guerra all'Iraq per cause poi risultate false, ma adesso a questo non ci si fa più caso perché distratti da tutti gli altri orribili eventi di questa guerra. Realtà tenute nascoste come, questa ufficialmente addirittura, la sorte dei tre ostaggi italiani in mani di una delle tante bande terroristiche che vivono oggi in Iraq. Evoluzioni della situazione...nessuna, risultato di questo silenzio...il silenzio stesso. Inizialmente gli italiani rapiti erano quattro, Fabrizio Quattrocchi è stato ucciso tempo fa, e la sera del tragico evento un altro di quegli strani personaggi, ovvero il Ministro degli Esteri italiano, alias Franco Frattini, nelle stesse ore in cui il fatto avveniva, e gli veniva comunicato, se ne stava con la sua giacca firmata, la sua cravatta e il suo trucco in televisione. Senza parole. Come senza parole si rimane dopo aver appreso che quel personaggio è tuttora il Ministro degli Esteri italiano; un ministro degli esteri che con il proprio paese in guerra, un proprio ostaggio ucciso, non è al ministero, ma in televisione. Ma non preoccupatevi, il presidente del consiglio era in vacanza. Dichiarano guerra e uno va in vacanza, l'altro in televisione. Eletti per cosa? Mandare il proprio paese in una guerra chiamata missione di pace e seguirla a Portofino o a Porta a Porta? Si. La guerra in Iraq non è finita, come non è finita quella in Afghanistan iniziata il 7 ottobre 2001 con bombardamenti americani, di cui i media non hanno più interesse a parlare. Se in Iraq i soldati italiani sono in missione di pace al fianco degli americani, in Afghanistan i soldati italiani sono in missione di pace al fianco degli americani. L'unica differenza è che dell'Iraq i media parlano ancora, dell'Afghanistan i media parlano sempre meno, quasi non parlano più. Dell'Afghanistan i media parlano pochissimo, delle altre guerre nel mondo mai. Non sentirete invece notizie delle torture a Timor Est, di quelle che ci sono state e di quelle che rischiano di tornare con l'abbandono dei caschi blu dell'Onu del più giovane stato del mondo. Non sentirete parlare di Haiti, se ne è parlato per una decina di giorni a febbraio, quando venne allontanato dal paese l'allora presidente Jean Bertrand Aristide; ora non se ne parla più, ma ad Haiti si spara ancora, e anche in questo piccolo stato del centroamerica sono presenti soldati americani, canadesi, cileni e francesi, per un totale di tremila soldati...anzi no...peacekeepers. Francesi in Iraq no, ad Haiti sì; tutto il mondo è paese, ognuno ha i propri interessi dietro alle scelte che compie. Non sentirete parlare delle migliaia di uomini e donne che dal 1987 sono morte in Uganda, un paese che da oltre quindici anni conosce un dramma infinito senza che nessuno muova un dito. O meglio qualcuno si muove, infatti Stati Uniti, Sudafrica, Cina, Russia, Bulgaria, Polonia e Sudan forniscono le armi per sostenere le fazioni in lotta, qualcuno si muove per tenere l'Uganda in quest'inferno. Non sentirete parlare neppure dell'Angola, un paese dove ad oggi resiste un accordo di pace, stilato nel 2002 dopo ventisette anni di guerra civile nata subito dopo l'indipendenza ottenuta dal Portogallo (1975 appunto). Angola fuori dalla guerra, ma non fuori pericolo. La guerra ha distrutto agricoltura, sanità e istruzione; la condizione dei bambini angolani è drammatica, ma nessuno ne parla. Non sentirete parlare neppure del momento difficile del Venezuela; in quest'ultimo periodo ho iniziato a segnalarvi le situazioni in questi paesi, ma non sono gli unici a vivere nella guerra e nella paura, il continente africano è falcidiato da tantissime guerre, da Est a Ovest, dalla Liberia alla Somalia passando per il Sudan, e in Africa si muore, in Africa muoiono tantissimi uomini e tantissime donne ogni giorno, ma questi uomini e donne non devono diventare statistiche. Se sentirete parlare di migliaia di morti, sappiate che questi non sono numeri, questi sono uomini e uomini devono rimanere. Gli uomini non devono diventare numeri. Vanno denunciati i morti, le morti, ma le morti non sono oggetto esclusivo di statistiche, le morti devono mettere paura, far pensare, ragionare, muoversi. Non solo l'Africa è teatro di guerre, la Cecenia è una delle più grandi tragedie contemporanee, tenuta quasi completamente nascosta, il Chapas e il Kashmir non trovano pace da anni, il Tibet da ancor più tempo. Purtroppo la guerra in Iraq non è l'unica. I media tacciono, quelli più visibili in modo vergognosamente totale; per fortuna non tutto tace, e soprattutto in Rete, qualcuno si impegna per non far tacere le tragedie, per non nascondere ciò che l'uomo è capace di fare e di tenere nascosto. La guerra è il fallimento di ogni più alta qualità umana, e purtroppo in questo senso l'uomo non ha mai smesso di fallire.

Matteo Bursi

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 - La guerra in Iraq non è finita, non è l'unica nel mondo. (12 aprile 2003)

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